Prendere un tè a Palazzo Terzi, splendida dimora storica in stile barocco

Ho avuto occasione di entrare a Palazzo Terzi grazie alla visita organizzata dal GAB (Gruppo Archeologico Bergamasco) Un Tè a Palazzo Terzi. Visitare una antica dimora nobiliare bergamasca e finire bevendo il tè in uno dei salottini settecenteschi arredato con mobili originali era un’occasione che non volevo perdermi per nessun motivo al mondo. E ho fatto bene ad approfittarne perché è davvero un luogo straordinario, sia per la ricchezza dei suoi interni magnificamente arredati che per gli intrecci e i riferimenti storici che ho potuto ascoltare durante la visita.

Herman Hesse, futuro premio Nobel ci arrivò per caso una mattina mentre stava percorrendo le vie di Città Alta per raggiungere Piazza Vecchia e ne rimase incantato. Lo stesso incanto che ho provato io quando si sono aperte le porte di Palazzo Terzi e il mio sguardo si è posato sul meraviglioso cortile- terrazzo che domina la pianura: «Si scorgeva un cortile con piante e una lanterna, oltre il quale due grandi statue e un’elegante balaustra si stagliavano nitidi, un un’atmosfera trasognata, evocando, in quell’angolo stretto tra i muri, il presagio dell’infinita lontananza e vastità dell’aere sopra la pianura del Po». Non sono mie queste parole, ma sono di Hesse e le scrisse nel 1913. Eppure, posso assolutamente dire che quella sensazione è ancora vivissima in tutti quelli che attraversano il portone del palazzo in un  «[…] angolino recondito che portava grandiosamente il nome di piazza Terzi. […] Rimasi lì incantato; era un lembo dell’Italia più bella, una delle molte piccole sorprese di godimento per cui vale la pena viaggiare».

 

 

Visitare questi antichi palazzi di Città Alta, è sempre molto interessante perché ogni volta si scoprono delle storie umane meravigliose che si intrecciano con quelle della città e in alcuni casi (come appunto questo) con la storia d’Italia. Questo palazzo può vantare incursioni nella storia del nostro Paese, partendo dalle lotte Ghibellini Guelfi del Medio Evo, passando per i Mille Garibaldini (vediamo un carretto all’ingresso del cortile), i moti del Risorgimento Italiano (una bandiera italiana fu nascosta nel ripostiglio di una finestra al ritorno degli Austriaci per poi essere consegnata al sindaco di Bergamo), una Campagna di Russia  e le due Guerre Mondiali. In queste stanze hanno soggiornato personaggi illustri e sono arrivate lettere e missive di musicisti, architetti (negli archivi della famiglia Terzi si trova ad esempio traccia dei rapporti epistolari con Giacomo Quarenghi, d’istanza a San Pietroburgo), letterati e principi.

Dal punto di vista architettonico, Palazzo Terzi costituisce un caso particolarmente interessante, sia per le problematiche logistiche (venne costruito su un terreno occupato da costruzioni rinascimentali che sono state inglobate negli ampliamenti sei-settecenteschi), sia perché rientra a pieno titolo nel clima di affermazione sociale che attraversò tutto il periodo dalla fine del Seicento a tutto il Settecento (costruire palazzi splendidi era d’obbligo se si voleva essere considerati davvero ricchi e nobili).

L’edificio sul fronte piazza risultava stretto da un lato dal parco di Palazzo Recuperati, mentre su quello opposto era condizionato dal limite della rocca sulla quale sorge Città Alta, sulla parte alta di una pendenza parecchio scoscesa. Questa particolare posizione tuttavia non impedì ai Terzi di modificare l’assetto della piazza antistante e predisporre nel tempo un giardino distribuito sui vari livelli del terreno. Affacciandomi dalla terrazza è possibile vedere proprio questi terrazzamenti. Pare che i progetti più recenti, e dei quali esiste della documentazione, risalgono al 1783 e furono commissionati dal marchese Antonio Terzi a Simone Cantoni.

In origine per entrare nell’abitazione bisognava percorrere un vicolo largo non più di quattro metri, ma grazie all’architetto, Filippo Alessandri, parente dei Terzi, questo vicolo nel 1700 diventò una magnifica piazza di pertinenza del palazzo (e di proprietà della famiglia). L’architetto fece asportare parte del terrapieno dal giardino di fronte, di proprietà del conte Ricuperati, e trasformò quello spazio in un luogo elegante e omogeneo con lo stile della facciata del palazzo. Fece costruire un muro che arredò con una nicchia-ninfeo nel quale è ospitata una statua. Sebbene quando si passa, tutti pensino subito all’effigie dell’Atalanta (squadra di calcio cittadina) in realtà si tratta della statua raffigurante l’Architettura, sormontata da due puttini che rappresentano la Primavera e l’Estate. Per rendere tutto l’insieme omogeneo aggiunsero le statue  Autunno e Inverno sulla facciata del palazzo e la Piazza diventò quella che è arrivata fino ai giorni nostri.  Oggi è una piazzetta privata di cui i proprietari del palazzo si prendono cura.

Il palazzo così come lo conosciamo fu costruito in quasi un secolo.
La prima fase della costruzione del palazzo, che coincise con le nozze fra il marchese Luigi Terzi e la giovanissima Paola Roncalli (1631), interessò la facciata e l’ala meridionale della dimora. Fino agli anni Settanta, le stanze di questa ala furono oggetto di svariati interventi eseguiti da mani diverse.

Luigi Terzi, dimostrando vero interesse per la pittura lombarda contemporanea, dovendo decorare gli ambienti del suo palazzo all’inizio degli anni Quaranta convocò Cristoforo Storer, un pittore di Costanza formatosi presso la bottega milanese di Ercole Procaccini il giovane. Dello Storer sono gli affreschi raffiguranti l’Astronomia (ovato centrale), i Quattro elementi e le Quattro parti della Terra nel Salottino degli Specchi (così chiamato dopo le trasformazioni di primo Settecento di cui si dirà e che coprirono le quadrature originali del bergamasco Domenico Ghislandi) e quelli risalenti al 1645 nella Sala rossa. Nello stesso salottino di Palazzo Terzi si sono conservate anche le parti di architettura illusionista di Ghislandi.

Negli ambienti di Palazzo Terzi affrescati all’indomani dell’impresa in Palazzo Moroni (dove lo stesso artista tornò a lavorare sui ponteggi con il suo primo maestro, il cremasco Gian Giacomo Barbello, 1650-1653), il Ghislandi sfodera un’audacia nuova e personale.

Nel Salone d’onore, per la prima volta, inventa una quadratura nella quale a mutare è l’idea stessa di spazio che attraverso le aperture illusioniste fa affiorare brani “del grande paesaggio” esterno, di un Creato vastissimo di cui si colgono alcuni passaggi, alcuni frammenti. Appartengono allo stesso ciclo decorativo del Salone d’onore anche le quattro grandi tele eseguite da Cristoforo Storer (1655-57), coeve e vicine stilisticamente per ridondanza compositiva a quelle realizzate per la Basilica bergamasca di Santa Maria Maggiore, la cui commessa fu favorita dalla mediazione della famiglia Terzi.

Allo stesso periodo risalgono alcuni arredi del palazzo fra cui il camino sulla parete maggiore del Salone d’Onore. È un’opera plastica dalle dimensioni ragguardevoli che celebra la potenza e l’eccellenza della famiglia. Lo testimoniano i leoni laterali di sostegno e soprattutto lo stemma araldico collocato al centro del frontone curvilineo appoggiato alla cappa. Quanto alla paternità dell’opera, attraversata da racemi a girale (Motivo decorativo tipico dell’arte rinascimentale, costituito da una foglia d’acanto o di vite in forma di voluta) e da diversi motivi naturalistici, per la generosità del disegno e la carnosità delle forme presenta significative affinità stilistiche con le opere degli stuccatori luganesi Sala, attivi in quegli anni nei principali cantieri cittadini seguiti, fra gli altri, dai Terzi (in particolare quello della MIA).

La seconda fase dei lavori, preceduta da una serie di acquisizioni immobiliari corrispondenti alla parte settentrionale dell’edificio, ebbe inizio un secolo dopo in occasione dell’unione fra il marchese Gerolamo Terzi e Giulia Alessandri (1747). Fu proprio in questa occasione che venne ampliata la piazza antistante e, su un progetto di Giovan Battista Caniana poi ripreso e modificato alla morte di quest’ultimo (1754) dal fratello di Giulia, l’architetto Filippo Alessandri.

E di quel periodo la sistemazione della terrazza. Splendida la vista tra le statue dello scultore Giovanni Antonio Sanz (Bergamo 1702-Bergamo 1771 circa) che su affacciano dalla balaustra della terrazza: a destra la Pittura, a sinistra la Scultura. Entrambe a formare un importante tema decorativo con la grande statua dell’Architettura posizionata nella nicchia in piazzetta Terzi.

La condizione attuale della maggior parte degli ambienti del palazzo risale agli interventi architettonici settecenteschi di cui s’è accennato e riflette l’ottica nuova e barocchetta che li ha prodotti. Tutte le stanze, nelle quali attorno alla metà del secolo si avvicendarono frescanti, stuccatori, indoratori ed ebanisti, offrono prove di eccellenza nell’accostare materiali diversi.

Ma veniamo al nostro tè.

Alla fine della visita ci hanno portato in un salotto meno sontuoso di quelli visitati precedentemente, ma più intimo. Era la sala dove si riunivano le donne di famiglia per cucire e pregare, leggere e parlare. Alle pareti tavoli d’appoggio con porcellane e alzatine per la frutta e grandi specchi con i candelabri per raddoppiare la luce.

Abbiamo preso il tè e abbiamo continuato ad ascoltare le vicende di questa importante famiglia bergamasca dalla voce di un giovane discendente Terzi e mentre ascoltavo ho cercato di immaginare tutto come fosse un film. E questo film è stato molto avvincente.

 

Finito il tè siamo usciti di nuovo sulla terrazza per fare le ultime mille mila foto. Il buio, le statue, le luci della città, il cielo erano uno spettacolo che non si può raccontare.

Quindi, se un giorno doveste per caso andarci, e trovate un pezzo di cuore in un angolino della terrazza, sappiate che è il mio: l’ho lasciato lì durante la visita guidata.

 

Per saperne di più sulle visite e sugli eventi che vengono organizzati nel corso dell’anno, ecco il sito di Palazzo Terzi. Oppure controllate sempre la pagina FB del Palazzo 

 

Note:
Questo post è stato scritto utilizzando alcune informazioni trovate in Rete in vari siti turistici e non e su quello di Palazzo Terzi utilizzando come traccia la visita guidata del GAB alla quale ho partecipato nel 2016. Nel caso ravvisiate delle imprecisioni, sono pronta a modificarle. 

Le foto sono tutte mie e sono state fatte in quell’occasione. Nel caso in cui nella dimora per qualsiasi motivo non siano presenti gli arredi fotografati, me ne scuso, ma si tratta di foto che hanno più di un anno. Non appena tornerò a visitare il palazzo, sarà mia cura aggiornarle. Se le foto non dovessero piacervi, vi segnalo questo video con immagini molto ben fatte. 

Le informazioni sulla Famiglia Terzi sono state volutamente limitate, ma se volete saperne di più ecco un link utile (oltre a quello del sito del palazzo).