Un caffè all’Eco di Bergamo (e un tuffo nel passato di Cose di Bergamo)

L’Eco di Bergamo, principale quotidiano della provincia di Bergamo, fu fondato nel 1880 e oggi è quella che si dice una vera istituzione per i bergamaschi. Ecco perché non potevo non parlarne. Soprattutto dopo esserci stata per un caffè.

Se un giorno vi dovesse capitare di andare a curiosare dell’archivio storico dell’Eco di Bergamo sappiate che, nel file di un non precisato anno tra il 1995 e il 2000, potreste trovare diversi articoli a mia firma. Non vi dirò quando per rendervi la vita un po’ più difficile, ma sappiate che probabilmente su internet non li troverete perché al tempo la redazione on line non c’era ancora. Ma io c’ero.

 

 

La prima volta che entrai all’Eco di Bergamo avevo uno di quei computer portatili che erano così grandi e pesanti che ci voleva un carrello tenda per trasportarlo e questo la dice lunga su quanti anni siano passati.

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Ricordo perfettamente che percorsi un corridoio che mi sembrò lunghissimo, dai tornelli fino alla saletta dei collaboratori. E lì rimasi tutta la mattina a scrivere un articolo di 300 parole sull’ennesimo incidente d’auto nella zona di Medolago a causa dell’alta velocità sulla Rivierasca. Su quella strada le rotonde non c’erano ancora e moriva un automobilista al mese. Ci misi un sacco di tempo per finiro: mi mancavano le ultime trenta parole e volevo fare una chiusura degna. Non so cosa mi inventai, ma ci misi davvero un secolo e alla fine nessuno mi fece paff paff sulla spalla. Pischella!

Prima di andare nella saletta dei collaboratori mi avevano fatto passare dal caporedattore (che si lì a poco sarebbe diventato vicedirettore e, dopo un paio d’anni, direttore) che mi disse: “Il primo mese non si firma, poi ne parliamo. Le spese (telefonate e altro) te le paghiamo tutte e le metti in nota”.

Non ricordo quanto prendessi ad articolo. Proprio non ricordo. Immagino non moltissimo, ma andava benissimo così. Da anni collaboravo con gli archivi di non so quanti giornali e con agenzie foto-giornalistiche scrivendo le didascalie delle immagini di cronaca che finivano sui giornali o sui libri di storia. Tutto questo in attesa della grande occasione.

Ma non è di questo che voglio raccontare. Quello di cui vi voglio parlare è del mio ritorno (per un caffè) nella redazione dell’Eco di Bergamo a distanza di oltre vent’anni. Un ritorno diverso, vissuto senza ansie, ma con la curiosità di entrare in un luogo storico così importante per Bergamo, in un luogo dove (cito Tom Hanks in The Post) “si fa la prima stesura della storia”. Ecco perché voglio inserire tra le 101 cose da fare a Bergamo almeno una volta nella vita “una visita all’Eco di Bergamo”.

Ci sono tornata per una chiacchierata. E mi sono emozionata. Non credevo. Anche se non è la stessa sede (si sono trasferiti dal primo al terzo piano del palazzo, in una situazione molto più tecnologica e moderna) si respira una bella aria.

 

L’Eco di Bergamo e Palazzo Rezzara, un pezzo di storia della città.

L’Eco di Bergamo si trova in un bel palazzo in stile liberty dei primi del Novecento, in via Papa Giovanni XXIII, proprio vicino alla stazione.

Il palazzo fu progettato dagli architetti Virginio Muzio e a Ernesto Pirovano, molto attivi in quel periodo a Bergamo. A chiamare i due architetti fu l’Unione delle Istituzioni Sociali Cattoliche Bergamasche, che intendeva costruire una nuova casa per le diverse associazioni e che finanziò l’opera anche grazie ad una sottoscrizione pubblica. Oggi è intitolato a Niccolò Rezzara, presidente di allora.

Realizzato in stile “eclettico”, il palazzo riprende elementi dell’arte classica, così come si era soliti fare un quel periodo con gli edifici istituzionali. Sulla facciata, ai piani superiori è possibile distinguere motivi floreali più vicini allo stile Liberty, mentre i piano terra e primo piano hanno un aspetto più monumentale, caratterizzato da un rivestimento in pietra, dalle sculture di busti e da tre importanti portali d’ingresso.

 

 

La redazione e la tipografia de L’Eco di Bergamo si stabilirono in questo palazzo nel 1908. Oggi troviamo solo la redazione.


La storia dell’Eco di Bergamo

Il quotidiano fu fondato da Nicolò Rezzara (quello a cui è dedicato il palazzo). Il primo numero dell’Eco di Bergamo uscì sabato 1º maggio 1880. Rezzara pose alla direzione Giovanni Battista Caironi, collega d’insegnamento e amico. La composizione del giornale veniva fatta a mano, grazie ad una macchina azionata da un fattorino. Il primo numero vendette cinquemila copie!

Cinque anni dopo le vendite si attestavano su una media di 1.750 copie al giorno e dieci anni più tardi si arrivò a 2.800 copie. Tra il 1900 e il 1901 il formato del giornale era 55,5 cm x 38,5 cm con pagine a sei colonne. Praticamente un lenzuolo.

Quando nel 1903 Giovanni Battista Caironi, primo direttore del giornale, scomparve, gli succedette don Clienze Bortolotti, già direttore de “Il Campanone”. Sotto la sua direzione il quotidiano toccò le 4000 copie. Ci pensate? 4000 copie! Oggi sembrano un’inezia, ma pensate che a quel tempo l’analfabetismo era ancora molto diffuso e l’acquisto di una copia di giornale non era cosa per tutti.

Nel 1913 venne introdotta un’innovazione nel reparto tipografico grazie all’acquisto della macchina da stampa Eureka e nel 1916 l’Eco si presentò in edicola in formato tabloid (46 cm x 30 cm), così come era diventata consuetudine tra i maggiori quotidiani dell’epoca.

Dal 30 novembre 1938 al 28 ottobre 1989, per 51 anni, monsignor Andrea Spada fu direttore della testata. La sua direzione fu la più lunga del quotidiano e non stentiamo a crederlo. Se attraversate il corridoio, alle pareti ancora oggi campeggia una gigantografia di Spada in prima pagina, segno che non è mai stato dimenticato e che ha lasciato un segno importante nella storia del giornale.

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Il 16 settembre 1939 Spada aveva deciso il ritorno al grande formato: 59,5 cm x 43,5 cm; il testo diviso su sette colonne che diventarono poi otto il 18 ottobre 1944 con una nuova modifica delle dimensioni del giornale: 59,5 cm x 41,5 cm. Nel periodo compreso fra il 1943 e il 1945 il giornale riuscì a compiere un notevole passo avanti: la tiratura passò da una media di 4.500 copie a 7.000 copie.

Un’altra trasformazione si ebbe il 9 ottobre 1947: il testo venne diviso in nove colonne e iniziò a essere in edicola sin dal mattino; in questo periodo la tiratura media era diventata circa 9.200 copie giornaliere, che aumentò poi gradualmente con il tempo.
A partire da lunedì 8 dicembre 1948 il giornale smise di essere pubblicato nel pomeriggio; il 3 dicembre 1950 iniziò a essere pubblicato anche la domenica.

Il 25 settembre 1967 venne aggiunto un inserto dedicato allo sport che si occupava, con particolare attenzione, della squadra di calcio locale, l’Atalanta. Mi sembra impossibile che prima non ne parlassero. Ma evidentemente non era un argomento interessante.

Dal 2016 Alberto Ceresoli è il direttore responsabile del quotidiano. Il formato attuale dell’Eco di Bergamo è 53 cm x 39 cm e il giornale si presenta su nove colonne.

Questa in sintesi la storia. Ma c’è molto di più, ovviamente.


L’Eco, un intreccio con la storia di tutti i bergamaschi, dalla nascita alla morte

L’Eco accompagna i bergamaschi durante tutta la loro vita. Ci sono le notizie, che diventano ricordi. I ricordi dalla città.  I ricordi di tutti.

La mia storia di neo bergafemmina, ad esempio, si intreccia da subito con l’Eco di Bergamo: arrivata da Milano per convolare a nozze con un bergamaschio, tentavo di integrarmi in una città dove tutto era nuovo e diverso, e dove persino i giornali mi sembravano diversi. Ogni giorno compravo l’Eco per informarmi e per cercare di capire in quale mondo ero finita.

La cosa che mi aveva sconvolto allora, ma che oggi mi piace raccontare a chi non sa niente di Bergamo e del suo giornale, è l’importanza che ha per i bergamaschi “la pagina dei morti”. Chi arriva da Milano non è abituato a leggere i necrologi della signora Teresina o del Beppino. I necrologi sul Corriere della Sera, ad esempio, sono per gente ricca. Qui invece sono per tutti e sono una delle colonne portanti del giornale.

Quando muore un bergamasco, nel pacchetto delle pompe funebri c’è sempre l’annuncio sull’Eco. E quando muore un amico o un parente, i bergamaschi non mandano biglietti di condoglianze: mettono il loro nome sull’Eco (a pagamento). E’ il modo per far sapere che ci sono. E persino io ora ho in casa delle copie del giornale stampate il giorno del funerale di una persona cara su cui c’erano tutte le persone che partecipavano al mio dolore.

Ma ci sono anche gli anniversari di nozze, le feste di laurea, gli eventi importanti.

E poi ci sono le notizie: quelle che interessano alla gente; quelle della città, quelle che arrivano dai paesi, dalle valli, dalla Bassa, dall’hinterland. Quelle che ogni giorno i collaboratori “scovano” tra la gente per portarle in pagina e farle diventare un pezzo di storia. Perché vi assicuro che scrivere la cronaca di un paese non è per niente semplice: lo devi conoscere, ci devi vivere, devi sapere quello di cui stai parlando, devi essere credibile.


L’Eco di Bergamo, un modo di leggere la realtà bergamasca.

I bergamaschi amano e odiano quello che leggono sull’Eco. Ma non possono fare a meno di parlarne. Sentii la prima volta il termine “Bugiardino” riferito al giornale proprio quando mi trasferii a Bergamo da Milano. Alcuni lo chiamavano così per prenderlo in giro (“Se lo hai letto sull’Eco non è proprio vero“), altri per lodarlo (“L’ha detto l’Eco, significa che è così“). Io non ho ancora capito se sia un termine così dispregiativo (sono certa che ormai sia più un vezzo che altro chiamarlo così) ma mi piace pensare che non lo sia e lo paragono davvero al foglietto illustrativo delle medicine: l’Eco di Bergamo è la storia della città, è tutto quello che devi sapere (o buona parte).  E’ un modo di leggere la realtà.

Si perché, ovviamente, prima di leggerlo ne devi conoscere l’orientamento, altrimenti potresti non capire certe scelte editoriali e perché alcune notizie hanno più spazio di altre (o viceversa). La sua proprietà è infatti controllata in maggioranza dalla Curia di Bergamo e il giornale ha sempre tenuto una linea centrista, vicina alla Chiesa cattolica. Ma diciamo che se vuoi sapere quello che succede in città e in provincia, devi assolutamente leggerlo.

 

Il mondo è cambiato, anche il modo di raccontare le storie è cambiato.

Mentre chiacchieravo pensavo che il mondo è davvero cambiato da allora. Oggi è tutto più veloce, più immediato, più alla portata di tutti. Ci sono molte più voci. C’è internet, la rete rende accessibile qualunque cosa e in qualsiasi momento. Ci sono nuovi giornali, alcuni di carta, ma tutti on line. Le notizie le puoi trasmettere in tempo reale con uno smartphone. Le puoi scrivere e le puoi leggere.

Fare il giornalista a tempo pieno è diventato così difficile (hanno alzato talmente tanto l’età pensionabile che nelle redazioni italiane non c’è ricambio e non si assume più) che non so quanti abbiano ancora voglia di farlo. Oggi ci sono nuove professioni legate al mondo della Rete, quelle che 20 anni fa non c’erano, addirittura 5 anni fa non c’erano. Il fascino della carta stampata non esiste più. Almeno non tra i giovanissimi. Penso piuttosto che oggi i ragazzini desiderino diventare influencer, instagrammer, blogger, vlogger…

La cosa bella di oggi è che chiunque può trovare il suo spazio, ma deve inventarsi un modo nuovo di raccontare la realtà. Certo, non è giornalismo, ma è qualcosa di nuovo che non deve essere sottovalutato.

Prendete questo blog su Bergamo ad esempio: è nato da un’intuizione, un’idea maturata dalla voglia di fare qualcosa di diverso: raccontare esperienze culturali che tutti possono vivere. Cose di Bergamo va alla ricerca di tesori più o meno nascosti di città e provincia e li racconta con curiosità e passione.

Sto sperimentando un modo diverso di raccontare Bergamo? Non lo so, forse non così tanto, dato che ho superato abbondantemente gli anta. Ma la scuola dell’Eco non la dimentico.  Perché ho scoperto che Bergamo è un luogo vivo pieno di meraviglie e i bergamaschi devono esserne fieri. E ho imparato a farlo all’Eco di Bergamo. 

 

Note: 
Le foto sono mie e sono state scattate con la promessa di non riprendere la redazione e le persone (per la privacy). Le informazioni storiche sull’Eco le ho trovate un po’ in Rete e un po’ sono andata a memoria. I ricordi e i commenti sono miei.

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