Riscoprire l’ex Italcementi di Alzano Lombardo, monumento di archeologia industriale lombardo.

Ci passo davanti quasi una volta alla settimana da oltre vent’anni e ogni volta penso che sia uno straordinario gigante addormentato, che un tempo doveva essere qualcosa di veramente potente e che sia un peccato vederlo così, ferito e abbandonato. E’ l’ex Cementificio Italcementi di Alzano Lombardo, in origine chiamato Officina Pesenti per la produzione del Portland, che oggi rappresenta uno dei principali monumenti di archeologia industriale presenti in Lombardia.

 

Pensavo di visitarlo durante l’uscita Alzano nei Secoli organizzata dalla ProLoco e dagli operatori culturali, ma purtroppo ho scoperto che non è più visitabile all’interno se non con autorizzazioni speciali e per gruppi piccolissimi: per questo ho ascoltato con attenzione la spiegazione della guida messa a disposizione dalla ProLoco che ci ha descritto sia gli esterni che la storia di questo complesso industriale e poi, a casa, mi sono vista alcuni video interessanti che  consentono punti di vista davvero inusuali. Quello di Alisei Memories è davvero molto ben fatto e lo consiglio a tutti e quello di Human Safari è molto interessante perchè lo esplora davvero camminandoci dentro e sopra raggiungendo luoghi impervi e inaccessibili ai più.

La cementeria di Alzano Lombardo nasce ufficialmente nel 1883 e per oltre 70 anni ha rappresentato il fiore all’occhiello della Società Italcementi. Dismessa negli anni Settanta per perdita di capacità tecnologica, nel 1980 è stata messa sotto tutela per essere non solo monumento del cemento ma anche monumento di cemento. L’imponente fabbrica infatti fu edificata con l’impiego quasi esclusivo dei materiali che venivano prodotti nella stessa (cemento bianco, grigio, le tre varietà di Portland e cemento Grenoble a pronta presa).

Monumento industriale sì, ma anche testimonianza delle migliaia di uomini che vi hanno duramente lavorato in oltre un secolo.  L’Officina Pesenti (che tutti ormai conosciamo come Italcementi) è innanzitutto una storia di volti e di uomini, un luogo della memoria in una sorta di contrapposizione tra etica ed estetica, natura e tecnologia, uomo e macchina. Il tutto reso ancora più affascinante dal silenzio irreale e drammatico di questo gigante.

Sono legata a questo sito per motivi personali, anche se non l’ho mai visto attivo e non ho mai vissuto in questi luoghi. Ricordo infatti quando 25 anni fa, la domenica a pranzo ad Alzano ascoltavo i racconti del nonno di quello che sarebbe diventato mio marito, su quando da ragazzo lavorava proprio nel reparto forni dell’Italcementi: era uno degli operai addetto a togliere le vetrificazioni che si formavano sulle pareti dei forni dopo la cottura del cemento. Raccontava del calore fortissimo che rimaneva dentro queste bocche scure, un calore che ti entrava nei polmoni impedendoti di respirare anche se erano ore che erano spenti. Raccontava di quanto fosse faticoso e di quanti suoi amici e colleghi meno fortunati di lui che era arrivato a toccare i novant’anni erano morti per le malattie che allora non si conoscevano, ma che si potevano solo immaginare. I suoi colpi di tosse profonda inframezzavano questi racconti e ci lasciavano addosso una strana inquietudine. “Colpa delle sigarette” diceva lui. “Colpa dei forni” pensavamo noi. Perché lui non era arrabbiato con la fabbrica. Lui era fiero di averci lavorato. Perché tutti ai suoi tempi volevano lavorare al cementificio, perché era un lavoro sicuro e perché significava poter garantire alla propria famiglia un piatto in tavola tutti i giorni.

Questo stabilimento, nel periodo di massima attività impiegava oltre 400 persone, in larga parte uomini. Ecco perché era così importante. Ecco perché la storia di questo stabilimento si lega a doppio filo con la storia di Alzano e della Valle.

Ma non solo. Le Officine Pesenti di Alzano, come tutte le proprietà dei Pesenti del resto, furono un vero e proprio manifesto del cemento naturale nelle sue molteplici qualità e impiego, un cemento ottenuto attraverso la cottura diretta di rocce di particolare composizione chimico-mineralogica (calcari marnosi, con calcare e argilla) estratte per la maggior parte in zona.

Le Officine Pesenti prendono forma a partire dal 1883 grazie ai fratelli Carlo, Pietro, Cesare, Daniele e Augusto Pesenti, figli di Antonio. Ma il ruolo decisivo sul piano tecnico della produzione e della costruzione è da attribuire senz’altro a Cesare Pesenti , ingegnere e figura di assoluto livello nella cultura tecnica dell’epoca fino alla sua morte che avvenne nel 1933. Egli non solo programmò e definì il ciclo tecnologico produttivo sui più aggiornati modelli francesi (si dice che si fece assumere in un cementificio in incognito per carpire i segreti del ciclo produttivo cementifero dei concorrenti francesi al tempo più avanti tecnologicamente), ma sperimentò e modificò a tutto vantaggio dell’efficienza produttiva la tipologia di forni verticali più diffusi dell’epoca (i forni da cemento Dietzsch), brevettando nuovi sistemi meccanici (pulegge, calandre, ecc.) e plasmando la struttura costruttiva della fabbrica, a partire dai primi edifici ancora realizzati in tecniche murarie tradizionali, sino alle strutture in cemento “semiarmato”, realizzate e perfezionate tra la metà degli anni Novanta dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo.

scivoli per l'insaccamento del cemento
Tratta dal video Alisei Memories

Va segnalato che furono proprio questi gli anni in cui vennero introdotte anche in Italia le prime applicazioni del cemento armato, e Cesare Pesenti fu fra i primi a coglierne le potenzialità e a divulgarne l’utilizzo attraverso un suo manuale edito a partire dal 1906.

Il cementificio, come pure le Cartiere Paolo Pigna più a valle, sorgono lungo il corso della Roggia Morlana, antico canale estremamente prezioso per l’approvvigionamento d’acqua e per la forza motrice idraulica prima, elettrica poi (grazie alle turbine, e in seguito alle centrali elettriche), che pare fosse spesso al centro di contenziosi e dispetti tra le due fabbriche. L’apparente aspetto unitario della fabbrica, composta da due corpi di fabbrica (quello occidentale, più antico, e quello orientale, che ospitava i forni, il vero cuore produttivo dello stabilimento) si deve proprio a Cesare Pesenti.

Come tutti gli edifici industriali, anche questo è cresciuto insieme al business dell’azienda. I documenti e i manufatti che si ritrovano mostrano un’opera incessante di addizioni, ampliamenti, sopraelevazioni, compiute prevalentemente sino agli anni Venti per assecondare le innovazioni tecnologiche, e nel secondo dopoguerra, per cercare di non perdere in competitività tecnologica come il Montacarichi Falconi (nella foto sotto).

Proprio le strutture progettate da Cesare Pesenti e realizzate in cemento “semiarmato” (ossia con limitatissimo uso di ferro, all’epoca assai costoso, in favore di una ottima qualità del cemento e della messa in opera) costituiscono un esempio assolutamente di grande interesse nella storia della tecnica costruttiva italiana, sia per gli aspetti formali, che tecnologici, che per i peculiari processi di degrado del calcestruzzo indotti dai decenni di abbandono.

I due complessi sono molto differenti tra loro nell’impianto e nelle forme, a testimonianza sia del diverso ruolo funzionale assegnato che della complessa sequenza costruttiva. Nel complesso orientale sono presenti i forni, i silos, la macinazione e buona parte dell’insaccamento, mentre in quella occidentale principalmente il magazzino, le spedizioni e gli uffici amministrativi.

Se guardiamo l’impianto invece dal punto di vista architettonico, questo riesce a conciliare l’innovazione tecnologica con l’eclettismo stilistico tipico del periodo storico dell’epoca. Dei due corpi di fabbrica, quello più interessante è senz’altro quello occidentale (che oggi ritroviamo ristrutturato e riconvertito a nuovo uso), in stile moresco bizantino. Si tratta di un lungo edificio abbellito sulla facciata da un loggiato sorretto da colonne slanciate e bordato da una balaustra che termina alle estremità in due torrette decorate da archetti pensili. Sui lati, due file di finestre binate, le più basse incorniciate da arcate cieche a tutto sesto.

Sotto potete trovare due immagini: una riferita all’edificio prima della ristrutturazione e l’altra riferita ad un particolare dell’edificio così come si trova adesso).

italcementi vecchia immagine

Anche nei sotterranei che non ho potuto visitare, ma di cui si possono trovare le immagini della ristrutturazione e riconversione a struttura pubblica espositiva, si trovano volte e voltine sorrette da colonne in stile dorico, rintracciabili anche nell’edificio orientale. Da notare sulle colonne della parte non ristrutturata, i rivestimenti di polvere di cemento che sembrano intenzionali e che invece sono stati modellati dal vento negli anni.

Capitello in cemento con concrezioni cementizie
tratta dal video Alisei Memories

La parte est è la parte, invece, più interessante sotto il profilo industriale e scenico: in ogni stratificazione costruttiva che si trova è possibile leggere l’evoluzione delle tecniche di produzione del cemento: dai primi forni a tino ai forni verticali tedeschi della fine dell’Ottocento, fino ad arrivare ai forni verticali Pesenti che attualmente dominano la fisionomia del complesso con le sei ciminiere circolari.

Ma non solo. Osservando l’edificio si distingue chiaramente quella sorta di pelle grigia e rugosa che lo ricopre, caratteristico effetto della sedimentazione delle polveri di cemento. E i grigliati che avrebbero dovuto permettere la circolazione dell’aria e che invece sono quasi del tutto occlusi dalla polvere di cemento fossilizzata dalla presenza di umidità.

I camminamenti e i passaggi a varie altezze (fondamentali per il trasporto interno dei materiali), nonché la maestosità dei silos per la stagionatura del klinker e del cemento finito, completano la scena di un monumento particolarmente suggestivo e carico di nostalgia.

Il cementificio Pesenti costituisce un episodio unico della storia del cemento e del calcestruzzo in Italia: nella sua struttura è tuttora leggibile l’intera storia produttiva dei cementi naturali. Lo stabilimento, infatti, in seguito all’eccessiva stratificazione strutturale legata proprio all’origine della produzione del cemento naturale, è scampato agli adattamenti necessari alla produzione di cemento artificiale, a cui invece sono stati sottoposti tutti gli altri siti produttivi. Questo, però, segnò un inevitabile declino del cementificio che, con l’affermarsi dei cementi artificiali e di nuove tecnologie produttive, fu pian piano dismesso. Fu tuttavia l’unico cementificio in Italia a continuare a produrre il cemento naturale fino al 1966 (anno di spegnimento dei forni) nonostante la tecnologia fosse andata avanti e i bassi profitti non giustificassero più l’attività di questo sito. Forse ciò fu dovuto essenzialmente alla volontà caparbia del direttore di questo cementificio di tenere aperta una fabbrica così importante per Alzano e la valle. Egli tentò fin dove riuscì ad ammodernare la fabbrica, ma ad un certo punto la struttura era così pachidermica e poco flessibile che si dovette desistere e andare verso la chiusura definitiva.

La dinamicità strutturale dell’edificio, che ne ha inibito la trasformazione, è legata all’evoluzione delle diverse qualità di cementi qui prodotti nell’arco di oltre ottanta anni e agli intenti dichiaratamente sperimentali dell’ingegnere Cesare Pesenti, che testò potenzialità d’uso, qualità di resistenza e durata delle strutture in conglomerato cementizio direttamente sull’edificio.  La forte componente sperimentale è però tra le cause che portò al suo rapido e intenso deterioramento, come si può vedere nell’edificio a levante.

E comunque, io un giretto dentro, se qualcuno decidesse di renderlo possibile, un giorno, me lo farei. Come mi farei un giretto all’interno di Villa Camilla, residenza di Augusto Pesenti e della sua famiglia.

 

Note:
Le informazioni tecniche e storiche contenute in questo post sono state raccolte in vari documenti pubblicati in Rete seguendo la traccia della visita guidata organizzata dalla Proloco di Alzano Lombardo, “Alzano nei secoli”.
Ecco il primo – se lo stampate potete leggervelo mentre percorrete il marciapiedi della TEB che costeggia il Cementificio. E il  secondo e il terzo.  
E l’ultimo.

Il racconto dei pranzi della domenica col nonno Giovanni  sono il frutto dei ricordi di un anziano signore che al tempo aveva già 91 anni e che ora riposa nel cimitero di Nembro.

Molte delle foto sono mie (e si vede). Quelle che ho tratto dal video del canale Alisei Memories sono segnalate e sono 3. E sono pronta a eliminarle nel caso in cui l’autore non gradisse.

Se volete approfondire la vostra conoscenza di questo monumento del cemento e di Alzano ecco una utile bibliografia da cui attingere.