Leggere (e ascoltare) una poesia in musica di Alda Merini seduta su una panchina di Bergamo nel decennale della sua morte

Nata nel 1931 da una famiglia di condizioni modeste, Alda Merini, è stata senza dubbio una delle artiste più potenti e prolifiche della poesia contemporanea. Si è spenta a Milano il 1 novembre 2009 e da allora non è mai stata dimenticata. Ed è per questo che, a 10 anni dalla sua morte, ritengo sia giusto ricordarla anche sul blog Cose di Bergamo: per i suoi legami d’amicizia e di famiglia, per il suo profondo e incondizionato amore verso gli “ultimi”, per avere avuto Bergamo e la sua provincia a tratti dentro e sullo sfondo della propria vita.

Lasciatemela ricordare così, con le sue poesie in musica nelle orecchie – il Canzoniere di Alda Merini musicato dal cantautore Giovanni Nuti e cantato in coppia con i più importanti artisti italiani -, mentre sono seduta su una panchina di Bergamo che guarda verso la pianura, verso la Bassa, dove nel 1951 iniziò il rapporto di Alda Merini con la Bergamasca e Bergamo, un rapporto che andò avanti ad intermittenza fino alla sua morte.

Chi era Alda Merini (in breve)

Alda Merini è considerata una delle voci più limpide della poesia contemporanea italiana. Nasce a Milano il primo giorno di primavera del 1931. Dopo la guerra si ritrova a vivere da sfollata con la famiglia e a 15 anni comincia a scrivere poesie. Lavorava come dattilografa in uno studio e un giorno, in un momento di pausa, il titolare la scoprì mentre scriveva a macchina un suo componimento . Le strappò il foglio, lo lesse e la licenziò: “Lei è sprecata qui”. Ma la famiglia osteggiò sempre la sua arte: “Di poesia non si vive”.

E’ una donna passionale e la sua vita segue il filo di tre direttrici. Gli internamenti in manicomio: tre, per un totale di almeno 13 anni. I grandi amori: il poeta Salvatore Quasimodo, il critico Giorgio Manganelli, il marito Ettore Carniti, il compagno di manicomio Pierre, il medico tarantino Michele Pierri. La poesia autobiografica ed epifanica: più di 150 pubblicazioni, difficili da contare le liriche e gli aforismi.

Nel 1947 la Merini affronta per la prima volta le porte di una clinica psichiatrica, rimarrà un mese tra quelle mura. I dottori parlano di un disturbo bipolare: attacchi d’ira improvvisi, aggressività, disturbi di un’anima inquieta che, con il tempo, la riportano tra quelle fredde e spesse mura. Alda viene rinchiusa, contro la sua volontà, nel 1961 nell’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini” di Milano. Nel 1962 inizia un difficile periodo di silenzio e di isolamento che dura fino al 1972, con alcuni sporadici ritorni a casa, tra la sua famiglia.

Ama, riamata, si ritrova spesso sola e trascorre gli ultimi vent’anni anni vivendo affacciata sui suoi amati Navigli, a Milano, fino alla morte per tumore il 1 novembre 2009. Dopo i funerali di Stato in Duomo, oggi riposa nel Cimitero Monumentale di Milano.

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Poesia e vita che si (con)fondono

Per la sua complicata vita e le terribili esperienze, Alda Merini presentava se stessa in una poesia “Sono nata il ventuno a primavera”, tratta da una raccolta di poesie “Vuoto d’amore”. La poetessa si definisce come una folle. Pazza, ma non nel vero senso della parola, era pazza dell’amore, della vita e della gioia che la natura trasmetteva. Si definiva pazza perché nessuno comprendeva le sue scelte di vita, i suoi pensieri e le sue ambizioni. Ma amava definirsi così, in quanto diversa dagli altri.

Le sue raccolte più importanti sono La Terra Santa (1984), L’altra verità. Diario di una diversa (1986), Delirio amoroso (1989), mentre ad una nuova fase creativa, favorita dalle frequentazioni del bar letterario Caffé Chimera, corrisponde Ballate non pagate (1995, premio Viareggio). Gli anni Novanta corrispondono anche alla scoperta della Merini e della sua opera da parte del grande pubblico che ne fanno simbolo di sofferente riscatto femminile e rinascita costante.

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Accarezzami musica
con le parole di Alda Merini

Quando mi ritrovo a scrivere di un autore che amo, i miei post prendono vita e si trasformano mentre li scrivo. Parto con un’idea e mi ritrovo a percorrere strade che non avevo pensato. E questo è uno di quei casi. Avrei voluto parlare di Alda Merini e dei suoi contatti con Bergamo, ma mentre recuperavo i suoi libri pieni di poesie e mettevo insieme gli articoli che la raccontano, mi sono imbattuta in qualcosa che ha cambiato tutto. Si tratta di Accarezzami musica – Il Canzoniere di Alda Merini, una raccolta di tutta la produzione in musica della poetessa milanese, frutto dell’esclusiva collaborazione, durata 16 anni, con il musicista e interprete Giovanni Nuti.

Ho cominciato ad ascoltare i duetti di Giovanni Nuti con i principali artisti italiani e ho scelto i due che avrebbero fatto da colonna sonora a questo articolo:  Nei giardini dei poeti, con Enrico Ruggeri,  e Quelle come me con Monica Guerritore. Le parole sono di Alda Merini. Prendetevi 5 minuti per ascoltarle: sono straordinarie.

Non solo Milano. Anche “Cose di Bergamo” nella vita di Alda Merini

Alda Merini è una delle poetesse che amo di più. Forse l’unica, visto che quelle che mi piacciono si contano sulle dita di una mano. Mi piace al punto che avrei sempre voluto scriverne, per raccontarla.

Ho sempre pensato che la sua passione per la poesia e il suo legame con Milano, in particolare con i Navigli dove nacque e visse per la maggior parte del tempo, fossero le cose che caratterizzassero di più tutta la sua dolorosa e, al tempo stesso, eccezionale esistenza artistica. Nonostante le “ombre della sua mente” e la tragica esperienza del manicomio, fu proprio Milano  a permetterle di avere incontri importanti. Fu grazie alla sua città che incontrò Eugenio Montale o frequentò, per lavoro e amicizia (e forse amore), Salvatore Quasimodo.

Proprio per questo suo legame inscindibile con il capoluogo lombardo mi frenavo dallo scriverne: Come potevo inserirla nelle 101 Cose di Bergamo e provincia da fare e da vedere almeno una volta nella vita?

Mi è venuta in aiuto una visita guidata che ho fatto l’anno scorso a Calcio. Fu proprio lì che scoprii il suo legame altrettanto inscindibile con quello piccolo paese della Bassa Bergamasca pieno di Murales. La lettura degli archivi ha fatto il resto: ho scoperto infatti che non solo aveva vissuto a Calcio con il suo primo marito per alcuni mesi, ma aveva un amico molto caro di Verdello che le fu vicino negli ultimi 15 anni di vita e che si prese a cuore gli ultimi di Bergamo, i detenuti del Gleno. Così ho deciso che l’avrei raccontata anch’io (molto immodestamente, mi scuserete) e che l’avrei fatto in occasione del decimo anniversario della sua morte, il primo novembre 2019.

C’è un uomo di Calcio: Ettore Carniti

C’è Calcio (Bassa Bergamasca Orientale) nella vita di Alda Merini. In particolare c’è un uomo di Calcio. Un uomo da cui ebbe 4 figlie, che l’amò e che la fece rinchiudere in manicomio: Ettore Carniti, panettiere.

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ph @Bergamonews.it

Alda Merini nel 1951 conobbe Ettore Carniti, fornaio originario di Soncino (Cremona) ma residente a Calcio e trasferitosi poi a Milano dove sviluppò la sua attività, riuscendo ad aprire diverse panetterie. Proprio in una di queste, tra una rosetta e una ciabatta, scoccò l’amore tra la scrittrice il panettiere, che dopo un breve fidanzamento convolarono a nozze nel 1954. Alda era una bella ragazza, ma molto passionale e spesso la sua veemenza veniva scambiata per qualcosa di bizzarro, strano, pazzo…

I due, in attesa che fossero ultimati i lavori nell’appartamento che avevano acquistato a Milano, pare vissero per alcuni mesi nella casa di Calcio del marito, in via Cesare Battisti. Tra alti e bassi, in un rapporto burrascoso, ebbero quattro figlie, prima dei problemi di salute della donna e il ricovero in ospedale psichiatrico che sembra fu deciso proprio dall’uomo che non sapeva più come gestirla.

Nonostante la relazione fatta più di bassi che di alti e il secondo matrimonio con l’anziano poeta Michele Pierri, nel 1983, Alda Merini rimase molto legata al primo marito, che morì proprio in quell’anno e fu sepolto a Calcio. Negli ultimi anni di vita la scrittrice si recò spesso in treno da Milano al cimitero calcense per far visita al marito. Come raccontato da chi la vedeva, sempre con indosso un pesante cappotto, anche durante la stagione estiva, sotto al quale nascondeva le lacrime di dolore per quel sogno d’amore infranto, in una malinconica vita fatta di traversie, convogliata nelle sue opere letterarie. Un amore che seppe superare il risentimento.

Il ricordo del manicomio

Emanuela Carniti la figlia più grande di Alda Merini raccontò con una toccante intervista a a Vanity Fair il primo ricovero in manicomio della madre. Quello fu il punto di non ritorno per tutta la famiglia:

“Quando la mamma si ammalò davvero, arrivò nel 1966. Io avevo 11 anni, Flavia 8, Barbara e Simona non erano ancora nate.

Mio padre, che era un uomo molto chiuso, un giorno disse che usciva per andare a un funerale e tornò dopo due giorni. Non abbiamo mai saputo dove sia stato. Mia madre fu presa da una terribile ansia, lo cercò disperatamente e, quando papà tornò, gli chiese conto di dove era stato. Lui non rispose, scoppiò una scenata violentissima. Lui  non seppe gestire il litigio. Invece di calmarla, chiamò qualcuno al telefono: non abbiamo mai saputo chi. Poi portò me e Flavia dalla portinaia, risalì e poco dopo sentimmo nostra madre che gridava mentre la trascinavano giù per le scale.

La sera stessa papà ci portò a Torino, da parenti che quasi non conoscevamo. In poche ore era sparita la nostra famiglia, non avevamo più una casa e nemmeno dei genitori.

Per Alda tutto ciò che è fuori da quelle mura non esiste più, è morto. Quel mondo che l’ha rifiutata, sputata via come un qualcosa di andato a male, non ha più motivo di esserci, tra i suoi pensieri. L’amore e la famiglia sono ormai concetti superati, quasi non contano più:

“Mio marito non veniva mai a trovarmi. Ogni giorno mi appostavo davanti all’ingresso e mi accoccolavo per terra, proprio come una geisha, aspettavo per ore che lui si facesse vivo. Poi, vinta dalla stanchezza, e con le lacrime agli occhi, tornavo nel mio reparto”.

C’era anche un amico di Verdello: il poeta Silvio Bordoni

Si chiamava Silvio Bordoni: giornalista, scrittore e poeta di Verdello, divenne amico di Alda Merini e con lei ebbe una frequentazione costante nei suoi ultimi 15 anni di vita. Si erano conosciuti in un bar sui Navigli ed erano entrati in comunicazione: una comunicazione a tratti ruvida, fatta di  rispetto e di amore per la poesia.

La casa di Alda Merini era disordine assoluto e trascuratezza. I muri usati come taccuini o come rubrica di numeri telefonici. Sui Navigli era conosciuta. La gente l’aiutava. Lei non chiedeva aiuto per sé, ma per gli ultimi. Silvio Bordoni andava trovarla ogni quindici giorni. Le faceva compagnia, raccoglieva qualche carta da sotto il letto, la sosteneva, rispondeva al telefono per lei. Ogni tanto lei gli suonava il pianoforte: musica classica, canzoni. Era brava. Spesso gli faceva dei regali: oggetti che aveva in giro, lettere, i suoi libri prima che venissero pubblicati. Era una donna generosa. Regalava i suoi versi come se non fossero suoi, come se non fossero che parole…

Alda Merini chiamava Silvio Bordoni al telefono due volte alla settimana, alle 7.30 del mattino. L’attacco della telefonata era sempre lo stesso: “Prenda la penna, e scriva”. Gli darà del tu solo una volta, chiamandolo per nome, pochi giorni prima di morire. Nelle telefonate gli dettava delle poesie inedite, che lui pubblicò su L’Eco di Bergamo, e che rappresentarono quella poesia tutta sua, in forma orale, la cui stesura scritta veniva affidata interamente all’interlocutore. Del resto, anche quando era lei a scrivere a macchina le sue poesie, non le correggeva né le riguardava, lasciava fare ai curatori.

C’erano i detenuti del carcere di Bergamo, di cui si prese cura economicamente e a cui dedicò dei versi

Per Alda Merini i soldi non avevano nessuna importanza: li dimenticava ovunque, in casa, anche sul pavimento. Era generosa. Donava ai poveri e a chi aveva bisogno, senza curarsi di rimanere lei stessa senza soldi. Donò ai detenuti di Bergamo con cui Silvio Bordoni lavorava. Donò alla Parrocchia che stava di fronte a casa sua e dove avrebbe voluto fosse celebrato il suo funerale. Donò a tutti i clochard che gravitavano sui Navigli.

Alda Merini cambiò la vita a molti, ma soprattutto ai detenuti di via GlenoLì, tra quelle mura di sofferenza, la Merini arrivò in silenzio a portare consolazione e aiuto materiale. Raccoglieva banconote da amici ed editori da distribuire ai poveri e le consegnava a Bordoni: “E’ il denaro per i detenuti”. C’era, al tempo, un deposito aperto per i reclusi: su quel libretto finivano i soldi della Merini.

Alda chiedeva spesso di quegli uomini all’amico Bordoni. Voleva sapere tutto: dalla mamma ammalata di uno alla salute del figlio dell’altro. Non li aveva mai visti i carcerati, ma li amava.

Le prigioni dell’anima e la libertà

Nonostante non fosse mai voluta venire a Bergamo ad incontrarli di persona li considerava parte della sua famiglia: erano gli emuli dei suoi dolori. Quelle celle le ricordavano troppo il male che le era caduto addosso per via della sua malattia.

Alda Merini diceva:

Le inferriate sono impietose, sono gabbie dove la vita di spegne se non c’è identità.

E lei dietro le sbarre di una prigione era entrata e ne era uscita, abbracciando la sofferenza e il dolore, senza esserne vinta, tanto che dedicò ai reclusi una poesia.

Eccola (tratta da «Pensieri ed Emozioni – La voce dal silenzio di un carcere»)

«Non abbiate paura delle sbarre che segnano il tempo con mani di rapina – vi ruberanno forse i sospiri d’amore, entrerà la paura nel vostro sangue e poi moriranno altri fiori, ma voi, come figli di Dio come fiori abituati a morire andrete oltre le sbarre…».

Faceva così Alda Merini: dedicava agli ultimi i suoi pensieri e i suoi versi. Ultima lei stessa li regalava come fossero pensieri qualunque. E noi oggi sappiamo che sono i versi della più grande poetessa italiana del Novecento. 

E dal Gleno vola ancora oggi, in alto, la sua voce: lì c’è ancora Alda Merini che racconta le sue storie. Esce dalle finestrelle, quelle da cui le stelle si possono solo immaginare. Perché un giorno, insieme a lei – e come fu per lei – i diseredati dalla vita, gli ultimi, possano trovare un riscatto o la pace. Perché dietro quelle sbarre, dove muore l’anima, ci possa essere ancora vita.

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ph @milanoincontemporanea

Note

Le foto vengono dal web. Le informazioni e i racconti sono frutto dell’elaborazione di quanto recuperato, ascoltato e letto in Rete su:
– Eco di Bergamo
– Bergamopost.it

– Bergamonews.it
– Repubblica.video.it

7 commenti

  1. Amo alla follia questa poetessa grandiosa, dalle parole emozionanti.
    Davvero bello il tuo post dedicato alla merini 🥰

  2. Alda Merini è ancora troppo poco celebrata per il suo valore e sono molto felice di questa iniziativa bergamasca.

  3. Articolo stupendo. Le hai reso giustizia come nessun altro mai. Mi sono a tratti commossa, nel racconto della figlia. Stupende parole per una stupenda persona, che rimarrà nel cuore delle donne italiane per ancora tantissime generazioni, ne sono sicura.

  4. Mio marito sta per fare una volata in Italia: gli dico di portarmi un libro della Alda. Grazie per questo bel post pieno di rispetto e passione. Mi vengono in mente tante cose, ma soprattutto: meno male che poi hanno fatto la legge Basaglia.

  5. A mia mamma è sempre piaciuta molto Alda Merini. Da come scrivi si vede che ti piace molto e che hai scritto questo post mettendoci il cuore. Le hai reso davvero reso giustizia!

  6. Si vede che la stimo tanto, trasuda da ogni parola ed hai fatto benissimo a parlarne qui sul tuo blog perché merita molta più attenzione. Io stessa ho letto con tanta curiosità perché non sono molto infornata. Approfitterò di questa lettura e dei tuoi consigli per leggere qualcosa di suo che non conosco 💕

Grazie di aver letto il post. Se desideri lasciare un commento sarò felice di leggerlo

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