Scoprire la storia (e le storie) dell’ex abbazia di Santa Maria di Valmarina, scrigno del romanico lombardo.

Se volete raggiungere un luogo conosciuto dai bergamaschi che amano camminare o andare in bicicletta a due passi dalla città, ma immersi in un paesaggio incontaminato, pieno di fascino e storia, dovete proprio andare all’Abbazia di Santa Maria di Valmarina, l’ex monastero benedettino del XII secolo, oggi sede del centro direzionale del Parco dei Colli di Bergamo.

Il paesaggio che circonda questo antico monastero regala scorci di rara bellezza ed è la perfetta sintesi di un ambiente naturale,  arte e architettura. Raggiungendolo a piedi dalla via Valmarina attraverso la valle aperta, si nota subito che il monastero è oggi un interessante esempio di romanico lombardo il cui restauro è decisamente ben riuscito. Entrando dal portone principale si nota anche che l’antico e il moderno si integrano con delicatezza esaltandosi a vicenda.

La struttura dispone di spazi suggestivi che permettono di svolgere eventi legati al territorio o di collocare al suo interno opere d’arte capaci di valorizzare il sito. Mi è capitato di visitare alcune mostre molto ben allestite all’interno del monastero. Ricordo la mostra Collimazioni (nel 2015), dove le opere d’arte contemporanea esaltavano e venivano esaltate dal sito in cui erano poste. Oggi, questa versatilità si nota con i due cavalli di Elia Ajolfi (artista di cui ho già accennato nel post sul Chiostro di Santa Marta) che da qualche tempo campeggiano nella corte centrale dell’antico cenobio e che accolgono i visitatori  in una cornice ideale sia sotto il profilo architettonico che paesistico a sottolineare l’inscindibile legame dell’arte di Ajolfi con il territorio.

Ma veniamo ora alla storia di questo monastero.

Valmarina è una valle che si innesta ai piedi del colle della Bastia, rivolta verso la località Ramera nel Comune di Bergamo, caratterizzata da un suggestivo contesto composto da terrazze a prato, vigneti e campi coltivati. Il termine pare legato al diminutivo femminile del termine “mare” (marina), che rimanda alla “marra”, ovvero al mucchio di sassi ottenuto grazie a operazioni di scavo nella roccia. La valletta è caratterizzata da un corso d’acqua, elemento importante al tempo per la fondazione del monastero e il suo sostentamento, dato che – secondo la regola benedettina – le monache dovevano essere votate alla preghiera ma soprattutto al lavoro e  i monasteri dovevano sorgere in un luogo con acqua, pendici dei colli e pianura.


La presenza delle monache è attestata a partire dal 1150 quando un documento dell’epoca rivela che il monastero sorse grazie a un lascito di tredici pertiche (circa 660 mq, unità di misura delle superfici bergamasche) di Gerardo da Bonate Sotto, vescovo di Bergamo, che favorì non solo la nascita di questa comunità di clausura, ma anche quella di altri quattro monasteri femminili benedettini. Il monastero raggiunse la sua massima ricchezza nel 1367 con possedimenti dislocati tra Bergamo e Cremona (si parla di addirittura 300 pertiche) arrivati da diverse donazioni da parte di famiglie nobili.

Anche se si tratta di clausura, non dobbiamo immaginarci un luogo di detenzione. A quel tempo, diventare monaca, per una fanciulla, era si un sacrificio, ma era anche un modo per emanciparsi: le monache infatti potevano studiare, diventare economicamente autonome e soprattutto non erano costrette ad andare in sposa a uomini molto più vecchi di loro ai quali dare molti figli, con il rischio di morire di fatica, di fame o di parto.

Le monache smisero di abitare il monastero alla fine del quattordicesimo secolo, quando, per garantire la loro sicurezza, fisica e morale, vennero trasferite e poi annesse all’altro monastero cittadino di Santa Maria Novella, divenuto poi San Benedetto, che è tuttora l’attuale monastero di clausura di Via Sant’Alessandro. La scelta dell’abbandono fu indotta dall’assalto al monastero da parte dei guelfi nella notte del 2 ottobre 1393 (Bergamo era ghibellina mentre la provincia era guelfa) e dal fatto che si stava affermando un nuovo monachesimo, più aperto e vicino alla popolazione (francescani, disciplini – presenti nella chiesa di Santa Maddalena – e flagellanti) che non garantivano più la benevolenza e protezione della popolazione per gli ordini monastici di clausura. Va ricordato che, per queste stesse motivazioni, dopo la visita apostolica del 1575 condotta dall’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, al primo gruppo di monache vennero unite anche quelle di San Fermo.

Di questo complesso non è semplice leggere i segni delle sue origini, a causa della sua trasformazione da religioso ad agricolo avvenuta appunto nel Quattrocento. Pur tuttavia, sono evidenti gli stilemi del romanico lombardo che caratterizzavano complessi sacri come questo. Edificato intorno al 1150 presenta l’orientamento delle domus romane nord- sud, mentre la chiesa rurale preesistente datata 1100 dedicata a Maria, è orientata secondo le regole canoniche est-ovest. Le pietre sono lavorate nel gioco dei pieni e dei vuoti, dei chiari e degli scuri. Il tessuto murario è disposto con regolarità ad andamento orizzontale con alcuni particolari stilistici tipici dell’epoca, tra cui i timpani triangolari monolitici sulle finestre monofore.


Di gran fascino, il lato est del monastero dove ritroviamo, incorporato nello spigolo settentrionale, quello che resta della primitiva chiesetta romanica.

Una piccola parete di arenaria è scandita da due elegantissime monofore, separate da una lesena, sovrastate da due fori tondi (oculi) dal quale la mattina entrava la luce che illuminava l’interno della chiesetta. Dalla parte opposta (visibile dall’interno del monastero), invece, campeggiava un rosone dal quale entrava la luce della sera, che garantiva l’illuminazione nelle ore tarde.


La sua attuale forma a corte chiusa tipica delle zone di pianura, acquisita dopo la trasformazione in cascinale, risulta eccezionale nel contesto agricolo delle colline, com’è Valmarina, dove generalmente i corpi di fabbrica erano giustapposti o disposti ad L o contrapposti. E’ evidente come sia  frutto di ampliamenti successivi al periodo medioevale, che hanno distribuito le parti più alte seguendo l’andamento del versante.

Le pesanti modifiche e varianti subite dalle strutture interne hanno interessato tutti i vani interni del monastero: la chiesa ad abside quadrata con pianta a croce, il refettorio, la sala del capitolo e il dormitorio comune.

Mancano all’appello una seconda chiesa, dedicata probabilmente a Sant’Ambrogio, una torre di avvistamento (in comunicazione con i campanili e i monasteri dei colli circostanti, che fungeva da segnale difensivo e di allerta per le popolazioni vicine) e la cantina.

Restano ancora oggi nell’architettura dell’edificio alcune testimonianze di quello che scandiva la vita del monastero e delle monache. Interessante il particolare delle finestre nel dormitorio comune, al primo piano, tutte provviste di uno spazio per la lanterna che nella notte dovevano rimanere accese per illuminare il monastero, rendendolo così un edificio ben visibile da tutti nella valle e nelle campagne circostanti. Per questo, ogni notte, una monaca rimaneva sveglia per controllare che le lanterne del dormitorio non si spegnessero mai.

Il monastero aveva 3 chiese, utilizzate in momenti e tempi diversi. Le monache assistevano alle funzioni religiose senza entrare in chiesa, ma attraverso una finestra coperta da una grata. Si narra che un cardinale in visita al monastero, notò che le maglie della grata erano troppo larghe e che i “giovinotti potevano veder in viso le monachelle”.

La chiesetta a croce greca dedicata alla Madonna rimase aperta al culto per i cittadini per molti anni ancora, dopo che le monache furono trasferite.

 


Al pian terreno si trovano il refettorio e la sala capitolare, stanza dove le monache che avevano già preso i voti potevano entrare per leggere ogni giorno un capitolo della regola benedettina, mentre le novizie non potendo entrare rimanevano ad ascoltare in silenzio attraverso le grandi finestre.


Il portico addossato al nucleo originario è simile a quello delle vecchie cascine dislocate in vari punti del territorio, dalle pendici della Maresana fino a Sorisole.


In epoca napoleonica il complesso fu venduto ai conti Moroni, che avevano una villa su una collina che domina dall’alto il monastero.

Nel 1997 divenne di proprietà del parco Regionale dei Colli di Bergamo che oggi se ne prende cura e lo apre al pubblico per iniziative di valorizzazione del sito e del Parco dei Colli.


Il Parco dei Colli di Bergamo copre un territorio di dieci Comuni e comprende quasi 5 mila ettari di paesaggio naturale protetto: un ecosistema perfetto, disegnato nei secoli dalle mani dell’uomo, tra borghi antichi e vigneti, boschi di castagno e uliveti che vediamo ancora oggi.  Istituito nel 1977 per rispondere all’esigenza di salvaguardare e valorizzare l’equilibrio tra la natura e la presenza umana di questo territorio, ha oggi sede in questo scrigno di arte romanica lombarda.

 

 

Per saperne di più sul monastero leggere:

Ex abbazia di Santa Maria di Valmarina di Maria Teresa Brolis. Volume 1 Edizione 2004. Pagg. 165

Oppure approfittare delle interessanti visite guidate gratuite, organizzate dal Parco dei Colli e tenute dal Servizio Guardie Ecologiche Volontarie Parco dei Colli, su prenotazione.

 


 

 

 

 

 

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