Madonna sorretta dalla Maddalena e da Maria di Cleofa e accarezzata da Papa Giovanni XXIII

Gli occhi più belli e struggenti di Bergamo, dall’Accademia Carrara all’opera di Andrea Mastrovito all’Hpg23

Qualche giorno fa ho scoperto una bella storia sugli occhi di uno dei soggetti più belli dell’Accademia Carrara dipinti da Pelizza da Volpedo e gli occhi di Maria, la Madre di Cristo, realizzata dal’artista bergamasco Andrea Mastrovito che si può ammirare in una delle nicchie dietro l’altare della chiesa dell’ospedale Papa Giovanni XXIII (Hgp23 come ormai lo chiamano tutti a Bergamo).

Chi mi segue ormai da quasi due anni sa quanto io ami l’arte (antica, moderna o contemporanea), Bergamo, l’Accademia Carrara. Ma soprattutto quanto ami le chicche che pochi conoscono o ricordano. Ecco perché, quando scopro delle cose che non sapevo, la prima domanda che mi faccio è se sia io l’unica a non saperla, o se è già di dominio pubblico e io me la sono persa tra le migliaia di cose che ascolto e leggo ogni giorno. Poi mi dico che se non la so io, forse non lo sanno anche altre persone o se la sono dimenticata. E, quindi, perché non parlarne?

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La storia è molto semplice: se li osservate, gli occhi delle due donne hanno lo stesso sguardo, la stessa intensità, lo stesso struggente dolore. Perchè un immenso dolore le accomuna e le avvicina nello spazio e nel tempo. E forse non è un caso.

Ma andiamo con ordine.

La Cappella del Papa Giovanni XXIII 

Gli occhi della Madonna che vedete nella foto sopra a destra sono opera di Andrea Mastrovito, artista bergamasco trapiantato a New York, e si trovano nelll’abside tripartito della Chiesa dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII.

La Cappella dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII rappresenta una perfetta fusione tra innovazione e fede, che qui si uniscono e si compensano come non succedeva da anni. “Lavorare in questa chiesa è stato un dono” ha detto Andrea Mastrovito parlando della sua opera,  “perché mi ha permesso di fare qualcosa che non si fa più da centinaia d’anni.  Gli artisti contemporanei infatti non lavorano quasi più nelle chiese. Alcuni papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Ratzinger hanno ammesso che la chiesa ha preso una strada diversa da quella degli artisti, allontanandosi dal percorso dell’arte contemporanea. Solo alcuni grandi artisti contemporanei sono riusciti a fare qualcosa nelle chiese e ricordiamo Matisse, Dan Flavin a Milano, o Gerhard Richter nel Duomo di Colonia.”

In questa cappella tutto parla di innovazione e di contemporaneo. La volontà cercata e raggiunta dagli architetti che l’hanno progettata, Aymeric ZublenaPippo e Ferdinando Traversi, è stata quella di creare un luogo che facesse della luce il reale elemento mistico dello spazio. Di per sé la struttura è molto semplice, un quadrato bianco che nasconde un’elevatissima ricerca tecnologica. Oltre alla luminosità del materiale, gli architetti hanno realizzato un “velario” che circonda la chiesa, composto da tantissimi pilastrini attraverso i quali la luce filtra in ogni momento colorando l’interno dell’intensità luminosa del giorno.

Dalla passione per l’arte di Pippo Traversi, nasce l’idea di coniugare da subito l’elemento architettonico con il progetto artistico interno. Ne è nato un percorso iconografico che ha coinvolto tre eccellenti artisti di area bergamasca: Stefano Arienti, Andrea Mastrovito e il gruppo Ferrario Freres.

L’opera di Stefano Arienti

Stefano Arienti, artista straordinario autore dei muri della chiesa dell’ospedale Papa Giovanni XXIII, è stato il primo ad essere coinvolto. Il progetto partiva infatti dalle pareti e dalla serie di affreschi (se così si possono chiamare) progettati proprio da lui. Entrando in chiesa, vi accorgerete subito che i muri sono delle opere d’arte. Grazie all’uso di un particolare processo chimico, l’artista ha impressionato sul cemento l’elaborazione fotografica di un angolo di flora bergamasca, creando un giardino sovradimensionato, una sorta di giardino dell’Eden (e giardino degli Ulivi e giardino del Golgota, che insieme sono i tre importanti giardini della fede cristiana) che trasporta la luce. Durante il giorno il sole penetra all’interno, mentre la sera l’illuminazione interna trasforma la chiesa in una sorta di lanterna che illumina l’esterno.

Ospedale Giovanni XXIII Chapel, Italy

L’abside di Andrea Mastrovito

Dopo qualche mese entra in gioco Andrea Mastrovito, artista bergamasco trapiantato a New York. Quando gli chiedono di partecipare alla realizzazione di questa chiesa, grazie anche a Stefano Arienti che era stato suo maestro all’Accademia Carrara, lui accetta subito.

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Quando Mastrovito entrò in chiesa la prima volta c’era già il giardino sui muri – l’opera di Arienti – perché era connaturato con la parte portante dell’edificio. Ne ha da subito un’incredibile impressione di luce. Per questo, realizzando che manca il tetto, decide di lavorare in due direzioni: la prima integrando la sua opera con quella di Arienti, nella leggerezza della vegetazione e nella cromia, e poi lavorando nella direzione della luce.

Andrea Mastrovito realizza l’abside tripartito da una scenografia di grandi vetrate senza che ci sia una reale struttura architettonica a dividere gli spazi. I disegni dell’artista si frappongono all’oro come nella migliore tradizione bizantina e le vetrate mostrano una potente scena di passione e pietà che raccoglie l’eredità del Papa Buono. Ma il materiale scelto, il vetro, permette ancora di accogliere la potenza dell’elemento naturale della luce, alleggerendo la struttura.

Un utilizzo della tecnica della grisaglia innovativo

Prima di cominciare la sua opera, Mastrovito si era interrogato a lungo su cosa potesse dare luce e leggerezza in una chiesa. “Nelle chiese del passato, solitamente quello che valorizza la luce sono le vetrate, il vetro e l’oro“. E così decide di applicare  al suo principio di disegno, “il disegno che tutto fa“, il vetro e l’oro su più livelli. Decide infatti di applicare al vetro la sua tecnica dei livelli che si sovrappongono già utilizzata nelle opere di carta. E lo fa esplodendola nello spazio e utilizzando centinaia di livelli di vetro uno sull’altro.

Per fare tutto questo coinvolge uno degli artigiani più importanti a livello mondiale nel campo del vetro, Lino Reduzzi, maestro vetraio bergamasco, un’eccellenza bergamasca che ha realizzato opere straordinarie. Andrea porta a Reduzzi la sua idea in bozzetto tridimensionale e gli chiede se sia possibile realizzarla. Reduzzi risponde che “non si può fare“, ma che “loro la faranno“. E dopo sei mesi arriva con la soluzione tecnica. Ed è così che si riuscirà a realizzare fino a 4 livelli portanti e su ogni livello di vetro, applicare centinaia di livelli di vetro.

Andrea Mastrovito ci mette tre anni a disegnare il tutto con la tecnica della grisaglia, una tecnica antica con cui si dipingeva un tempo so vetro ma che lui non aveva mai affrontato prima. Mastrovito impara la tecnica e comincia disegnando la faccia della Madonna. Racconterà che tutto questo è avvenuto in uno studio piccolissimo “perché il vetro soffiato si può cuocere solo in pezzi piccolissimi altrimenti si rompe“. Dipinge pezzi piccoli, partendo dalla Madonna. All’inizio è in grande  difficoltà perché la grisaglia è una polvere volatile che “solo con un respiro, vola…” Poi capisce come fare e il lavoro prende velocità. Ma non solo.

Mastrovito e Reduzzi si rendono conto che stanno aggiungendo un tassello alla storia dell’arte delle vetrate artistiche: utilizzano infatti una tecnica antica con tecniche inventate in quel momento. Tagliando il vetro, accoppiandolo senza il piombo che si userebbe per accoppiare le vetrate. “Ci sono solo piccolissimi elementi di acciaio, che nell’architettura si perdono, che tengono insieme il tutto. L’effetto è straordinario: la croce sembra sospesa nel nulla, anche se poi il trucco c’è“. Va ricordato infatti che tutta l’opera è antisismica grazie a studi ingegneristici e architettonici.

L’opera dell’artista parte dalla vita quotidiana

Andrea Mastrovito racconta che la sua opera parte dalla sua vita quotidiana ed è un omaggio al sacro e al reale: “Ogni personaggio ritratto ha la sua storia e in tutti i personaggi ci sono più personaggi“.

Per ritrarre la Madonna, nell’abside a sinistra, ha preso come modella una sua carissima amica “che mi ha insegnato molto nella vita con la sua storia“. Per rappresentare una delle due donne che sorreggono la Madre del Cristo ha usato come modella sua madre.

Per onor di cronaca dobbiamo ricordare la polemica nata dopo che qualcuno ha riconosciuto nel volto di Cristo il volto di uno dei capi ultrà dell’Atalanta. Ma se lo guardiamo bene possiamo riconoscerci mille altri personaggi con lo stesso fenotipo bergamasco. L’autore non ha mai smentito o confermato la cosa, ma col tempo questo scoop sembra aver preso la via del dimenticatoio ed è solo un aneddoto da ricordare tra i mille della storia dell’arte come potrebbe essere quello di un Michelangelo che usa come modello il suo giovane amante in una delle più belle opere mai realizzate dall’artista.

Quindi nessuna sorpresa se gli artisti usano modelli presi dalla propria vita quotidiana per dare un volto a personaggi di cui non abbiamo ritratti del passato.

La Madonna di Mastrovito racconta tutto il suo dolore

Ecco quindi che veniamo alla storia di Maria, la madre di Cristo. Mastrovito ha voluto far sì che gli occhi richiamassero gli occhi del quadro a suo parere più bello esposto nella sala dell’Ottocento all’Accademia Carrara: Ricordo di un dolore di Pelizza da Volpedo, ossia la donna con la lettera appoggiata in grembo e lo sguardo fisso nel vuoto. Un quadro straordinario che è diventato per caso il modello per gli occhi della Madonna, una donna distrutta dal dolore che viene consolata da chi le sta intorno, dalla carezza di papa Giovanni XXIII e dal Figlio che sta morendo in croce.

Il cuore della composizione è il cuore nero, il cuore del dolore. Siamo in un ospedale, Mastrovito parte dal Vangelo di Giovanni dove nella crocefissione si legge tutta la vittoria del Cristo. E la interpreta facendo in modo che il Cristo sia un trionfo d’oro già dai chiodi della Croce e della Corona di spine. E Cristo non è un Cristo sofferente, ma un Cristo che guarda il Cielo con sguardo fiero. Un Cristo che sembra dire al Padre “Lo sto facendo, ce la faccio“. Cristo ha lo sguardo di chi sta lottando e ce la vuole fare. Ha lo sguardo di chi vuole rassicurare la propria Madre. Una metafora perfetta per rappresentare la lotta contro la malattia di tutti i pazienti dell’ospedale che vogliono rassicurare chi sta loro accanto.

E tutto il dolore della Passione del Cristo è nella Madre e in quegli occhi struggenti. Tutti, da Gesù, a Papa Giovanni XXIII a Maria di Cleofa, tutti si prendono cura della Madre di Cristo. “Una metafora per i pazienti: in chiesa si cerca di curare il dolore spirituale e quindi bisogna trasmettere serenità. L’arte serve anche come terapia” spiega Mastrovito. Ecco quindi  un gioco di mani che comincia con le mani del Cristo che sono “aperte e libere in un abbraccio“, e va avanti nella carezza del Papa, prosegue nel braccio della Maddalena che va ad unirsi al braccio della Maria di Cleofa, che chiude questa sorta di cerchio che unisce passato, presente e futuro.

Qualche chicca sulle opere in Cappella

In questa chiesa ci sono moltissime chicche che andrebbero raccontate. A partire dal tabernacolo che ha vinto persino dei premi.

Sulla destra, dal giardino del Golgota emerge una sfera in bronzo dorata, decorata come una volta celeste. Si tratta appunto del tabernacolo, apribile come una conchiglia, ma in verticale. Il tabernacolo dorato riporta la forma delle costellazioni del giorno in cui fu dichiarato santo Papa Giovanni XXIII.

Il tabernacolo della chiesa

Il Pavone che trovate ai piedi di Cristo è il simbolo paleocristiano della Resurrezione. Quando entrate lo vedere con la ruota chiusa: sembra appollaiato sull’altare.

Gli arredi liturgici sono stati realizzati da Pippo Traversi, in collaborazione con Andrea Mastrovito per quanto riguarda l’altare che è una vera chicca, se così si può dire. Lo schema è comune a tutti gli arredi presenti all’interno della chiesa: un blocco di marmo, sorretto da colonnine d’acciaio. L’immagine che lo decora, che sembra una corona di spine, in realtà sono due rametti di incenso e mirra che cingono l’altare e che si sfiorano sul davanti, frontalmente. Si sfiorano ricordando le due dita della creazione di Michelangelo. Guardate le foto qui sotto: non è emozionante?

La Via Crucis è stata firmata dal gruppo artistico Ferrario Freres, che ha realizzato un’opera grafica che raccoglie le 14 stazioni in un’unica grande immagine ambientata nei luoghi di Bergamo. Si tratta di un percorso assolutamente originale, che coniuga la tradizione olandese, una visione cinematografica di pasoliniana memoria e i luoghi e i personaggi del territorio su cui sorge la chiesa. Il teatro della Via Crucis non è solo Bergamo e i suoi abitanti ma qualsiasi persona in qualsiasi luogo.

Ed ecco che ritorna il concetto che mi è così caro in questo momento: l’arte è intorno a noi e quello che c’è intorno a noi entra e diventa arte.

Note

Le informazioni e le immagini contenute in questo articolo le ho recuperate in rete. I virgolettati di Andrea Mastrovito sono estrapolati dalle interviste video da lui rilasciate nel 2016 che ho trovato su Youtube (e approvati da lui stesso).

4 commenti

  1. Grazie a te per questo bellissimo articolo. Ti seguo sempre ed ogni volta mi stupisco della tua bravura, ti superi sempre. Chi ama l’arte come me non può che sentire una grande gioia leggendoti.

  2. Ma che meraviglia! Sei come sempre bravissima a scovare pezzi di arte sconosciuti ai più ma dai contenuti profondi ed entusiasmanti. Bellissima tutta la simbologia del dolore, della speranza e della consolazione. Dalle foto le opere si direbbero splendide, devo assolutamente visitarla

  3. Davvero meravigliose le opere custodite in questa cappella. Anche la struttura architettonica e il design innovativi mi hanno molto colpita, dev’essere davvero particolare visitarla!

Grazie di aver letto il post. Se desideri lasciare un commento sarò felice di leggerlo

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