Prima che il Gallo dello scultore Elia Ajolfi canti, catturo un Pokemon e vado alla ricerca del Pavone

Se vi chiedete se sia impazzita completamente con questo caldo, voglio rassicurarvi: ho smesso di giocare a Pokemon GO 2 anni fa, quando è passata la moda e come molti adulti sono tornata a miti consigli lasciando al gioco i veri gamer. Eppure ogni volta che passo in via Torquato Tasso a Bergamo e incrocio con la vista il bellissimo Gallo dello scultore Elia Ajolfi nell’androne di un palazzo, non posso fare a meno di pensare alla sorpresa che avevo avuto scoprendo che lì c’era un pokemon (di quelli non rari, purtroppo) pronto per essere catturato. La stessa sorpresa che ho avuto quando scoprii  che anche il Pavone di Piazza Dante (dello stesso autore) aveva il suo Pokemon nei dintorni e che probabilmente era così per tutto il Bestiario dell’artista bergamasco decisamente nutrito disseminato per la città.

Grazie al giochino con la realtà aumentata, tormentone dell’estate 2016, finalmente avevo una scusa per passare di lì anche più volte al giorno e guardare quelle meraviglie senza sembrare una matta. Per meraviglia ovviamente intendo il Gallo e il Pavone di Ajolfi, posizionati il primo nella vetrina d’ingresso del palazzo di una famiglia di panificatori tra i più noti della città e il secondo in Piazza Dante, davanti alla fontana. E riguardo al “matta“, be’, ammetto che una donna adulta che gira per le vie di Bergamo Bassa lanciando pokemon ball (virtuali, ball virtuali!) nella direzione di un gallo o di un pavone in bronzo… qualche dubbio può farlo venire.


Chi era Elia Ajolfi

Elia Ajolfi ritratto foto.jpgElia Ajolfi (Bergamo 1916-2001), è stato uno scultore bergamasco, tra i più rappresentativi della scultura italiana contemporanea. Formatosi  prima nella bottega del padre Francesco (insieme a Giacomo Manzù)  e poi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, allievo di Giuseppe Graziosi e di Italo Griselli, due importanti artisti del XX secolo.

Fu uno dei grandi scultori in bronzo del Novecento italiano, ma anche in ghisa, in creta e in materiali innovativi;  ai cicli scultorei animalistici, a partire dalla fine degli anni ’50, egli faceva precedere raffinati disegni, caratterizzati da una incisiva, scattante plasticità. Ha esposto più volte alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma, ottenendo riconoscimenti nel campo dell’arte sacra.

Abile disegnatore, è stato invitato alle maggiori esposizioni artistiche internazionali. La sua scultura, in pietra e in bronzo, sempre fedele alla impostazione naturalistica iniziale, predilige i temi del nudo e degli animali, in particolar modo cavalli (nell’ex monastero di Valmarina ce ne sono due meravigliosi a dimensione reale), tori, pecore, aquile, pavoni. Il carattere stilizzato, dovuto alla fusione in ghisa, si carica talvolta di valenze simboliche e surreali.

Lo scultore Elia Ajolfi parlava 4 lingue, viaggiò ed espose in tutto il mondo. Le sue opere si trovano in ogni dove: Helsinki, Madrid, Milano, Firenze, Roma, Parigi, Bengasi, Vancouver. Possiamo forse dire che fu quasi più famoso all’estero di quanto non lo sia stato in Italia. Le opere che si trovano a Bergamo caratterizzano i luoghi e ne definiscono l’identità; le troviamo lungo le strade, in contenuti slarghi, nelle piazze, o in giardini privati (come nel caso del Chiostro di Santa Marta dove troviamo le Tre suore che comunicano) e sulle facciate di alcuni edifici civili e religiosi.

Il Gallo di Elia Ajolfi

Il Gallo di Elia Ajolfi è davvero bellissimo: grande, imponente, con la sua meravigliosa coda piena di piume arricciate. Non so che gallo sia. Forse un gallo nero, o forse un gallo inventato. Ho scoperto che potevo saperne di più quando due guide turistiche di Bergamo, Michela Del Rosso e Alessandro Giorgi (li avevo già citati nell‘articolo dedicato a Bergonzo, ricordate?) hanno organizzato il tour dedicato alle opere dello scultore Elia Ajolfi, non ci ho pensato due volte e mi sono subito iscritta.

Mentre Michela e Alessandro raccontavano al gruppo le caratteristiche di questo Gallo, mostrando la particolarità della posizione, la testa che non era proprio la testa di un gallo, la magnifica coda di piume, l’orientamento della testa che sembra non guardare verso chi entra dal portone, riflettevo. Guardandolo, non si può fare fare a meno di pensare che un gallo sia in effetti l’unico animale che poteva avere una valenza simbolica così forte in quel contesto, nell’androne di un palazzo abitato da una famiglia che comincia a lavorare molto presto la mattina, addirittura prima che il gallo canti….

L’occhio vigile, la posizione eretta, carica di potenza e di orgoglio, la sua osservazione della tenebre, in attesa dell’annuncio del giorno che egli trasporta e annuncia al tempo stesso, hanno fatto del gallo, da sempre, una creatura magica dotata, nella maggior parte dei casi di connotazioni positive. E’ un animale che porta la luce e allegria, traghettando l’umanità fuori dagli incubi della notte.

La simbologia del gallo

Quando la famiglia Nessi chiese a Elia Ajolfi di realizzare un’opera per l’ingresso di casa, lo scultore deve aver pensato che, tra tutti gli animali del suo Bestiario, il Gallo era certamente quello che meglio si adattava a raccontare la storia di quella famiglia e che per per loro un gallo avrebbe potuto avere una valenza multipla: quella simbolica, del culto fondato da Zoroastro, così come della cultura cristiana, ma anche quello più pragmatico di… sveglia mattutina.

Nel culto fondato da Zoroastro, il  gallo rappresentava il risveglio delle passioni e della vita. A questo animale venivano attribuiti influssi talismani di buon auspicio, in quanto assiduo cacciatore di insetti dannosi per l’agricoltura.

Il gallo, come simbolo solare, è insieme il segno della vigilanza e dell’avvento della luce iniziatica. Il suo canto annunzia il levar del sole, ed è efficace non solo contro le cattive influenze notturne ma le allontana dalle case.

Anche nella cultura cristiana, il gallo è un animale che porta in sé la gioia. La certezza della luce, il desiderio di essere attivi, l’annuncio del sole di Cristo che sale a Oriente. Questo animale si lega anche al momento della Resurrezione, dopo i giorni di Passione. Il triplice canto del gallo, durante il rinnegamento di Pietro, ricorda in qualche modo l’ineluttabilità del suo riconoscere il sole che Pietro, per debolezza umana, rinnega, nel corso della persecuzione.

Il Pavone di Elia Ajolfi

Il Pavone si trova in Piazza Dante, vicino alla fontana al centro della piazza alle spalle del Sentierone. Il Pavone accoglie con la ruota di piume aperta i visitatori che dal Sentierone attraversano il quadrilatero e si immettono sulla piazza su cui si affacciano il Palazzo di Giustizia (1923), il Palazzo della Banca d’Italia (1914) e il Palazzo della Camera di Commercio (1925).

Una delle caratteristiche di questo pavone è di essere un animale pieno di particolari “inventati”. A partire dalla testa, che non è proprio quella di un pavone, passando dalle decorazioni delle piume, realizzati con dei cestini di vimini e delle foglie, o gli occhi realizzati con degli oggetti in plastica. Egli infatti amava utilizzare degli oggetti d’uso comune per realizzare le sue sculture, con la poetica dell’Objet Trouvè.

Questo Pavone fu realizzato nel 1990 e venne esposto al Castello Sforzesco di Milano in occasione dell’esposizione antologica che il Comune di Milano aveva dedicato all’artista nei mesi di giugno e luglio 1992. Qualche tempo dopo il Comune di Bergamo lo acquistò dall’artista per 15 milioni di lire, letteralmente al prezzo di costo. Tanto infatti era costato all’artista acquistare il materiale di fusione e farlo lavorare in fonderia con la tecnica della cera persa.

Un aneddoto sul Pavone di Ajolfi…

In occasione di una Mostra di Disegni all’ex Ateneo delle Arti e delle Lettere in Città Alta, il Pavone di Elia Ajolfi venne esposto nei pressi dell’ingresso insieme a due rinoceronti. Una notte qualcuno tentò di rubare uno dei rinoceronti, ma senza riuscirci evidentemente per via del peso. Così Ajolfi, temendo che i ladri tornassero più agguerriti e che dedicassero le proprie “attenzioni” al Pavone, lo assicurò con una catena alla cancellata dell’ex Ateneo.

La simbologia del pavone

Il pavone simboleggia la longevità, l’amore, ma anche la primavera e la rinascita. Come sappiamo è anche noto come l’uccello dai cento occhi, quelli del suo piumaggio che rappresentano le stelle, l’universo, il sole, la luna. I Romani lo chiamavano “uccello di Giunone” perché accompagnava nell’aldilà le anime delle imperatrici e simboleggiava la regalità, la bellezza e l’immortalità.

In generale, il pavone è simbolo del cambiamento in positivo poiché questi uccelli si cibano dei giovani cobra e dei serpenti velenosi, riuscendo ad ingerire i veleni senza risentirne. Ancora, in Tibet il pavone bianco, rappresenta la perfezione spirituale e la completa purezza mentale. Infine, il pavone è anche un simbolo di vanità, non a caso si usa l’espressione ‘pavoneggiarsi’.

La tecnica della cera persa

Sia il pavone che il gallo sono stati realizzati con la tecnica della cera persa. Sapete cosa significa?
La tecnica della cera persa è una tecnica scultorea originariamente introdotta nell’età del bronzo e che nei secoli ha conosciuto una notevole fioritura, soprattutto nell’arte greca, romana e nella scultura monumentale. Si tratta di una tecnica che sfrutta la caratteristica della cera di sciogliersi ed evaporare ad alte temperature. L’obiettivo del processo è infatti quello di creare un modello del bozzetto dell’artista che possa dissolversi quando riscaldato (da qui il nome ʺcera persaʺ),  e venire sostituito dal metallo fuso che, una volta solidificato, darà vita all’opera d’arte finale. Questo modello viene inserito in un involucro di materiale refrattario liquido che, solidificandosi, crea il modello dell’opera in negativo. Si creano due fori di entrata e di uscita e vi si cola dentro la lega che scioglie la cera e crea la scultura.

Pokemon Go e l’arte

E a chi ancora si sta chiedendo che cosa centrino le opere di Elia Ajolfi con Pokemon Go, il giochino elettronico più scaricato del 2016, ecco la spiegazione.

Era il 2016 e Pokemon Go imperversava ovunque. Tutti ne parlavano e tutti ne scrivevano. Era il tormentone dell’estate e sembrava che i ragazzini fossero entrati in una via senza ritorno: in giro a catturare Pokemon con la testa china sullo smartphone senza accorgersi di niente e di nessuno. Sembrava che – a detta dei detrattori – la cultura fosse morta e che il futuro fosse ormai senza speranza a causa di Pokemon Go. Ovviamente io me ne sono guardata bene dallo scrivere qualcosa contro la piaga dei Pokemon visto che ero una giocatrice accanita e che sapevo che come tutti i tormentoni estivi sarebbe finito nel dimenticatoio di lì a pochi mesi.

E comunque, fortunatamente non ero la sola a non pensarne male. Infatti dopo le resistenze iniziali, il mondo della cultura e del turismo avevano deciso cavalcare Pokémon Go e trasformarlo in un alleato. Il videogioco più scaricato al mondo divenne quindi un’occasione di marketing e comunicazione per musei, monumenti e città d’arte. Come? Semplice: sfruttando il posizionamento sulla mappa di Pokéstop e Pokégym, ossia i punti di “rifornimento” e le “palestre” che i giocatori usano per ricaricarsi di energia e munizioni, per allenare i propri Pokémon e sfidare gli avversari in battaglia.
La Niantic, che aveva sviluppato il gioco, aveva volutamente piazzato questi luoghi strategici in corrispondenza di musei, monumenti e installazioni artistiche (come il Gallo di Ajolfi in via Torquato Tasso e il Pavone in Piazza Dante), con la speranza di invogliare le persone a visitarli, anche se inizialmente soltanto per catturare qualche animaletto o per ricaricarsi di Pokéball.

C’è da dire che, con mio grande rammarico, i musei di Bergamo non hanno aderito all’iniziativa della Niantic. Peccato. Perché quell’anno sono riuscita a portare mio figlio in tutti i Musei d’Italia (a partire da Brera che quell’anno aveva istituito i mercoledì a 3 euro e che aveva diversi Pokemon rari nelle sale più belle) e a mostrargli delle opere magnifiche tra una cattura e l’altra.

 

Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono il frutto della rielaborazione di quanto ascoltato durante la visita guidata di Michela Del Rosso e Alessandro Giorgi. Gli approfondimenti sono successivi. Le foto delle opere d’arte sono state recuperate in rete. 

10 commenti

  1. Ammetto di non aver mai giocato a Pokemon Go neanche quando andava di moda. Non sono mai stata un amante di questi giochi. Queste statue raffiguranti animali sono davvero molto interessanti non le conoscevo.

  2. Ecco, credo che un gallo non possa mai essere il nostro stemma di famiglia. Ci piace dormire 😂. Anche io per un brevissimo periodo ho giocato con pokemon go. L’ho disinstalkato subito perché stava diventando una droga. Ma vero che lascia scoprire posticini a cui non avevi mai fatto caso!

  3. Nell’estate 2016 ci siamo divertiti come pazzi con Pikemon Go, ed è vero, anche noi abbiamo scoperto posti della nostra città che neanche sapevamo che esistessero…belle queste sculture!

  4. Personalmente non ho mai giocato a Pokemon Go ma, da quello che leggo, mi sembra sia stato un modo molto bello per avvicinare i giovani all’arte.

  5. Da Pokémon Go alle sculture! Che meraviglia!
    Bello il gallo , ma soprattutto il pavone ,un animale che amo molto.
    grazie tante per avermi fatto imparare che cos’è la tecnica della cera persa ,di cui non avevo mai sentito parlare.

  6. Per un attimo ti ho immaginata a lanciare finte sfere pokemon ball per catturare i pokemon in giro per la città!ahaha Scherzi a parte, mi è piaciuto molto scoprire di più sia del gallo che del pavone e sapere i vari significati della loro figura. Non sapevo potessero avere diverse chiavi di lettura!

  7. Mai giocato a Pokemon Go perchè non sono mai stata fan dei Pokemon in generale ma sicuramente le statue sono bellissime senza dubbio e ho scoperto cosa simboleggiano sia il gallo e il pavone!

  8. Devo ammettere di non aver mai giocato a Pokemon Go, ma mi è piaciuto molto il tuo articolo e scoprire i vari significati del gallo e del pavone! molto originale!

  9. devo ammettere di non aver mai giocato a Pokemon Go ma mi è piaciuto molto il tuo articolo e mi ha permesso di scoprire i diversi significati del gallo e del pavone, molto originale!

  10. Mi piace sempre molto conoscere le varie simbologie legate agli animali, pensa che quando li vedo, o sogno, corro subito a cercare il loro significato esoterico!

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