Bergamo | Seasons: la mostra diffusa di Maurizio Cattelan a Bergamo da scoprire “con occhi nuovi”

Un artista che divide, scuote, smonta certezze. Un percorso che attraversa la città, la guarda negli occhi e le chiede: chi sei davvero? La mostra diffusa Seasons di Maurizio Cattelan, promossa dalla GAMeC e curata con Brightstar, è molto più di un evento culturale: è un invito a rallentare, a domandare, a guardare l’arte con occhi nuovi e a rileggere Bergamo attraverso cinque opere spiazzanti, provocatorie, commoventi.

Cattelan è un artista che non cerca consensi. Le sue opere non vogliono essere amate, vogliono essere vissute. Seasons è una mostra per chi non cerca risposte, ma per chi ha il coraggio di abitare le domande. In una città come Bergamo, ancora legata alla sua storia e identità, questo tipo di intervento artistico diventa ancora più necessario: per ricordarci che l’arte può anche infastidire, disturbare, mettere in crisi. E proprio in quella crisi possiamo trovare qualcosa di autentico.

Un percorso tra arte e città: le tappe di  Seasons la mostra diffusa di Maurizio Cattelan.

Cinque opere, quattro luoghi simbolici, una città che si trasforma in museo a cielo aperto. Dal 27 giugno al 27 settembre 2025, Bergamo accoglie Seasons, la mostra diffusa di Maurizio Cattelan.

Ogni tappa rappresenta non solo un’opera, ma un dialogo con lo spazio che la ospita. I luoghi scelti non sono neutri: hanno una storia, una funzione, una memoria condivisa. E proprio per questo motivo, le opere si caricano di significati nuovi. L’interazione tra contenuto e contenitore diventa parte integrante del messaggio. Non si può comprendere Seasons senza leggere anche il contesto urbano in cui si muove.

Il percorso espositivo si snoda in quattro sedi e presenta al pubblico cinque lavori: alla GAMeC, in via San Tomaso, sono esposte Empire (2025), e No (2021); la scultura Bones (2025) è allestita nel vicino Ex Oratorio di San Lupo; al Palazzo della Ragione, in Piazza Vecchia, accoglie November (2024); mentre One (2025) – installazione site-specific prodotta in collaborazione con il Comune di Bergamo – si erge nella storica Rotonda dei Mille, nel cuore di Bergamo Bassa.

GAMeC: l’inizio del viaggio

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Empire: la rivoluzione imprigionata

La prima tappa è la GAMeC, in via San Tomaso 53. Qui Cattelan espone Empire, un mattone imprigionato in una bottiglia. Un gesto congelato. Una rivoluzione mai esplosa. Un invito a pensare alle occasioni mancate e ai sistemi che collassano. La bottiglia è una gabbia trasparente, la tensione è palpabile.

“Empire” è un’opera che si legge a più livelli: è al tempo stesso una metafora politica, una riflessione intima e una critica al tempo storico che viviamo. La bottiglia, oggetto quotidiano e domestico, diventa involucro per un gesto radicale, negato. Il mattone chiuso dentro racconta la frustrazione di chi vorrebbe cambiare, ma resta fermo. E nel suo restare, ci rappresenta.

No: il volto che non c’è

Accanto, No, opera del 2021. Una figura senza volto, ispirata al controverso Him (con l’immagine di Hitler con le dimensioni del corpo di un bambino), che stavolta è nascosto, censurato. L’assenza diventa presenza. Ciò che non si vede genera dubbi più profondi di ciò che si mostra. Il messaggio è chiaro: l’identità è fragile. E ci sfugge.

Il volto assente è un vuoto carico di significati. È l’inquietudine dell’invisibile, il peso dell’omissione. In un’epoca in cui tutto deve essere visibile e immediato, Cattelan ci propone un’assenza che pesa più di mille immagini. “No” è il rifiuto di una narrazione imposta. Ma è anche il nostro, di “no”. Quello che non riusciamo a dire. O che non vogliamo sentire.

Ex Oratorio di San Lupo: potere al suolo

Mostra Seasons di Maurizio Cattelan a Bergamo

Bones: l’aquila che non vola più

Pochi passi separano la GAMeC dall’Ex Oratorio di San Lupo, in via San Tomaso 7. In questo spazio carico di memoria, Cattelan installa Bones: un’aquila gigantesca, distesa a terra. Le ali aperte, ma senza slancio. Un simbolo di potere svuotato. Di controllo che non controlla più. Di forza che si trasforma in domanda.

“Bones” sembra raccontare il fallimento delle grandi narrazioni. L’aquila, figura imperiale, oggi è a terra, svuotata. Non c’è più nulla da dominare. Eppure, nella sua posa, mantiene una certa dignità tragica. È il potere che si arrende. O forse che si rivela per ciò che è: un costrutto fragile, esposto al tempo e alla storia.

Un simbolo che affonda nella storia locale

Quell’aquila ha radici bergamasche. Era il simbolo scolpito per la “Dalmine” nel 1939, omaggio a un discorso di Mussolini. Poi trasferita a Castione, privata del suo significato originario. Ora, Cattelan la ripropone spogliata, muta, inquietante. Che ne resta del potere, una volta che cade? Forse solo ossa.

Il recupero di questo simbolo locale arricchisce l’opera di una stratificazione storica che chiama in causa non solo la politica, ma anche la memoria collettiva. L’aquila, decontestualizzata e riposizionata, ci costringe a riflettere su quanto i simboli siano manipolabili e su come il loro senso possa cambiare nel tempo. Il potere, ci dice Cattelan, è fragile. E il nostro sguardo, oggi, può (e deve) cambiare.

Palazzo della Ragione: il margine al centro

Bergamo Seasons November Cattelan

November: il corpo che ci disturba

Nel cuore di Città Alta, a Palazzo della Ragione, November sconvolge ogni schema. Una statua in marmo raffigura un senzatetto nell’atto di urinarsi addosso. Un gesto di fragilità, di abbandono. Ma anche di dignità, scolpita con la solennità dei grandi eroi. Cattelan rovescia l’estetica del decoro. E ci chiede: chi decidiamo di vedere?

L’opera porta in uno spazio monumentale un’immagine normalmente rimossa. In un luogo dove si celebrava l’ordine, la legge, l’istituzione, entra un corpo marginale, escluso. Ma non c’è pietismo, non c’è denuncia esplicita. C’è solo la potenza della presenza. L’arte, ancora una volta, non urla. Sta. E ci obbliga a restare anche noi.

Il potere della fragilità

Nel silenzio della Sala delle Capriate, November parla con forza. Non urla. Non accusa. Sta. E nel suo stare obbliga lo spettatore a confrontarsi con ciò che normalmente evita. Non è solo provocazione. È uno specchio. Di una città che ha conosciuto il dolore. E oggi può riconoscersi anche nella sua parte più umana.

La scelta del marmo, materiale nobile e classico, è un atto preciso. Eleva la marginalità a soggetto degno di attenzione e memoria. Cattelan non giudica, non consola. Ci lascia solo con l’immagine. E la responsabilità di uno sguardo che può scegliere se ignorare o accogliere.

Rotonda dei Mille: la memoria in bilico

Maurizio Cattelan, si apre la mostra Seasons a Bergamo: cosa vedere e dove

One: il bambino sul gigante

Ultima tappa: la Rotonda dei Mille. Sotto gli occhi severi della statua di Garibaldi, spunta un bambino. È One, l’opera finale. Il piccolo mima una pistola con la mano. Un gesto ambiguo, che sfida, gioca, interroga. Un bambino che guarda i Mille. Che si misura con la storia. Che rompe l’iconografia dell’eroe e ci restituisce la sua complessità.

Il gesto può sembrare semplice, ma è carico di tensione simbolica. Chi è quel bambino? È futuro? È provocazione? È innocenza che si confronta con l’autorità? “One” apre un varco nel monumento stesso, lo contamina, lo rende meno assoluto. E così facendo lo rende più umano.

Quando il presente si arrampica sul passato

La zona, ridisegnata in epoca fascista, è già di per sé una narrazione. Il gesto semplice di quel bambino scuote le fondamenta della retorica. Chi siamo, oggi, rispetto a quei volti in bronzo? E che cosa insegniamo a chi viene dopo di noi?

Il contrasto tra l’immobilità della statua e il gesto vitale del bambino crea uno squilibrio che costringe lo spettatore a ripensare il senso stesso del monumento. “One” non distrugge il passato, ma lo interroga. E ci invita a farlo anche noi.

Perché questa mostra è diversa da tutte le altre

Quello che mi sono portata a casa muovendomi per la città alla ricerca delle 5 opere di Cattelan è che non c’è un percorso da seguire con la testa bassa. Non c’è un audio-guida che ti dice cosa pensare. C’è solo l’urgenza di confrontarsi con un linguaggio e un percorso che non chiedono approvazione, ma attenzione. Ogni opera, ogni installazione, è una tappa di un viaggio emotivo. L’arte, qui, non consola. Inquieta. E va bene così.

In un contesto urbano che troppo spesso viene vissuto come semplice sfondo, questa mostra costringe i cittadini e i visitatori a fermarsi, a guardare davvero. Le opere si inseriscono nel tessuto della città come interruzioni del quotidiano, ferite aperte che non vogliono essere ricucite. Il bello, in Seasons, non è mai estetico, ma esistenziale. E in questo modo ci chiede di entrare in relazione, più che con un’opera d’arte, con noi stessi.

Visite guidate per imparare a farsi domande

Dal fino al 27 settembre 2025, GAMeC e Brightstar propongono visite guidate gratuite. Due i percorsi:

  • Per adulti (martedì 26 agosto, sabato 27 settembre)
  • Per famiglie con bambini dai 6 anni (sabato 5 luglio e 6 settembre)

Le guide invitano a osservare, accompagnando lo sguardo. Durano circa 2 ore e mezza, partono dalla GAMeC e includono uno spostamento in navetta. Prenotazione obbligatoria: biglietteria@gamec.it.

L’obiettivo è stimolare una lettura condivisa e partecipata delle opere. Non si tratta di “capire” cosa voleva dire l’artista, ma di trovare un modo personale e consapevole per interagire con le opere e il loro contesto. Le guide diventano compagne di viaggio, non docenti. E questo cambia tutto.

Seasons di Maurizio Cattelan è un invito a guardare la città con occhi nuovi

Bergamo non è solo il suo passato. È un laboratorio aperto. Una città che cambia, che si interroga, che si mette in discussione. La mostra Seasons di Maurizio Cattelan ci chiede proprio questo: di uscire dalla comfort zone, di abitare il dubbio, di non accontentarci delle risposte pronte. Non è necessario “capire” le opere. Basta lasciarsi toccare.

Seasons è anche un modo per ridisegnare il rapporto tra città e abitanti, tra spazi pubblici e sguardi privati. L’arte non è chiusa in una teca. È lì, accanto a noi. E aspetta solo che qualcuno si fermi. Che qualcuno si lasci stupire. Forse non cambierà il mondo. Ma cambierà il nostro modo di guardarlo.

L’arte non deve piacere. Deve fare pensare.

Troppo spesso cerchiamo nell’arte solo il bello, il piacevole, il già noto. Ma l’arte contemporanea, come quella di Cattelan, serve a spostare lo sguardo. A farci inciampare nei nostri pensieri. A farci domande. E, se serve, a farci cambiare idea.

Il valore di una mostra come questa non sta nel numero di “mi piace” o di commenti entusiasti. Sta nella sua capacità di generare dibattito, confronto, disagio. L’arte è viva quando disturba, quando resta in mente, quando obbliga a tornare indietro e a rivedere un dettaglio. E se tutto questo accade passeggiando per la propria città, allora il miracolo è compiuto.

Un insegnamento: impariamo a sospendere il giudizio

Mille anni fa, quando stavo preparando l’esame di arte contemporanea all’università, ricordo di aver letto una frase su un testo monografico che è diventato un mantra per me, ogni volta che mi imbatto in qualcosa che non conosco: “Prima di dire “non mi piace”, prova a fermarti. Prima di criticare, ascolta. Soprattutto quando si parla di arte“. Devo dire che è stato uno degli insegnamenti più utili che ancora oggi cerco di mettere in pratica. E che ho messo in pratica avvicinandomi all’opera di Cattelan. Perché l’arte di Cattelan non è comoda. Ma è vera. È viva. E parla di noi, del nostro tempo, delle nostre fragilità.

Bergamo ci sta offrendo un’occasione rara. Non sprechiamola con mugugni superficiali. In un mondo che corre e urla, fermarsi due ore per guardare con attenzione 5 opere che non capiamo fino in fondo, e che possono anche sembrare respingenti, può diventare un atto rivoluzionario. Proviamo a metterci in gioco. E a guardare la città con occhi nuovi.

L’invito è a lasciarsi attraversare da ciò che non si capisce subito. A dare tempo all’incontro. Perché solo se accettiamo di non sapere, possiamo davvero imparare qualcosa. La mostra Seasons non offre verità. Ma offre uno spazio. Un tempo. Un dubbio. Che, forse, è il modo più autentico per stare al mondo. E per stare, davvero, in una città.

 

Note: le foto sono in parte mie e in parte recuperate in rete. 

 


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