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Provincia di Bergamo | E’ giusto rimuovere le immagini delle esplorazioni Urbex dal web dopo l’incidente di Alzano Lombardo?

La richiesta del sindaco di Alzano Lombardo di censurare le immagini di urbex presenti in rete nasce in un clima di forte emotività e sgomento collettivo, successivo alla morte di un ragazzo di 19 anni avvenuta all’interno dell’ex cementificio Italcementi. Il giovane stava partecipando a un’esplorazione urbana in uno dei tanti complessi industriali dismessi che costellano il territorio bergamasco, luoghi abbandonati da decenni, spesso non messi in sicurezza e facilmente accessibili nonostante i divieti.

Nelle ore immediatamente successive alla tragedia, sui social network e su alcuni siti specializzati hanno continuato a circolare video e fotografie dell’ex cementificio, pubblicati negli anni da appassionati di urbex o ripresi da creator che avevano documentato il luogo come simbolo di archeologia industriale. È in questo contesto che si è acceso il dibattito pubblico: da un lato il dolore per una vita spezzata, dall’altro la percezione che quelle immagini potessero aver contribuito a rendere il sito “attrattivo”, trasformandolo in una meta ambita e pericolosa.

Da qui l’appello del sindaco, rilanciato dalla stampa locale, rivolto a influencer, piattaforme digitali e alla polizia postale, affinché i contenuti venissero rimossi o bloccati per evitare nuove intrusioni. Una presa di posizione netta, che secondo me apre una questione più ampia: se sia giusto intervenire con la censura dei contenuti online dopo un fatto di cronaca, e se le immagini di urbex vadano considerate causa del problema o, piuttosto, parte di un fenomeno che andrebbe compreso, regolamentato e raccontato con maggiore consapevolezza.

Attribuire alle immagini la colpa di quanto accaduto (o potrebbe accadere di nuovo) significa spostare il problema, non affrontarlo.

L’urbex non è una moda recente né un gioco social. È una pratica di esplorazione urbana nata come forma di documentazione: fotografi, storici, architetti e appassionati hanno raccontato per anni luoghi abbandonati come testimonianze materiali di un passato industriale, sociale e umano. Fabbriche dismesse, ospedali chiusi, infrastrutture dimenticate non sono solo “posti pericolosi”, ma pezzi di memoria collettiva che spesso esistono ancora proprio grazie a chi li ha documentati.

Censurare le immagini non elimina il desiderio di esplorare, anzi lo spinge verso circuiti opachi, privi di regole e di confronto pubblico. È un errore pensare che l’assenza di contenuti equivalga a maggiore sicurezza: la curiosità non si spegne oscurando un video, ma si educa spiegando i rischi, i limiti e le responsabilità. Senza immagini e senza racconto, resta solo il mito del luogo proibito, che è esattamente ciò che rende certe esperienze più pericolose.

Esiste inoltre una differenza sostanziale, che il dibattito pubblico tende a ignorare, tra urbex illegale e urbex consapevole. L’esplorazione urbana può essere fatta legalmente: attraverso autorizzazioni dei proprietari, visite guidate, progetti fotografici concordati, collaborazioni con enti culturali o semplicemente limitandosi alla documentazione esterna. In molti casi, proprio la visibilità ha portato alla messa in sicurezza o al recupero di edifici altrimenti destinati all’oblio.

Il punto centrale non è vietare la diffusione delle immagini, ma pretendere una responsabilità narrativa da chi le pubblica. Contestualizzare, dichiarare l’illegalità di certi accessi, raccontare i pericoli reali, smontare l’idea dell’impresa eroica. Questo sì, è un atto educativo. La censura, invece, è una scorciatoia che illude di proteggere senza affrontare la complessità.

Infine, attribuire alle immagini un ruolo di “cattivo esempio” rischia di deresponsabilizzare tutti gli altri attori in gioco: la gestione dei luoghi abbandonati, la mancanza di messa in sicurezza, l’assenza di politiche di recupero e di educazione al rischio. Le immagini non uccidono. L’incoscienza sì, e si combatte con conoscenza, non con il silenzio.

La rimozione delle immagini di urbex è censura?

Usare la parola “censura” non è una forzatura lessicale, ma una scelta concettuale legittima. Al di là del termine più morbido (rimozione) impiegato nelle dichiarazioni ufficiali, l’effetto richiesto è identico: impedire la circolazione di immagini e contenuti già pubblicati, non perché illegali in sé, ma perché ritenuti inopportuni in seguito a un fatto di cronaca. Ed è proprio questo passaggio che rende il tema delicato e meritevole di una riflessione più profonda.

La richiesta avanzata dal sindaco di Alzano Lombardo nasce in un contesto emotivamente comprensibile, ma introduce un principio pericoloso: quello per cui un contenuto visivo diventa “colpevole” retroattivamente, sulla base delle conseguenze – tragiche – che qualcuno vi ha associato. Non si chiede di rimuovere video che mostrano reati, né materiali che incitano esplicitamente a comportamenti illegali, ma documentazioni di luoghi esistenti, realizzate spesso anni prima, in momenti in cui nulla lasciava presagire l’epilogo drammatico.

Chiamarla censura significa riconoscere che non si sta intervenendo sul comportamento, bensì sulla narrazione. Non si agisce sull’accessibilità dei luoghi, sulla loro messa in sicurezza, sulla prevenzione attiva, ma sul racconto visivo che li riguarda. È un’operazione simbolica, che mira a spegnere l’eco mediatica più che a risolvere il problema strutturale. La parola rimozione attenua il gesto, lo rende più accettabile, ma non ne cambia la sostanza.

Inoltre, se si accetta il principio per cui un’immagine o un articolo possano essere eliminati perché “potenzialmente ispiratori”, si apre un precedente difficile da governare. Quali contenuti diventano censurabili dopo un incidente? I video di montagna dopo una caduta? Le immagini di fiumi dopo un annegamento? Le fotografie di edifici storici non sicuri? La linea di confine diventa labile, affidata all’emotività del momento e non a criteri chiari.

In questo senso, parlare di censura non è provocazione, ma precisione. Perché quando si chiede di far sparire le immagini invece di spiegare, contestualizzare e responsabilizzare, si sceglie il silenzio al posto della conoscenza. E il silenzio, soprattutto sul web, non ha mai dimostrato di essere uno strumento efficace di prevenzione.

E voi, cosa ne pensate?


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2 comments

  1. Ciao Raffaella, leggo sempre i tuoi articoli. Sei accurata, precisa e molto professionale.
    Grazie per tutto ciò che scrivi,
    Emilia Tintori

  2. Ciao, sono completamente d’accordo con te, questa “rimozione” è assurda, si dovrebbe invece agire per mettere in sicurezza questi luoghi di archeologia industriale, o in mancanza di questo per evitare che la gente vi possa accedere senza autorizzazione. Diventa un precedente pericoloso….

Grazie di aver letto il post. Se desideri lasciare un commento sarò felice di leggerlo

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