Festeggiare i settantadue anni (portati bene) della “casa minima” di Pino Pizzigoni.

Casa Minima di Pizzigoni La casa minima progettata dall'architetto Pino Pizzigoni negli anni della ricostruzione post bellica a Bergamo

C’è una casetta piccina picciò… Potrebbe cominciare così la storia della casa minima di Pino Pizzigoni, famoso architetto del Novecento, amico e collega di Muzio e Sironi, autore anche di numerose e riconoscibili costruzioni di Bergamo e provincia.

Se non sapete qual è non preoccupatevi: la riconoscerete subito. Andate in zona Stadio.  Entrate nel parcheggio che conduce all’ingresso del Lazzaretto. Mettetevi di fronte all’entrata. Guardate sulla sinistra.  Fate scorrere gli occhi su tutte le villette e soffermatevi su quella più strana. Bianca, con il tetto a falde sfalsate, con porte e finestre in legno bianche. Senza box. Circondata da un muretto bianco e una rete grigia. Un cancello azzurro. Ecco, quella è la casa minima.
E io la trovo semplicemente straordinaria.

Lo so, lo so. “Ti entusiasmi per ogni cosa”, mi direte. Ma la verità è che questa costruzione è talmente particolare che non può essere lì per caso. E questo ha fatto scattare la mia voglia di saperne di più e di raccontarlo.

Non sembra particolarmente lussuosa. E pochi immaginerebbero che si tratta di uno studio architettonico innovativo. Ma se pensate che ha addirittura settantadue anni, qualche dubbio deve venire. A questo aggiungo che le scelte sui materiali molto comuni in Lombardia potrebbero ingannare un occhio non attento. Ma credetemi: quella è l’opera di un importante architetto del secolo scorso. L’opera di un innovatore.

Pino Pizzigoni, insegnò all’Accademia di Belle Arti di Bergamo. Tra le opere principali, la casa Cubo del 1936, la ristrutturazione del Teatro Donizetti, la chiesa dell’Immacolata a Longuelo (quartiere di Bergamo), il condominio Pagoda a Bergamo, il municipio di Zandobbio.

Le architetture di Pizzigoni possiedono sempre importanti aspetti innovativi, che connotano il suo lavoro come una ricerca costante. Tra questi, gli esperimenti nell’uso dei materiali: l’uso strutturale della pietra e del granito (es. cappella Baj al cimitero di Bergamo, una delle opere più plasticamente riuscite, definita da Giovanni Muzio “semplice, cerebrale e intuitiva“) e le variazioni spaziali con vele sottili in cemento armato. Nel secondo dopoguerra costruì diversi esempi di paraboloidi iperbolici in cemento armato per edifici scolastici (Zandobbio, Monterosso), edifici industriali (stabilimento Comana a Seriate, porcilaie di Torre Pallavicina), la chiesa di Longuelo, oltre a case private come la villa in via Masone a Bergamo. Durante la sua carriera  pubblicò anche un volume sulla prospettiva molto interessante.

Questa villetta fu progettata nel 1946 (settantadue anni fa) per un concorso nazionale intitolato “Ripresa Edilizia”.  Si tratta del modello in scala reale dell’unità unifamiliare di base per quello che avrebbe dovuto essere un nuovo quartiere residenziale, che però non venne mai realizzato. Commissionata a questo scopo dal Collegio dei costruttori edili della provincia bergamasca, la villetta fu realizzata sviluppandosi su un piano principale a doppia altezza, corredato da un soppalco per le due camere da letto. Le due stanze sono raggiungibili mediante una ripida scala e sistemate ai lati opposti della planimetria per favorirne il rispettivo isolamento; si aprono mediante ampie finestre ricavate nel complesso volume della casa che, al piano terra, ospita un unico, vasto ambiente su cui si attestano soggiorno e cucina a vista.

Grazie al sapiente gioco di falde tra loro sfalsate che ne movimenta il profilo, le ridotte dimensioni dell’edificio – che da queste prende il nome di “casa minima” – garantiscono uno spazio domestico estremamente gradevole.

Pizzigoni propose un prototipo edilizio altamente economico e legato alla memoria locale, ricorrendo a tecnologie costruttive e materiali poveri che richiamavano la tradizione della baita montana: alla muratura portante in cemento armato, sono abbinati intonaco strollato bianco, serramenti in ferro o legno e manto di copertura in pietra a spacco.

Va detto che stiamo parlando di un periodo immediatamente successivo alla guerra. L’opera di Pizzigoni va vista soprattutto in quanto prodotto di un periodo storico carico di illusioni e di grandi contraddizioni politiche. Con quest’opera diede un grande contributo al tema della ricostruzione edilizia, all’invenzione di nuove tipologie residenziali, all’impiego di nuovi ed economici metodi costruttivi di abitazioni in cui tutto lo spazio viene studiato e organizzato per eliminare ogni spreco di cubatura.

L’economia di questa casetta unifamiliare non è ottenuta sui materiali da costruzione né sugli impianti: i mobili sono su misura, è dotata di un bagno, cucina elettrica, risaldamento, acqua calda e sei letti. E se vi sembra poco pensate che in quel periodo si usciva da una guerra che aveva dilaniato intere famiglie e che un bagno e un letto per tutti in casa non erano così comuni. Ricordiamoci infatti che in quel periodo si stava per aprire l’Albergo Diurno di piazza Verdi, dove andare a lavarsi una volta alla settimana.

Questo è quanto. Ovviamente ci sarebbe molto di più da raccontare, ma siccome non sono un architetto rischierei di sbagliare troppe cose e credo che possa bastare per farvi guardare questa villetta con un occhio diverso. Come capita a me, ogni volta che ci passo davanti per andare al Lazzaretto.

Note
Le foto sono mie. Le informazioni le ho recuperate in rete (Archivio Beni Culturali, Treccani, saggi vari).
La casetta è privata e non fatevi saltare in mente di suonare per guardarla all’interno. Chiaro?