Scoprire i buchi neri creativi alla GAMEC di Bergamo. 5 cose della mostra Black Hole che mi hanno colpito

Presentazione-della-mostra-Black-HoleCi sono mostre d’arte contemporanea difficili e al tempo stesso facili da capire e interpretare. Difficili perché hanno significati e concetti estremi da esprimere e rappresentare in arte. Facili perché, se qualcuno te li spiega, riesci finalmente a capire il percorso creativo e artistico che ti viene proposto e cosa significhi davvero essere geniali. E’ il caso della mostra Black Hole, arte e matericità tra informe e invisibile che ho visitato qualche giorno fa alla GAMEC di Bergamo, sotto la guida di Lorenzo Giusti e Sara Fumagalli.

 

La mostra Black Hole

Prima di raccontarvi le cose minime che mi hanno colpito, lasciatemi che vi riassuma la mostra Black Hole in modo istituzionale.

Ho avuto la fortuna di essere presente all’evento stampa di presentazione della mostra Black Hole e di aver ascoltato le spiegazioni di Lorenzo Giusti, direttore della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e ideatore della mostra, e di Sara Fumagalli che l’ha aiutato in questo percorso di studio e allestimento.

Le parole e la spiegazione non sono farina del mio sacco, ma sono tratte dalla cartella stampa, quindi, probabilmente le troverete in decine di altri articoli on line. Questo non significa che ci siamo copiati a vicenda, ma che la cartella stampa che viene fornita ai giornalisti è perfetta e sono contenta di averla avuta.

La mostra Black Hole si snoda attraverso tre sezioni (Informe, Uomo-materia, Invisibile) e mostra il lavoro di quegli artisti che hanno studiato la materia nel profondo alla ricerca dell’anima, di quello che viene definito elemento primordiale, di quello che sta all’origine delle cose.

Nella prima parte del percorso – Informe –  troviamo le concrezioni di colore stratificato di Jean Fautrier, le Nature di materia incisa di Lucio Fontana, le superfici grumose lacerate di Antoni Tapiès. E troviamo i Cretti di Burri, le prime opere di Piero Manzoni, le statue colanti di Cameron Jamie, le astrazioni screpolate di Ryan Sullivan e gli agglomerati di material di William Tucker. Fino ad arrivare alle opere di  Jol Thomson e agli esperimenti con i neutrini del laboratorio di fisica nucleare del Gran Sasso.

Nella seconda parte – Uomo Materia –  troviamo anche le sintesi plastiche di Rodin e Medardo Rosso,  le figure intrappolate di Giacometti, le sculture antropomorfe di Fischer, le teste monolitiche di Hans Josepson.

Nella terza sezione – invisibile – i dipinti informali di Enrico Baj, un’opera di Christo prima che si dedicasse alle opere monumentali, De Dominicis e Alberto Giacometti.  Tutte opere prestate da istituzioni museali e gallerie internazionali come ad esempio dalla Fondation Dubuffet di Parigi, dal Leopold Museum di Vienna, dal MART di Rovereto e dalla Fondazione Fontana di Milano.

Visitare una mostra d’arte contemporanea

Non che io abbia compreso tutto, anzi. Devo dire che molte delle opere esposte, nella mia ignoranza abissale nelle cose d’arte contemporanea, le ho vissute più di pelle e di istinto che mediate dalla competenza e dagli studi d’arte.

Per questo ho deciso di mettermi nei panni di chi un giorno si trovi a visitare questa Galleria d’Arte Contemporanea e si trovi di fronte ad alcune opere senza sapere da che parte prenderle o guardarle. E’ una situazione estrema, lo so, ma non così remota. E poi mi sono messa nei panni di chi vuole capire, ma sente questi artisti lontani, strani, eccessivamente concettuali. E… rullo di tamburi. Visitare una mostra d’arte contemporanea si può. Anzi, si deve! Basta lasciarsi guidare: da una guida professionista, se possibile, oppure dalla propria curiosità e fantasia. Il tutto con un pizzico di umiltà, lasciando a casa la frase sciocca e senza senso “questo potevo farlo anch’io”.

Mi sono aggirata nelle sale, tra le opere, con il mio iphone in mano per cercare di catturare dei momenti e l’immagine delle opere. Ho preso appunti e mi sono lasciata trasportare dai racconti. E poi mi sono lasciata catturata da quei cinque pensieri minimi che diventano storie e che mi fanno amare quello che non conoscevo e che ora conosco un po’ di più.

Le 5 cose minime che mi hanno colpito

Durante le due ore trascorse alla GAMEC, mi sono guardata molto intorno e ho osservato quello che succedeva. Sono rimasta affascinata da alcuni personaggi che si muovevano all’interno del gruppo di giornalisti e ne ho osservato alcune dinamiche. Ho parlato con qualcuno di cui ricordo la voce, ma di cui non conosco il nome, ascoltando i loro commenti. Ho guardato le opere e ho ascoltato alcune spiegazioni, alcune dette ad alta voce, altre sussurrate tra i presenti. E poi mi sono soffermata su alcune cose che certamente non danno una visione completa della mostra, ma che mi hanno comunque colpito.

E’ stato bello scoprire che gli artisti sono persone come noi e tra noi, che guardano la realtà, si confrontano con gli oggetti, con la conoscenza, con la storia, con le scienze, con gli altri artisti. Persone che ridono, giocano, si arrabbiano, mangiano, querelano, scherzano, si interrogano, cercano di capire… proprio come tutti. Ma è bello scoprire che se sono arrivate ad esporre in una galleria d’arte, qualcuno le ha capite e ha capito la loro preparazione e genialità e sincerità.

I tagli di Fontana, non solo nella tela, ma anche nel metallo

Se siete tra quelli che pensano che Fontana abbia fatto tagli e buchi solo sulle tele, questa mostra è l’occasione per scoprire finalmente che non è così. Per tutti quelli che continuano a pensare che quei tagli fossero la rappresentazione della disperazione dell’artista, ecco, questa mostra è l’occasione per comprendere invece quanto fosse straordinario questo artista e quanto fosse avanti.
Se non siete ancora stati a Milano al Museo del Novecento, qui avrete la fortuna di vedere più opere di Fontana (quadri e sculture) nella stessa sala. Cosa da non  sottovalutare perché solo così si può comprendere tutto il suo lavoro di ricerca sullo spazio e sulla materia dall’artista. Perché Fontana è stato studio della materia ed espressione della materia. La materia che si modificava per azione della sua forza impressa e della sua volontà, qualunque essa fosse. Tutto questo tra il 1960 e il 1963. Più di 50 anni fa.
Posso quasi immaginare quest’uomo davanti a una tela bianca, guardarla, studiarla e imprimere il primo buco. Decidere che non è abbastanza grande. Aprire quel buco un po’ di più. Farne un altro. E un altro ancora. Decidere che non basta. Che ne manca uno. Farlo. Con più forza. E passare ad una tela nera. Dove lo spazio e il colore sono spazio e non colore. Fare un buco. Un taglio. Un segno.  E poi dedicarsi ad una forma spaziale tridimensionale: una scultura. Un oggetto che prende forma nello spazio. Guardarlo da fuori. E poi da dentro, attraverso squarci e buchi.
E’ un viaggio nella materia. Un viaggio che pochi possono pensare. Quindi, quando qualcuno vi dice che poteva farlo anche lui, sorridete. Voi sapete che non è così.

Enrico Baj e i due telegrammi

Nella sala dedicata all’arte nucleare sono rimasta colpita dai due telegrammi esposti in una teca. Uno firmato Enrico Fermi che non avrebbe potuto essere presente all’inaugurazione della mostra fatta da Baj nel 1950 e l’altro scritto in francese e firmato Pablo Picasso. Sono un evidente scherzo fatto da qualcuno del gruppo di Baj. Uno scherzo non tanto scherzo, ma il suggerimento che sia Fermi che Picasso avrebbero apprezzato la mostra di Baj per la sua modernità. Non per niente Fermi era uno scienziato e Picasso era un artista che precorreva i tempi e che aveva anticipato l’opera di Baj.
Questi due telegrammi mi hanno colpito per la genialità. Sia Fermi che Picasso erano allora quelli che oggi definiremmo degli influencer nel mondo della scienza e dell’arte.  Ricevere un telegramma d’auguri o di rispetto da uno di questi due personaggi valeva come ricevere un endorsement eccellente. Il fatto che entrambi i telegrammi fossero falsi, possono significare molte cose: che Baj aveva degli amici burloni, che in fondo a lui non interessavano questi endorsement, che questi endorsement non erano arrivati ma sarebbero dovuti arrivare, che sarebbe stato giusto avere l’attenzione di questi due personaggi…

Il buco nero di Anish Kapoor

Se qualcuno dice che “poteva farlo anche lui” fategli un applauso e chiedetegli di provarci. Non ne sarà capace. E non solo perché sono in pochi a saper fare un buco nel muro perfettamente cilindrico, di 106 cm di diametro e 70 cm di profondità, su un muro perfettamente liscio e bianco (magari qualche muratore bergamasco si, ma non moltissimi). Ma sfido chiunque a concepire quest’opera dal nulla, un’opera che presuppone un pensiero scientifico e delle competenze sulla chimica dei materiali e dei colori che pochi credo abbiano. E perché pensare quest’opera partendo da un’urgenza espressiva è solo di un grande artista.
Infatti il colore nero di questo buco è fatto con un materiale che assorbe la luce al 99.9% e non vi permetterà di capire la profondità di questo buco. E’ un’opera che dà una sensazione stranissima di vuoto e pieno contemporaneamente. Non vedrete la fine e vi chiederete come mai. Questa è la rappresentazione dei buchi neri che si trovano nello spazio, pieni di energia e allo stesso tempo vuoti. Questo dimostra che l’arte può rappresentare le entità che non hanno forma, dimensione, colore così come la intendiamo noi che viviamo sulla terra e ci confrontiamo con la realtà delle cose tridimensionali. Ecco quindi che questo buco nero diventa un’esperienza per l’osservatore che tenterà di avvicinarsi a questo buco senza scoprire quando finisce, senza riuscirci. Perchè lo fa cercando i riferimenti dell’esperienza dei 5 sensi…

A proposito, lo sapete che Anish Kapoor è lo stesso autore di quel buco nero nel pavimento di un museo d’arte contemporanea in Portogallo su cui un visitatore italiano, scambiandolo per un effetto ottico ha pensato bene di saltarci sopra, ignaro che si trattava di un vero buco della profondità di 2 metri. Sebbene la notizia abbia fatto il giro del mondo e abbia fatto sorridere parecchio, credetemi che posso comprendere l’errore di questo signore sessantenne: anche la profondità del buco alla GAMEC  è difficile da percepire. Forse, anche io avrei fatto lo stesso errore.

Nascita e morte dalla creta, in un video

Appena fuori dalla sala di Baj, soffermatevi a guardare un video. Vedrete una donna coperta di creta dalla testa ai piedi sbattere (letteralmente sbattere!) in modo ritmico, sotto questa coperta di materia. Il movimento è ritmico e non si capisce se sia il movimento convulso di chi sta soffocando sotto la creta. Man mano, grazie a questo movimento ritmico la creta scivolerà via dal suo corpo e dal suo viso e lei comincerà ad emergere. Ci saranno lunghi istanti in cui vi chiederete se quella donna sta nascendo o sta morendo sotto quella creta. Quando si sarà liberate definitivamente dalla creta, sembrerà spaventata. Così come i neonati si spaventano per la luce e la nuova condizione. Ecco, la simbologia e il significato di quella performance è abbastanza comprensibile. Ma ci sono cose che io mi chiedo sempre, ed è cosa pensa una performer quando sta “vivendo” o mettendo in scena la sua performance. Fino a che punto è immersa nell’opera e nella sua rappresentazione e quando invece sia concentrata sugli aspetti tecnici. Ne ho già scritto, ma è un tema che continua ad affascinarmi. Devo immaginare un comportamento alla Diderot o alla Stanislavskij?

Evelina Domnitch, essere artisti è uno stato dell’essere, a partire da una collana

Mentre ero alla presentazione dedicata alla stampa, nel gruppo di persone che si muovevano da una sala all’altra c’erano due personaggi molto particolari. Non erano italiani, e si muovevano  chiacchierando tra loro o con altre persone in diverse lingue, non sempre comprensibili.
Entrambi alti ed entrambi magri erano vestiti di nero, in modo sportivo. Lui indossava un cappello chiaro. Lei invece aveva una pettinatura androgina, rasata, con delle linee nette che scolpivano una pettinatura che in realtà non aveva capelli. Non saprei spiegarla diversamente, ma era chiaro che quella pettinatura fosse una scelta stilistica dettata più dal personaggio che non dalla moda.
Ma non è per questo che mi aveva colpito, quanto piuttosto per una collana di piume annodate che scendeva sulla schiena come un segno grafico, una comunicazione non casuale ma voluta che mostrava un tocco di genere deciso su un viso e un corpo che avrebbero potuto essere senza genere. Confesso che l’ho seguita e fotografata per cercare di capire chi fosse e perché fosse lì. Ho dapprima pensato alla curatrice internazionale di qualche artista. Poi, quando siamo arrivati allo spazio Zero e ci hanno introdotto il site specific dedicato ai Black Hole ho scoperto che era un’artista e che quell’opera era di entrambi. Non ho sentito la sua voce, mentre raccontava l’opera, ma mi sarebbe piaciuto. Non so perché. Quando sono stata di fronte all’opera ho capito che poteva essere stata realizzata solo da loro. Erano la perfetta incarnazione della loro opera: minima, complessa, scientifica, concettuale, liquida, psichedelica, moderna. Lei era la stessa cosa.

E ho pensato a Klimt e agli abiti pazzeschi che indossava quando andava alla casa sul lago e dipingeva i suoi paesaggi. E ho capito che ci sono artisti che vivono l’arte anche sul proprio corpo, indossandola.

 

Note
Le foto sono mie e sono state scattate durante l’evento dedicato alla stampa. Le informazioni contenute in questo post sono una rielaborazione della cartella stampa e degli appunti che ho raccolto durante la visita. 

La Gamec di Bergamo si trova in via San Tomaso. La mostra Black Hole sarà visitabile fino al 6 gennaio 2019. Il biglietto d’ingresso costa 12 euro.