Mimì Oldofredi Tadini, la nobile bergamasca che fu tra le antesignane delle crocerossine. E non solo.

Il mese di marzo per me è sempre stato il mese della Festa della Donna e per celebrarlo mi piace acquistare la biografia di una donna per leggerla e farmi ispirare. In questi giorni, con l’emergenza Coronavirus che ci obbliga a stare in casa per proteggere i più fragili, ho deciso raccontare la storia di una donna bergamasca: Maria Terzi figlia del marchese bergamasco Luigi Terzi e della principessa russa Elisaveta Galitzin. Mimì Oldofredi Tadini (questo il suo nome da sposata) e il marito, il conte Ercole Oldofredi Tadini, furono in prima linea durante le Cinque Giornate di Milano del 1848. Fu lei a cucire il Tricolore che  sventolò sul campanile di San Babila. E fu lei ad aiutare Cavour a tessere relazioni  diplomatiche con gli ambasciatori russi durante il Congresso di Parigi. E fu sempre lei ad accudire insieme ad altre decine di donne i feriti nella sanguinosa battaglia di Solferino ispirando l’ideatore della Croce Rossa e diventando di fatto una delle antesignane delle crocerossine italiane.

La sua è una storia di abnegazione che mi permette di mandare un pensiero riconoscente a tutte quelle donne impiegate negli ospedali che in questi giorni stanno vivendo l’emergenza sanitaria che ha colpito l’Italia mettendosi in prima persona al servizio della collettività. Una donna straordinaria da ricordare, tante donne straordinarie da ricordare.

Mimì (ed Ercole), una vita per l’Italia

Ercole Oldofredi Tadini e la moglie Mimì (Maria Terzi), erano una coppia di nobili (lui bresciano e lei bergamasca) che conducevano una vita brillante presso la Corte asburgica di Milano. Si erano sposati nel 1839 e avevano 4 figli: Gerolamo (1840-1919), Elisa (nata nel 1842), Giulia (nata nel 1846),  Teodaldo (nato il 10 giugno 1844). Ad un certo punto subentrò in loro una maturazione che li portò a schierarsi apertamente contro l’Austria e a collaborare attivamente per l’Unità d’Italia. Questo significò assumersi anche tutti i rischi di un attivismo fortemente contrastato, che divenne addirittura la confisca dei beni sul territorio del Lombardo Veneto e  l’esilio. Ma vediamo alcune delle tappe importanti di questa vita dedicata all’Unità d’Italia e non solo.

Famiglia di Mimì ed Ercole Oldofredi Tadini

L’attività durante i moti del ’48

Il conte Ercole Oldofredi Tadini e la moglie Mimì si mossero attivamente nel processo risorgimentale delle Cinque Giornate di Milano, quando tra il 18 al 22 marzo del 1848 l’insurrezione del popolo del Regno Lombardo-Veneto portò alla liberazione di Milano dal dominio austriaco. Facevano parte di quel gruppo di nobili patrizi che aspiravano alla fusione del Lombardo veneto con il Piemonte e il cui esponente di maggior rilievo era quella del podestà Gabrio Casati.

Si narra che la prima bandiera sventolata a Milano durante le Cinque Giornate fu cucita proprio da Mimì Terzi.  Ma non immaginiamoci una donna relegata al ruolo di regina della casa che nel cuore della notte cuce una bandiera al fioco lume di candela: lei era una donna coraggiosa e impegnata, capace di tessere relazioni internazionali grazie alla sua conoscenza delle lingue e ai suoi rapporti familiari con i paesi dell’Est  (anche se, a quel tempo, ciò non le fu mai veramente riconosciuto pubblicamente). Non dimentichiamo infatti che il detto “dietro un grande uomo, c’è sempre una grande donna” era più che mai vero proprio in quel periodo storico, quando le donne non avevano ruoli o riconoscimenti pubblici per le proprie attività politiche.

L’esilio in Piemonte e gli affari nella bergamasca

Dopo la sconfitta ed il rientro degli austriaci nella capitale lombarda, tutta la famiglia fuggì a Cuneo, dove viveva la cognata, vedova del conte Luigi Mocchia di san Michele. Ercole Oldofredi trascorse tra Cuneo e Torino, ben dieci anni di esilio. Furono anni difficili, anche sotto l’aspetto economico, perché il governo austriaco lo esiliò e pose sotto sequestro i suoi beni. Fu tra i pochissimi, una decina, ai quali non fu mai concesso il condono neanche in occasione dei viaggi di Stato che Francesco Giuseppe I e sua moglie Elisabetta di Baviera fecero elargendo “doni e condoni” per ingraziarsi il favore dei nobili italiani.

La cosa non spaventò Ercole Oldofredi più di tanto che diventò uno dei principali collaboratori di Cavour mentre Mimì lo aiutò in questa eroica impresa che doveva portare all’Unità d’Italia. Sappiamo tutti che in quel periodo “stare un passo indietro al marito” era la norma, ma Ercole e Mimì si comportarono come una di quelle coppie moderne dove in assenza del marito era la moglie a prendersi cura di tutte le decisioni legate all’economia della famiglia, gestendo i possedimenti nel bresciano e nella bergamasca. E questo lo ritroviamo anche sulle pareti affrescate del palazzo di Calcio, nella Bassa Bergamasca Orientare, dove nel salone del ballo si possono ammirare le divinità della Guerra e della Bellezza scambiarsi i ruoli.

villa-oldofredi-tadini

L’attività diplomatica

Mimì Oldofredi Tadini partecipò in modo informale con Cavour al Congresso di Parigi nel 1856 dove collaborò a tessere relazioni con l’ambasciatore russo e quello austriaco. Lei infatti era figlia di una principessa russa Elisaveta Galycina giunta in Italia nel 1812 da San Pietroburgo per seguire il marito, il marchese Giuseppe Terzi. La madre, la marchesa Terzi, rimasta a Bergamo anche dopo la morte del marito scomparso prematuramente, aveva trasformato il palazzo di famiglia in un avamposto russo, dove si incontravano notabili e ambasciatori provenienti da San Pietroburgo. Questo aveva certamente aperto molti canali di comunicazione privilegiati tra la famiglia Terzi e la nobiltà russa, canali che negli anni Cinquanta dell’Ottocento furono sfruttati da Mimì per conto di Cavour. La sua bellezza inoltre ben figurò alla corte imperiale di Napoleone III, notoriamente sensibile al fascino delle donne.

E fu su richiesta di Cavour, che non aveva persona più fidata, portò a Milano, nascosto tra le stecche del suo busto, il discorso della corona con cui si diede inizio alla seconda guerra di indipendenza.

Prima della Battaglia di Solferino

Prima della battaglia di Solferino la coppia Oldofredi Tadini ospitò Napoleone III nella sua residenza di Calcio, nella bassa bergamasca.  Fu proprio Mimì ad affrontare il viaggio con una carrozza senza stemma, dal Piemonte a Calcio, per non dare nell’occhio e preparare il palazzo ad accogliere l’illustre ospite. Per l’occasione fece riallestire l’edificio rimasto spoglio per quasi un decennio,  facendo disseppellire l’argenteria e le ceramiche rimaste nascoste e arredandolo con mobili recuperati nelle case di famiglia per renderlo più confortevole. Napoleone III arrivò a metà giugno insieme a Ercole, il marito di Mimì, e da lì preparò la battaglia.

Napoleone III
Duce supremo dello esercito franco sardo
che solo tra i reggitori di Francia
scendeva nei campi lombardi
a salvezza non a servitude d’Italia
In questa villa nei giorni CVI e XVII giugno MCMLIX
disegnava la sanguinosa pugna e la vittoria
di Solferino

Ricordo posto allo esule di Chiselburst
dal conte Ercole Oldofredi Tadini
Senatore del Regno

Mimì Oldodredi Tadini in battaglia tra le antesignane delle crocerossine

Il 24 giugno 1859 durante la seconda Guerra d’Indipendenza ebbe luogo una delle battaglie più sanguinose del 1800 sulle colline a sud del Lago di Garda, a San Martino e Solferino. Trecentomila soldati di tre eserciti (Francese, Sardo-Piemontese e Austriaco) si scontrano lasciando sul terreno circa centomila fra morti, feriti e dispersi. Castiglione delle Stiviere è il paese più vicino, 6 chilometri da Solferino, dove esisteva già un ospedale e la possibilità di accedere all’acqua, elemento fondamentale nel soccorso improvvisato ai novemila feriti che, nei primi 3 giorni, vennero appunto trasportati a Castiglione.

crocerossine sul campoQui si trovavano i primi ospedali da campo, dove molte donne prestavano aiuto ai medici che soccorrevano i feriti. C’era bisogno di tutto: sia nelle sale operatorie che nelle tende da campo allestite per alloggiare i feriti. Ma soprattutto c’era bisogno di braccia e mani e volti amorevoli che accudissero chi era ferito e le donne senza distinzione di ceto sociale fecero la propria parte.

Anche Mimì sul campo a soccorrere i feriti

Mimì, come molte altre donne, seguì le truppe franco-piemontesi nel sanguinoso scontro di Solferino, prodigandosi a soccorrere i feriti. Barbara Baccarini, storica e scrittrice, si sofferma a lungo sul ruolo assunto dalle donne in quell’occasione. A cominciare dalle vivandiere “che misero a repentaglio la propria vita, sfidando il fuoco nemico, pur di portare acqua e cibo ai soldati”.

Baccarini mette in evidenza l’interclassismo della solidarietà femminile: parla delle donne del popolo che “sono sedute davanti alle porte, preparando filacce, in silenzio“. Ricorda anche il ruolo delle nobili, che operano vere e proprie metamorfosi nelle loro abitazioni, divenute infermerìe per soccorrere nel modo migliore i corpi straziati dei feriti, coperti di fango e di parassiti.

Tra le donne che ispirarono Jean Henry Dunant

un souvenire de SolferinoMimì Oldofredi Tadini era tra quelle donne che ispirarono un giovane svizzero, Jean Henry Dunant , venuto ad incontrare per i suoi affari Napoleone III. Egli si trovò coinvolto nel terribile macello, aggravato dall’inesistenza della sanità militare, e descrisse il tutto mirabilmente nel suo testo fondamentale: Un Souvenir de Solferino, tradotto in più di 20 lingue. È lo stesso Dunant a raccontare con dovizia di particolari l’impegno delle donne: “Quando un convoglio arriva salgono sulle vetture, sostituiscono le compresse, lavano le ferite con infinita amorevolezza“. E ancora: ” Niente le ha fatte arretrare, niente le ha stancate o scoraggiate, e la loro dedizione modesta non ha tenuto conto alcuno né di fatiche, né di fastidi, né di sacrifici

Tutti fratelliDall’orribile spettacolo nacque in Dunant l’idea di creare una squadra di infermieri volontari preparati la cui opera potesse dare un apporto fondamentale alla sanità militare: la Croce Rossa. Dal Convegno di Ginevra del 1863 (26-29 ottobre) nacquero le società nazionali di Croce Rossa, la quinta a formarsi fu quella italiana. Nella 1° Conferenza diplomatica di Ginevra che terminò con la firma della Prima Convenzione di Ginevra (8-22 agosto 1864) fu sancita la neutralità delle strutture e del personale sanitario.

Tra le antesignane delle crocerossine italiane

E’ proprio nell’impegno sociale delle donne sui campi di battaglia dell’Ottocento, che si rintracciano le prime basi di quello che, con la Prima Guerra Mondiale, diverrà un fenomeno universalmente riconosciuto con l’appellativo di Crocerossine. Donne come Cristina Trivulzio di Belgioioso, che si prodigò per l’assistenza ai feriti durante i combattimenti per la difesa della Repubblica Romana nel 1849; come Florence Nightingale che applicò la sua capacità scientifica ed organizzativa alla cura dei feriti durante la guerra di Crimea nel 1855, rivoluzionando così l’assistenza sanitaria militare o, ancora, come le donne lombarde che accorsero spontaneamente sul campo di battaglia di Solferino nel giugno del 1859 portando aiuto e conforto ai tanti soldati bisognosi di cure.

Mimì ispirò certamente le donne della sua famiglia

Mi piace pensare che le azioni importanti debbano essere usate per ispirare le nuove generazioni e che, se le azioni importanti vengono messe in pratica da uno dei componenti della famiglia, figli e nipoti sentano il dovere di non lasciar cadere nel vuoto l’esempio e si comportino di conseguenza. E forse è proprio quello che è successo alle donne della famiglia Oldofredi Tadini seguendo le orme di Mimì.

Teoaldo Odofredo Tadini, quartogenito di Ercole e Mimì,  fu ufficiale d’artiglieria e fece la Campagna del 1866, col Generale Medici in Tirolo, distinguendosi al passaggio del Cismon. Lasciato l’esercito, sposò Lina Cecconi, da cui ebbe 4 figli: Gabriella, Elisa, Paola e Gerolamo.  E furono proprio Elisa e Paola a seguire le orme di nonna Mimì distinguendosi sul campo come crocerossine di guerra per il loro valore e la loro dedizione. Elisa morì d’infezione tetanica presa al fronte durante la guerra dove era infermiera della Croce Rossa. Fu decorata di medaglia d’argento per benemerenze di Sanità Pubblica. Paola, anch’essa infermiera della Croce Rossa sempre al fronte fu decorata con la Croce di Guerra e la medaglia al Valor Militare.

Perché ricordare Mimì Oldofredi Tadini  oggi

Copertina libro SaninoQuando ho letto la storia di Mimì Oldofredi Tadini e mettevo in fila tutte le informazioni che ho raccolto ho subito pensato che fosse una donna da prendere ad esempio. Ho cercato su google una via a lei dedicata, ma non l’ho trovata e per questo mi è sembrato giusto raccontare la sua storia, anche se so che non sarà completa (se volete saperne di più leggete il libro Ercole e Mimì, una vita per l’Italia di  Domenico Sanino.

Lei era una di quelle donne che non si tiravano indietro e soprattutto una di quelle donne pronte a mettersi al servizio di un ideale o di un valore. Si era infatti data da fare per l’Unità d’Italia e si è data da fare per i feriti in battaglia. Era una nobil donna, cresciuta in Città Alta in uno dei palazzi più belli di Bergamo (Palazzo Terzi), era andata in sposa ad un nobile patrizio bresciano di Iseo, aveva conosciuto l’esilio per motivi politici, aveva dovuto lasciare la propria terra per seguire il marito. E non aveva esitato ad andare in battaglia in soccorso di uomini feriti insieme alle altre donne, mogli e madri combattenti.

Anche noi, oggi, siamo in guerra. Il nostro nemico è subdolo e insidioso: non lo vediamo ma i suoi effetti sono ugualmente devastanti e potenzialmente pericolosi per ognuno di noi. Siamo chiusi in casa (questo è quello che ci hanno chiesto di fare per combattere il virus), ma ci sono delle donne e degli uomini in prima linea che stanno combattendo per noi. Sono i medici e gli infermieri e i volontari della Croce Rossa che con spirito di abnegazione stanno mettendo al servizio di tutti le loro competenze per salvare chi è stato colpito dal virus. Ecco, io vorrei ricordarli così. E ringraziarli. Uno ad uno.


Note

Le informazioni sono state recuperate in rete. Sono pronta a correggere le imprecisioni, se vorrete segnalarmele. 

5 commenti

  1. Molto interessante: all’università ho dato un esame di Storia del Risorgimento, con studi proprio sul Lombardo-Veneto e mi piacciono un sacco le storie così. Brava Raffi! Sei sempre una grande fonte di storie speciali.

  2. Come prima cosa complimenti per fornirci sempre tante storie interessanti, narrate in modo molto piacevole. Ammetto la mia ignoranza, non conoscevo le vicende di questa grande donna, hai fatto bene a parlarne proprio in occasione dell’8 marzo.

  3. Interessante leggere questa storia. Essendo di Cuneo so che c’è la Villa ma non ne avevo mai approfondito le vicende quindi ho trovato il tuo articolo ancora più piacevole. Devo tornare a visitare la Villa quando ci saranno le aperture straordinarie; tempo fa avevo avuto modo solo di vedere i giardini.

  4. La via intitolata a lei non l’hai trovata perché le vie intitolate alle donne sono in percentuale molto minore, e anche per questo dobbiamo combattere!! Bellissimo racconto. Pensavo anche che è un peccato che oggi il termine “crocerossina” abbia una connotazione negativa: come dimostra anche questa storia, il ruolo è semplicemente ammirevole, e basta.

  5. Donne importanti di ieri e di oggi, grazie per aver scritto della sua storia! Anche io proprio in questi giorni di quarantena sto leggendo un libro su una donna altrettanto forte e caparbia, ovvero la nonna di Lilly Gruber, nel suo libro “Eredità”

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