Curiosità | Il quadro del bergamasco Palma il Vecchio riconosciuto nel bunker di Hitler a 68 anni di distanza

Adolf Hitler e Palma il Vecchio. E il mistero di un quadro con il volto di donna dipinto da un artista serinese trapiantato a Venezia nel 1520, fotografato nel tragico caos del Führerbunker espugnato alla morte del dittatore. Un quadro riconosciuto solo nel 2013 da una coppia di storici dell’arte e blogger in una fotografia del 1945. Il Palma, all’anagrafe Jacopo Negretti, bergamasco di origine, veneziano di adozione all’epoca dei Tiziano e dei Bellini, era infatti l’autore del quadro con cui il Fürher aveva deciso di arredare il suo ultimo nascondiglio. Ecco quindi che molte domande vi verranno spontanee come sono venute a me: cosa ci faceva un quadro di Palma il Vecchio nel bunker di Hitler al momento della sua morte? Perché era lì? Da dove proveniva? Dov’è finito?

Un quadro molto affascinante che ritrae una donna bellissima che si sistema i capelli appesantiti probabilmente dalla pasta usata per schiarirli. Lo sguardo rivolto verso il basso, la postura, i capelli crespi e chiari, abbandonati sulle spalle, le maniche pompose della camicia. Il vestito è leggermente slacciato: qualcuno dice che fosse di colore rosso (versione del critico Philip Ryland), qualcun altro dice che invece fosse verde per via dei piccoli riflessi delle pieghe con una stoffa gialla sul braccio sinistro (versione di Vittorio Sgarbi che ipotizza fosse una Maddalena).

Un quadro di Palma il Vecchio ritrovato nel bunker di Hitler

Primavera 1945. Berlino è distrutta. Hitler è riverso sul divanetto accanto a Eva Braun, sua moglie. Nel bunker entrano quattro persone. Tra loro, c’è un fotografo della rivista americana Life, William Vandivert, che scatta una serie di fotografie del luogo. L’obbiettivo della macchina fotografica inquadra il divano, i mobili distrutti, le carte sparpagliate sulla scrivania. Poi, in un angolo, un quadro adagiato su una tanica di benzina. Deve essere caduto da una parete, il vetro della cornice è rotto e, in parte, confonde l’immagine. Si distingue chiaramente il viso della donna, le forme morbide, la mano che sposta i lunghi capelli biondi. È «Il ritratto di giovane donna» di Palma il Vecchio, pittore serinese, cresciuto artisticamente a Venezia all’ombra di Tiziano.

Fu infatti quello il dipinto scelto da Hitler per abbellire il suo ultimo rifugio segreto e che probabilmente guardò nei suoi ultimi istanti di vita. Un dipinto realizzato intorno al 1520 e di cui si erano perse le tracce negli Stati Uniti, prima della Seconda Guerra mondiale, ma le cui informazioni erano state raccolte e catalogate da  Philip Rylands, direttore della Peggy Guggenheim Collection di Venezia e autore della più completa monografia sul Palma.

Curiosità: la riscoperta del quadro trovato nel bunker di Hitler 

A scoprire che nel bunker di Hitler era appeso un quadro di Palma il Vecchio è stata una giovane storica dell’arte, Serena d’Italia, dottoranda dell’Università di Torino che, in modo del tutto casuale, nel 2013 vede le foto pubblicate dalla rivista Life con gli scatti inediti di Vandivert. Tra questi scatti c’era quello con l’immagine del quadro di Palma il Vecchio, che dal 1945 era rimasta negli archivi della rivista americana e che venivano pubblicati integralmente per la prima volta dalla fine della guerra.

La giovane storica dell’arte era subito rimasta colpita dal quadro con la donna bionda e dalla didascalia dove il fotografo precisava che il dipinto era stato rubato da un museo di Milano. Fu invece Sergio Momesso, il collega che si occupava con lei del blog storiedellarte.com, a riconoscerlo e a dire con certezza quale opera fosse. In un primo momento si era pensato a Tiziano, per via della forte somiglianza con la celebre «Donna allo specchio» del Louvre. Ma c’erano molti “Ma”. Così, dopo qualche ricerca e un utilizzo sapiente del database della fototeca della Fondazione Federico Zeri di Bologna, i sospetti e le ipotesi divennero certezza: era un quadro di Jacopo Negretti, detto il Palma il Vecchio.

Chi era Palma il Vecchio

Palma il Vecchio, Jacopo Negretti, nasce a Serina in provincia di Bergamo, intorno al 1480.

Sappiamo poco poco della sua prima formazione che avviene probabilmente con il pittore bergamasco Andrea Previtali. Si trasferì a Venezia intorno al 1510, anno in cui compare come testimone in un atto notarile. Lì studiò la pittura di Giovanni Bellini, prima, e quella di Giorgione poi. Durante la sua vita frequenta Tiziano, che si innamora di sua figlia Violante, e fu legato da amicizia con il concorrente Lorenzo Lotto.

Jacopo Palma il Vecchio era un pittore molto affermato ai suoi tempi. Infatti di lui resta una sola opera firmata, una Madonna conservata a Berlino, segno che era molto conosciuto. Inoltre Vasari lo riempie di complimenti arrivando a dire che l’arte di Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti c’è stata grazie proprio all’attività di Palma il Vecchio.

Cercò sempre la compiacenza di mecenati facoltosi che gli potessero permettere di guadagnare e produrre una gran quantità di dipinti, alcuni dei quali, va detto, non gli furono poi attribuiti.

Le opere di Palma il Vecchio

A seconda del committente il Palma cambia il suo modo di dipingere. Se la commessa arriva dalla chiesa o da qualche ente religioso dipinge in stile più prettamente veneziano, utilizzando il tipico fondo alla Bellini e dando una preminenza alla sacra famiglia, mentre per committenze private regala l’ascesa alla divinità, l’intimità al divino, con linearità di contorni e verismo più vicini al Lotto.

Le sue opere sono incentrate su soggetti mitologici, sacri e sulla ritrattistica. Sono da attribuire alla sua fase artistica giovanile i dipinti di soggetto mitologico: Concerto campestre, Venere e Cupido. Poi si rivolge a soggetti sacri, dipingendo pale d’altare e Sacre Conversazioni. Nelle sue Sacre Conversazioni, come quelle della Collezione Tyssen a Lugano, della Galleria degli Uffizi a Firenze e del Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Palma mostra grande scioltezza compositiva e una serena affabilità di toni.

Palma il Vecchio si distingue soprattutto per la sua ritrattistica. L’opera che meglio rappresenta la sua abilità nei ritratti è il “Ritratto dell’Ariosto” (National Gallery di Londra) dove si notano influssi dello stile di Giorgione. Realizza anche tanti ritratti di belle bionde fanciulle commissionati da privati, tra cui la “Fanciulla in profilo” del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Tra le sue opere più famose si ricordano diversi ritratti, per lo più femminili, come le “Tre sorelle di Dresda” e la “S. Barnaba” di S. Maria Formosa a Venezia.

 

Tutti i misteri sul quadro di Palma il Vecchio presente nel bunker di Hitler

I misteri e le domande che non hanno trovato subito risposta sul quadro di Palma il Vecchio, ritrovato nel 1945 nel bunker di Hitler e riconosciuto solo nel 2013 da una coppia di storici dell’arte blogger, sono diversi. Eccone alcuni.

Perchè un quadro di Palma il Vecchio era in possesso di Hitler?

Se vi state chiedendo cosa ci facesse quel quadro dell’artista bergamasco nelle mani di Hitler, la risposta è presto data. Ladro, trafugatore di opere, collezionista? Hitler era tutte e tre le cose.

Si racconta che fossero migliaia gli oggetti d’arte rastrellati in tutta Europa (dalle case dei ricchi ebrei alle gallerie più famose) che entrarono in possesso del Führer, di cui egli stesso fece accenno nel suo testamento personale. Michelangelo, Leonardo, Raffaello, Rembrandt, Van Dyck, senza dimenticare il Romanino in tempi più recenti soffiato a Brera. Avrebbero dovuto impreziosire le sale del gigantesco museo di Linz, alla fine rimasto solo un progetto. Non stupisce quindi che anche un quadro dell’artista di origine bergamasco potesse essere entrato in questa collezione come esponente della pittura rinascimentale.

Perchè si ipotizzò che Palma il Vecchio fosse un’opera trafugata a Brera?

La didascalia lasciata dal fotografo di Life aprì un mistero nel mistero. Secondo quando riportato sulla rivista Live, il quadro era stato saccheggiato in un museo di Milano. Brera per la precisione. Conferme di questo furto da Brera però non se ne hanno: negli archivi non risulta nessun quadro come quello visto nella fotografia.

E quindi perché nella didascalia si riportò Brera? Perché così si era letto sul retro della cornice? Una semplice ipotesi o una precisa informazione riportata magari sul retro della cornice? Erano anni molto complicati, dove sicuramente far sparire un’opera  e farla riapparire in una collezione privata, la più grande per quei tempi, messa insieme con l’obiettivo di farne il più grande museo d’arte del mondo occidentale era più semplice di quello che pensiamo.

Come arrivò il quadro di Palma il Vecchio dagli Stati Uniti a Berlino?

A differenza di quello che si trova scritto nella didascalia della rivista Life, l’ultimo museo che ne segnala la proprietà è l’Art Institute di Chicago, nei cui archivi risulta che inspiegabilmente non fu mai esposto e, soprattutto, che fu venduto nel 1934, poco dopo l’acquisizione. A chi non è dato sapere. Ma c’è un particolare che potrebbe diventare una risposta logica: il curatore di questo museo era tedesco e quel quadro potrebbe essere stato ceduto proprio negli anni dell’ascesa al potere di Hitler per compiacere qualcuno vicino al Fuhrer. Sono tutte supposizioni del curatore del catalogo, Rylands, ma quella potrebbe essere davvero la chiave per spiegare il passaggio dagli Stati Uniti a Berlino.

Quello che non trova invece risposta è se questo quadro sia arrivato nelle mani di Hitler direttamente o se abbia fatto altri giri. E’ possibile infatti che gli fu offerto in dono, come di frequente avveniva, da qualche gerarca nazista. Oppure che qualche collezionista avesse deciso di donarglielo per ingraziarsi i favori del Dittatore.

Perchè Hitler scelse proprio quel ritratto per abbellire il bunker?

Alla questa domanda probabilmente nessuno potrà mai dare una risposta. Perché proprio Palma il Vecchio? Che cosa legava Hitler a quel dipinto? Non lo sappiamo. Le ipotesi fanno pensare che questo legame dipendesse dall’immagine: la giovane donna ritratta da Palma il Vecchio assomigliava moltissimo ad Eva Braun, moglie del dittatore.

Di certo, doveva amare particolarmente quel quadro, se lo portò nel bunker insieme a pochi altri.  E di quella quella giovane donna oggi abbiamo solo l’immagine di un quadro con il vetro in frantumi. Da allora non se ne hanno più notizie. La sua storia si ferma lì.

Dove si trova ora il quadro?

Dal 1945 ad oggi non si sa più nulla di quel quadro. La speranza è che prima o poi, l’opera rispunti in qualche asta e la si possa bloccare, come è successo per il Romanino di Brera e per altre opere che erano state trafugate dai nazisti e sono rientrate nel circuito legale.  L’ideale sarebbe ritrovarla e farla rientrare in un museo italiano.

La commissione per recuperare i tesori nascosti dal Terzo Reich

Hitler trafugò opere nelle gallerie d’arte di mezza Europa. Aveva depositi stracolmi di opere rastrellate in tutta Europa con l’obiettivo di costruire un museo che celebrasse la grandezza del Nazismo. Un intento megalomane che rimase per fortuna solo sulla carta, spazzato via ad aprile del 1945, con la caduta del nazismo.

“Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg (ERR) era il nome della speciale task-force istituita da Alfred Rosenberg, uno tra i massimi ideologi del Nazismo e uno degli uomini più vicini ad Adolf Hitler, giustiziato poi nel ’46 dopo essere stato processato a Norimberga.
Attraverso operazioni direttamente collegate e funzionali all’Olocausto, ERR aveva il compito di impadronirsi delle opere d’arte e degli oggetti di interesse culturale nei paesi occupati dal Terzo Reich durante la 2a Guerra Mondiale. Tra i saccheggi più famosi, quello delle collezioni appartenenti a moltissime famiglie ebree di Francia e Belgio.
L’intero archivio di questi oggetti (quadri, sculture, mobili e altri oggetti) è ora online, con i registri e le fotografie dell’epoca, in cui si vedono anche uffciali nazisti e impiegati del Reich intenti a catalogare le opere all’interno del museo parigino Jeu de Paume”.

Nel 1943, gli americani crearono addirittura una commissione ad hoc per recuperare i tesori nascosti dagli uomini del Terzo Reich. I «Monuments men», così furono ribattezzati, operarono fino al 1951: 345 tra uomini e donne, ufficiali e volontari, esperti e direttori di musei provenienti da 13 nazioni. Sulle loro imprese sono stati scritti libri, girati documentari, negli Usa ancora esiste una fondazione, un film diretto e interpretato da George Clooney.

Investigatori moderni: i blogger che risolvono misteri

Possiamo dire che non è la prima volta che giornalisti blogger e studiosi blogger scoprono o risolvono dei misteri che sembrano non avere soluzione o una storia tutta diversa. Ve ne cito uno di cui ho parlato proprio su questo blog e che fa riferimento  alla vera storia del logo di Starbucks.

LeggeteScoprire cosa lega Bergamo alle tazze di Starbucks che trovate in ogni parte del mondo

Ma non solo.  Io stessa sono riuscita a rimettere ordine su una imprecisione che si trovava su una pubblicazione firmata da autorevoli storici dell’arte e artisti. Curiosi?

LeggeteAhi, ahi, professore, mi è caduto sull’uccello. Anzi, sul Tacchino di Elia Ajolfi a Lugano!

Se invece siete un po’ nerd e volete divertirvi con un video sui 10 misteri risolti su internet, eccone uno che vi piacerà moltissimo.

Ma il primo e più famoso mistero è stato quello svelato da Macchianera, il blogger che nel 2005 ottenne notorietà a livello mondiale, pubblicando una versione del rapporto USA sulla morte di Nicola Calipari epurata degli omissis tramite un semplice escamotage reso possibile dall’imperizia dell’estensore del testo.

Leggete: Il Rapporto Calipari senza omissis

 

Note: le informazioni contenute in questo articolo sono state recuperate in rete e risalgono al 2013. Le foto sono state recuperate in rete. 

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