Ricordare attraverso le foto l’ALT di Alzano Lombardo, il museo d’arte contemporanea che non c’è più.

Ad Alzano Lombardo, nel contesto di un grande complesso industriale ristrutturato trovava spazio fino a novembre 2017 un museo molto bello: l’ALT Arte Contemporanea, a detta di molti uno degli spazi per l’arte contemporanea migliori del Nord Italia.

ALT Arte Contemporanea era la creatura di Tullio Leggeri e Elena Matous Radici. Entrambi gli ideatori avevano desiderato e lavorato alla riqualificazione del vecchio stabilimento Italcementi di Alzano Lombardo, opera di Ernesto Pivano, risalente al 1883, acquisito all’inizio degli anni Duemila in fase di degrado avanzato e riaperto il 27 giugno 2009 come museo d’arte contemporanea e spazio multifunzionale.

Alt edificio

ALT era il frutto della comune passione per le forme espressive contemporanee, guidata dalla ricerca del bello, e della (ri)lettura innovativa, laterale, di uno degli impianti industriali più significativi dell’intera provincia di Bergamo. Un edificio monumentale, per decenni centro nevralgico per la produzione del cemento Portland e in cui avevano lavorato centinaia di persone, ha ospitato per quasi una decina d’anni uno sguardo ‘diverso sulla realtà – quello dell’arte.
ALT significava Arte, Lavoro, Territorio. Una sensibilità peculiare per le diverse opere dell’uomo: dipinti, installazioni e sculture si fondevano all’edificio industriale storico e alla memoria operaia, dialogando con il pubblico in modo nuovo e sperimentale.

Alt logoArte”, una collezione che raccoglie il meglio della produzione internazionale degli ultimi due secoli;
Lavoro”, a partire dall’edificio che ospitava lo spazio, un ex opificio della Italcementi, esempio di recupero funzionale di archeologia industriale e simbolo dell’attività imprenditoriale che sottende alla nascita della raccolta d’arte;
Territorio”, un legame che porta la collezione nel luogo che lo stesso Fausto Radici aveva scelto insieme a Leggeri proprio per diventare un punto di riferimento per l’arte contemporanea.

Non era certo un museo di tipo classico, ma un museo vivo al cui interno la gente poteva assistere a spettacoli teatrali, o sfilate di moda, mangiare o ascoltare musica, lavorare o assistere a convegni.

Il progetto architettonico era significativo: nell’idea di una convivenza con la gente, ALT si presentava con 3500 mq di spazi espositivi, una libreria con volumi di arte contemporanea e spazi per conferenze, incontri ed eventi di arte contemporanea. Il tutto all’interno dell’ex opificio Italcementi – opera del 1883 definita nella sua forma finale da Ernesto Pirovano – la cui riqualificazione ha ricevuto la segnalazione al prestigioso Convegno Mondiale di Architettura di Istanbul nel luglio 2005.

L’edificio apparteneva infatti alla parte ovest del complesso dell’ex cementificio Italcementi:  una vecchia costruzione industriale della fine dell’800, situata lungo la storica Ferrovia della Valle Seriana, attuale metropolitana leggera Bergamo – Albino, oggi sotto tutela.

La ristrutturazione è stata caratterizzata dalla tecnica dell’assemblaggio e dell’avvitamento della struttura dove tutte le componenti, sia orizzontali portanti che verticali, sono state realizzate con elementi facilmente rimovibili per fare in modo che l’intervento, nel suo insieme, potesse facilmente essere rinnovato e modificato senza doverne intaccare l’architettura originaria.

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Le strutture orizzontali, ad esempio, sono state attaccate alle colonne in muratura esistenti mediante avvitamento delle stesse, i piani che sorreggono sono interamente asportabili ed i divisori verticali sono stati realizzati con pannelli a pareti mobili di vetro. Questo permette di dare all’attuale utilizzatore la disponibilità di un organismo flessibile e adattabile a nuove future esigenze d’uso ed in più, trattandosi di un edificio di notevole interesse storico, l’idea “futuristica” è quella di permettere ulteriori rinnovamenti e restauri in un futuro lontano, senza per questo intaccare o danneggiare lo storico impianto ottocentesco.

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Le opere raccolte da Tullio Leggeri erano quasi tutte di grande qualità e mai scelte a caso. Si trattava di Una collezione trasversale, come scelse di chiamarla il curatore Fabio Cavallucci: un nucleo eterogeneo, complesso, multiforme, che sfuggiva alle catalogazioni tassonomiche tipiche dei musei canonici, nato dalla passione e dal gusto di collezionisti privati.

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Trasversale” perché attraversava obliquamente periodi, stili, gruppi e movimenti. “Incidente rispetto alle rette parallele del mainstream e dell’avanguardia, raccoglieva opere e artisti che lavorano con stilemi e tecniche diverse e opposte, senza comunque entrare mai in conflitto. Un nucleo di opere che, nelle intenzioni dei creatori, si poneva come base per un continuo work in progress, aperto alle nuove sperimentazioni, grazie anche alle residenze in programma e agli spazi/atelier destinati agli artisti ancora da scoprire; con un occhio privilegiato alla didattica museale, destinata non solo ai bambini, ma a ogni tipo di fruitore”.

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La collezione nasceva come raccolta personale, domestica, e salvo alcuni casi non presentava opere enormi. Una selezione così eterogenea evidentemente non era facile da fare, ma il risultato è stato eccellente: le opere erano tutte belle. Pezzi rari, distanti dalle produzioni canoniche.

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Tra le opere esposte che vogliamo ricordare c’erano:

  • gli scatti neri monocromi di Vanessa Beecroft,
  • la piramide di animali in tassidermia di Love Saves Lives di Maurizio Cattelan; grande classico
  • la di Zorro, proposta sempre da Cattelan come tre squarci nella tela che prende posto insieme ai capolavori ispiratori degli spazialisti,
  • l’Achromedi Piero Manzoni, opera da manuale di storia dell’arte
  • l’autoritratto di Man Ray, con mezza faccia con la barba e mezza senza,
  • Autoritratto di Beuys con uno straccio sul volto, per quanto grandi pochi centimetri, emanano un’energia enorme.
  • Andrea Mastrovito Matteo Rubbi – entrambi bergamaschi – nuove leve dell’arte contemporanea
  • Michael Fliri;
  • i tagli di Lucio Fontana,
  • Garibaldi

Entrando si notava subito quanto lo spazio fosse imponente e, allo stesso tempo, frammentato da volte e pilastri. La luce era uniforme, zenitale. Quasi fosse la luce di una chiesa o di una moschea. Era uno spazio che assorbiva, che raccoglieva le opere e le uniformava. Così come accade in una chiesa, dove gli affreschi, i dipinti e le sculture diventano visibili nei dettagli solo quando ci si avvicina. Ecco, in questo spazio accadeva un po’ la stessa cosa.

Quindi la mostra si dispiegava, almeno nella prima parte, come un percorso “aperto”, dove i lavori s’incontravano dietro ai pilastri, o nelle pareti di fondo, scoprendoli un po’ alla volta. Si perdeva il gigantismo, ma si guadagnava in concretezza e verità dell’opera.

[Silenzio]

Vi sarete accorti che ne ho parlato al passato. Si, perché dal 15 novembre 2017 questo spazio è chiuso. L’ALT non è più visitabile. L’ALT non esiste più.

Non entro nel merito della faccenda che ha temi economici e legali di cui non so nulla e su cui avrei difficoltà a dare un mio giudizio, ma quello che mi dispiace è che, a dispetto di tutto quello che si potrà dire o scoprire sui giornali, chi ha perso siamo noi che amiamo l’arte contemporanea, noi  che non potremo più godere del piacere di ammirare queste splendide opere se non in occasioni speciali tipo prestiti o esposizioni temporanee chissà dove.

Ecco, questo mi fa molta molta tristezza. E per questo continuerò a visitare la mostra on line, sui siti che ancora riportano notizie e foto delle splendide opere che erano esposte, continuerò a farmela raccontare da chi ha partecipato all’acquisto o al trasporto delle varie opere dagli studi degli artisti all’ALT, da chi l’ha vissuta e visitata più volte.

Sperando che qualcuno decida prima o poi di offrire un nuovo luogo degno di una così ricca collezione d’arte e che si possa tornare a visitarla. In un momento così difficile in cui le realtà pubbliche annaspano, abbiamo bisogno di sensibilità e attenzione anche per le iniziative dei privati . Non si tratta solo di ALT, ma di tanti altri spazi e fondazioni in difficoltà . E’ quasi una necessità biologica: l’arte, apparentemente superflua, è fondamentale per la nostra esistenza.

[Silenzio]

 

Nota: tutte le info riportate sono l’elaborazione di post recuperati in Rete. Le immagini sono prese dal sito di ALT o dalla pagina FB sempre di ALT. Sono pronta a segnalare l’autore qualora mi venisse chiesto o ad eliminarle nel caso in cui lo stesso non gradisse.

 

 

 

 

 

 

 

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