C’è una figura che oggi, a Bergamo, non passa inosservata anche quando nessuno la guarda. È ferma, verticale, compatta. Non cerca il dialogo, ma lo impone. Dall’8 novembre, in piazza Giacomo Carrara, Il Grande Cardinale in piedi di Giacomo Manzù è tornato a occupare uno spazio pubblico, e lo fa nel modo più coerente possibile con la poetica del suo autore: dominandolo senza teatralità.
Collocato in prossimità dell’ottocentesco Palazzo dell’Accademia Carrara, il bronzo non si limita a “stare” nello spazio urbano. Lo misura, lo rallenta, lo costringe a fare i conti con una presenza solenne che sembra estranea al rumore contemporaneo, e proprio per questo perfettamente inserita. È una statua che non decora: governa.
Ecco quello che troverete in questo articolo
Un’opera tarda che affonda le radici in un’ossessione di una vita

Il Grande Cardinale in piedi appartiene alla fase più tarda della produzione di Manzù. La fusione del bronzo è collocabile tra il 1985 e il 1988, ma sarebbe un errore leggerla come un’opera “finale” nel senso di conclusiva. Piuttosto, è il punto di riemersione di un pensiero che attraversa l’intera carriera dello scultore.
Il tema cardinalizio non è mai stato per Manzù un soggetto episodico. Al contrario, è una vera e propria ossessione iconografica, un laboratorio formale e concettuale nel quale l’artista torna più volte, modificando proporzioni, posture, superfici, senza mai abbandonare il nucleo originario dell’idea: il corpo come massa, il potere come volume, la spiritualità come tensione trattenuta.
In questa scultura monumentale, alta oltre tre metri, quella riflessione appare ormai decantata, ridotta all’essenziale. Non c’è narrazione, non c’è gesto: resta solo la figura, compatta, bloccata, inevitabile.
La fusione a parti separate e le cicatrici del bronzo
Negli anni Ottanta Manzù lavora ancora nella sua fonderia personale di Campo del Fico, adottando una pratica che gli era ormai consueta: la fusione per porzioni. Le grandi sculture monumentali nascono così, in parti distinte, pensate per essere assemblate solo in un secondo momento.
Anche il Grande Cardinale segue questo processo. Le diverse sezioni, fuse separatamente, vengono ricomposte dopo la morte dell’artista, nel 1991, attraverso un complesso sistema di saldature. Quelle giunzioni non sono state cancellate del tutto: sono ancora leggibili lungo il busto e il collo, come tracce di un processo, segni materiali di una costruzione lenta notevole.
Dopo l’assemblaggio, il bronzo viene patinato. È qui che la superficie prende vita: i verdi cupi e i grigi lattiginosi si alternano in una tavolozza controllata, mai decorativa. La luce non rimbalza, scivola. Il colore non distrae, accompagna. Il risultato è una materia che sembra assorbire lo sguardo più che restituirlo.
Da Ardea a Bergamo: un ritorno che è anche una restituzione
Per decenni il Grande Cardinale è rimasto nell’atelier di Ardea, lontano dalla fruizione pubblica. La sua collocazione a Bergamo è il frutto della donazione della Fondazione Banca Popolare di Bergamo al Comune, con un obiettivo chiaro: restituire alla città natale di Manzù una testimonianza monumentale del suo lavoro.
Non si tratta solo di una nuova collocazione, ma di un atto simbolico. Bergamo non è un semplice luogo di origine biografica: è una matrice culturale che riaffiora costantemente nella produzione dello scultore. Riportare il Cardinale in città significa ricucire un filo mai spezzato, rendere visibile un legame che, anche nei momenti di maggiore successo internazionale, Manzù non ha mai rinnegato.
“Li vedevo come statue”: l’intuizione del 1934
L’origine di tutto risale al 1934, durante il soggiorno romano di Manzù. Entrando in San Pietro, l’artista osserva i cardinali. Non li guarda come individui, ma come masse. Corpi immobili, rigidi, eppure attraversati da una tensione interna, da una spiritualità compressa che sembra non trovare sfogo.
Manzù stesso racconterà di averli percepiti come una sequenza di statue, come cubi allineati, e di aver avvertito l’urgenza di tradurre quella visione in scultura. È un momento rivelatore: l’iconografia cardinalizia nasce non da una devozione, ma da uno sguardo laico, quasi architettonico, sul potere religioso.
Le prime prove sono di piccole dimensioni, tra la fine degli anni Trenta e i Quaranta. Ma è solo a partire dagli anni Cinquanta che Manzù decide di portare quella figura nello spazio monumentale, assecondando una necessità ormai inevitabile.
Cardinali per spazi non neutrali

I Cardinali di Manzù non sono mai pensati per luoghi anonimi. Sono opere destinate a spazi carichi, capaci di reggere il confronto con una presenza così dominante. All’esterno, come nel Cardinale del 1952 realizzato per il Middelheim Park di Anversa, la figura si staglia netta, compatta, ferma in una posa stante che non è mai statica ma intensamente contemplativa.
All’interno, come nel celebre ritratto del Cardinale Lercaro del 1953 nella Basilica di San Petronio a Bologna, il corpo seduto diventa un volume avvolto, quasi murato nel solenne piviale. In entrambi i casi, Manzù lavora per sottrazione: elimina il superfluo, accentua la massa, lascia che sia la forma a parlare.
Londra, il confronto internazionale e la semplificazione delle forme
Negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta Manzù è una presenza costante sulla scena londinese. Espone alla Hanover Gallery e alla Tate, entra in contatto con le ricerche della scultura inglese e dialoga apertamente con figure come Henry Moore. I più giovani Lynn Chadwick e Kenneth Armitage guardano al suo lavoro con ammirazione.
Questo confronto internazionale non snatura il linguaggio di Manzù, ma lo affina. Le forme si semplificano, le superfici si assottigliano, le dimensioni crescono. Parallelamente, grazie al figlio Pio, studente alla Hochschule für Gestaltung di Ulm fondata da Max Bill, lo scultore entra in contatto con il dibattito sull’astrazione e sulla riduzione formale.
Il risultato è una scultura sempre più essenziale, capace di coniugare monumentalità e leggerezza visiva, presenza e silenzio.
Il Grande Cardinale di Ardea come matrice dell’opera bergamasca
Il Grande Cardinale in piedi di Bergamo trova un antecedente diretto nel Grande Cardinale (1960 ca.) conservato ad Ardea, considerato uno degli esiti più estremi di questa iconografia. Le affinità sono evidenti: l’impianto spigoloso, l’appiattimento dei volumi, la posa ieratica e lo sviluppo longitudinale arrestato dalla mitria appuntita.
Non esistono modelli o matrici identiche, ma una fotografia del 1958, conservata presso l’Archivio della Fondazione Manzù, mostra lo scultore accanto a un grande modello in gesso oggi disperso. È molto plausibile che da quel modello derivi il Cardinale di Ardea e, per riflesso, il bronzo fuso negli anni Ottanta e oggi collocato a Bergamo.
Perché Manzù torna a quel tema dopo vent’anni
La decisione di “riesumare” un modello degli anni Cinquanta non è casuale. Il 1958 coincide con l’elezione al soglio pontificio di Papa Giovanni XXIII, figura centrale nella vita e nella carriera di Manzù. I due si conoscono, si stimano, e da quel rapporto nascerà la grande commissione vaticana in San Pietro, realizzata tra il 1963 e il 1964.
Negli anni Ottanta, Giovanni XXIII torna al centro delle cronache: le celebrazioni per il ventennale della morte, l’avvio della casa-museo di Ca’ Maitino, il processo di beatificazione. Nel 1981 Manzù realizza anche una litografia in suo omaggio, diffusa dal Corriere della Sera. È in questo clima che il Cardinale riemerge, carico di memoria e di significati stratificati.
Una statua che domina senza inquietare
Nel commentare la Biennale di Venezia del 1956, Cesare Brandi parlava dell’“autorità” con cui le statue di Manzù si impongono allo spazio. È un’autorità silenziosa, costruita attraverso proporzioni calibrate, superfici tese, equilibri quasi musicali.
Nel Cardinale di Bergamo questa qualità è evidente. Le superfici si allungano, si assottigliano, assumendo un linearismo che qualcuno ha definito “goticheggiante”. Eppure la materia resta calda, tattile, mai respingente. Manzù non produce mai inquietudine: accoglie, pur mantenendo distanza.
L’attualità di Manzù, oggi
Forse è proprio quella “attenzione ferma e pacata, ma satura di liricità” di cui parlava Carlo Carrà nel 1939 a rendere Manzù ancora attuale. Il Grande Cardinale in piedi di Bergamo vive in equilibrio tra realismo e astrazione, tra tradizione e innovazione, tra introspezione e forza plastica.
Non è una statua che chiede di essere capita subito. È una presenza che resta, che pesa, che obbliga a fermarsi. E in una città attraversata ogni giorno dalla fretta, questo è già un gesto radicale.
Se vuoi vedere quest’opera, vai in Piazza Carrara a Bergamo
Ciao, io sono Raffaella e sono l’autrice di cosedibergamo.com, il blog che vi suggerisce le 1001 cose da fare a Bergamo e in provincia almeno una volta nella vita. Appassionata da sempre di scrittura e comunicazione ho deciso di aprire Cose di Bergamo per condividere le mie esperienze e la mia conoscenza del territorio. Il mio obiettivo è ispirare e aiutare voi, che mi leggete, a viaggiare e scoprire Bergamo e la sua provincia con occhi nuovi.
“Alto oltre tre metri, per un peso di 4 tonnellate, realizzato tra il 1985 ed il 1988, il «Grande cardinale in piedi», opera unica, come del resto tutte le 50 del genere cardinalizio realizzate dallo scultore bergamasco, è stato posizionato in piazza Giacomo Carrara, tra l’Accademia e la Gamec, pedina della «scacchiera» scultorea di Manzù che occhieggia in varie zone della città. Dal Monumento al Partigiano in centro città, agli Amanti nel cortile della Gamec, alla Carrozza di Giulia e Mileto nel cortile della sede universitaria del Collegio Baroni, si riconoscono tracce del grande artista, seminate, esattamente come a Salisburgo, in una sorta di museo diffuso e che proprio per questo, come ha rimarcato l’assessore alla Cultura Sergio Gandi, «hanno il merito di essere accessibili». E pregevolmente riconoscibili come i tanti cardinali realizzati, ma con la particolarità in questo caso di essere frutto dell’assemblaggio «tramite saldature e successiva patinatura» di porzioni fuse dall’artista nella sua fonderia di Campo del Fico. (Cor.sera Bergamo, Donatella Tiraboschi)”
Per vedere al vivo quest’opera ti basterà andare in Piazza Carrara a Bergamo, proprio davanti alla Pinacoteca cittadina. E già che ci sei vai a visitarla: è davvero un piccolo grande gioiello.
Per approfondire, leggi:
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