La storia di Griselda. C’è un palcoscenico segreto nell’Accademia Carrara di Bergamo dove, da secoli, va in scena la struggente storia di Griselda. Due tavole dipinte dal maestro Pesellino, un tempo separate dal destino e ora riunite, che raccontano la storia di questa giovane pastorella con una potenza narrativa che trascende i confini del tempo e dello spazio e che fa riflettere su quando la sensibilità nei confronti dei diritti delle donne sia mutata.
La Storia di Griselda è un dipinto di Francesco di Stefano detto il Pesellino, realizzato tra il 1455 e il 1457, che originariamente decorava un cassone nuziale usato per riporre abiti e biancheria. Nella Firenze del Rinascimento si intensificò la produzione di tavole dipinte che decoravano questi mobili a forma di cassone e ci furono artisti specializzati in questo tipo di arte. Uno di loro fu proprio il Pesellino, che a Firenze aveva una bottega specializzata nella decorazione di arredamenti. Non sappiamo però per chi fu realizzato questo dipinto, che oggi è conservato a Bergamo all’Accademia Carrara.
Perché questo dipinto per cassoni nuziali è così importante? Perché intendeva trasmettere dei valori di obbedienza e sottomissione (anche a costo di grandissimi sacrifici e sofferenza) alle giovani spose. E se oggi tutto questo ci fa orrore (più sotto vedremo perché), nel corso dei secoli era assolutamente normale e accettato da tutti, donne comprese.
Ecco quello che troverete in questo articolo
Chi era Pesellino
Francesco di Stefano, meglio conosciuto come Pesellino, fu un artista rinascimentale fiorentino nato nel 1422 e attivo fino alla sua morte prematura nel 1457. Allievo del celebre Fra Filippo Lippi e nipote del pittore Giuliano Pesello, dal quale derivò il suo soprannome, Pesellino si distinse per la sua abilità nel creare opere di piccolo formato, caratterizzate da una straordinaria attenzione ai dettagli e da una vivace sensibilità narrativa. Le sue opere, spesso commissionate per ornare cassoni nuziali e altre decorazioni domestiche, riflettono la grazia e l’eleganza tipiche del Rinascimento fiorentino.
Le tavole di Pesellino esposte all’Accademia Carrara
Le due tavole della Carrara raffigurano la prima parte della novella di Boccaccio e nel dipinto più grande troviamo, al centro, l’incontro fortuito fra Gualtieri e Griselda, a destra, il marchese che mette l’anello di fidanzamento al dito di Griselda, dopo averla fatta spogliare, delle sue misere vesti contadine, di fronte alla madre e al padre Gianicolo.
Pesellino, con il suo tocco maestro, non mostra la violenza esplicita delle azioni di Gualtieri. Le sue tavole sono una finestra su un tempo in cui la parità di genere era un concetto inesistente e la sottomissione era considerata una virtù. Le immagini sono impregnate di una bellezza dolorosa, un memento mori che ci ricorda quanto la storia di Griselda sia un pezzo della nostra stessa umanità.
La storia di Griselda, l’enigmatica eroina di una novella del Decameron

Il pannello “Partenza per la caccia e incontro di Gualtieri con Griselda”, insieme a quello intitolato “Gualtieri e i cittadini di Saluzzo”, fanno parte della decorazione di un cassone nuziale, che raffigura il momento iniziale della storia di Griselda, una delle novelle più celebri Decameron di Boccaccio.
“C’era una volta Griselda, una fanciulla dalla bellezza discreta e dal carattere dolce, la cui vita si incrociò con quella di Gualtieri, marchese di Saluzzo. Gualtieri, uomo di ricchezze e capricci, non aveva intenzione di sposarsi, ma, pressato dai suoi consiglieri, scelse Griselda come sposa, attratto dalla sua umiltà…”
Non una semplice cronaca d’amore, ma una complessa danza tra potere e sottomissione, dipinta con colori vividi e dettagli affascinanti da Pesellino: Griselda resiste con ferma virtù alle crudeli e inspiegabili umiliazioni a cui la sottopone il marito e alla fine ne conquista l’amore e il rispetto.
Le prove di Griselda

Nella prima tavola, Gualtieri siede con aria sprezzante mentre una delegazione di nobili lo esorta a prendere moglie. Il loro appello lo porta a scegliere Griselda, raffigurata nella seconda tavola, nuda tra i suoi genitori, simbolo della sua purezza e umiltà di fronte allo sfarzo del futuro marito. Questo contrasto tra la nudità di lei e l’opulenza di lui è una rappresentazione simbolica delle disparità di classe e potere che caratterizzeranno la loro relazione.
Gualtieri, insoddisfatto, sottopone Griselda a prove crudeli per testare la sua fedeltà e obbedienza. La separa dai loro figli, dichiarandoli indegni, ma Griselda rimane incrollabile nel suo amore e nella sua lealtà. L’ultimo atto della crudeltà di Gualtieri è annunciare il ripudio della moglie per sposare una donna di più alta estrazione sociale. Griselda, ancora una volta, accetta il suo destino con dignità, chiedendo solo di poter partire con una semplice camicia per non disonorare il marito.
La riconciliazione apparente
Ma il colpo di scena arriva quando Gualtieri si ravvede. Griselda viene riaccolta, i figli ritornano, e la storia si conclude con un’apparente riconciliazione. Eppure, questo finale non è davvero lieto. È una riflessione sulla cieca obbedienza e sulla pazienza infinita, virtù considerate femminili e virtuose nel contesto dell’epoca, ma che oggi ci parlano di una sofferenza silenziosa e inaccettabile.
Griselda, un’eco di resilienza e sacrificio
L’Accademia Carrara custodisce queste tavole come un tesoro prezioso, non solo per la loro straordinaria bellezza artistica, ma per il potente messaggio che veicolano. La storia di Griselda, con la sua profondità emotiva e la sua carica simbolica, continua a risuonare, invitandoci a riflettere sul rapporto tra giustizia e potere, e su come queste dinamiche abbiano influenzato, e influenzino ancora, la vita delle donne nei secoli.
E così, nel silenzio delle sale del museo, Griselda vive ancora, un’eco lontana di resilienza e sacrificio, un racconto che ci sfida a guardare oltre la superficie e a confrontarci con le radici delle nostre stesse pazzie. La sua storia, narrata dalle pennellate di Pesellino, rimane un monito e un invito a riscoprire l’umanità nelle pieghe della storia.
La magia di libri e dipinti che intrecciano le loro storie
Ciao, io sono Raffaella e sono l’autrice di cosedibergamo.com, il blog che vi suggerisce le 1001 cose da fare a Bergamo e in provincia almeno una volta nella vita. Appassionata da sempre di scrittura e comunicazione ho deciso di aprire Cose di Bergamo per condividere le mie esperienze e la mia conoscenza del territorio qui e su Instagram.
Non è la prima volta che vi racconto le due tavole di Pesellino sul questo blog. La prima volta infatti consigliavo di Aggirarvi nelle sale dell’Accademia Carrara in compagnia di Ezster, La sposa di Attila. La complessa vicenda di Griselda è stata infatti inserita all’interno di un racconto lungo: “Etzer, la sposa di Attila”. In quella narrazione, la storia di Griselda si intreccia con quella di Ezster, creando un parallelismo tra le esperienze di due donne costrette a confrontarsi con il potere e la sottomissione in epoche diverse.
Una rilettura con gli occhi di oggi della Storia di Griselda
Guardando con occhi critici di oggi la storia di Griselda, è impossibile non essere colpiti dall’incredibile ingiustizia e crudeltà inflitte a una donna in nome della virtù e della sottomissione coniugale. Le tavole di Pesellino, pur splendidamente realizzate, raccontano una vicenda che celebra la cieca obbedienza e la sofferenza silenziosa come ideali femminili. Griselda è privata della sua autonomia e dignità, costretta a sopportare abusi estremi per dimostrare la sua lealtà a un marito tirannico. Questa narrazione non solo perpetua un modello patriarcale di controllo e dominazione, ma nega anche alla protagonista qualsiasi forma di agency. È un monito potente di come l’arte e la cultura possano riflettere e perpetuare le disuguaglianze di genere, e ci sfida a riconsiderare tali rappresentazioni con una consapevolezza critica, riconoscendo il valore e la necessità della resistenza e della rivendicazione dei diritti delle donne.
E voi, cosa ne pensate?
Note: Questo post è stato ispirato da un articolo apparso sull’Eco di Bergamo qualche giorno fa.
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