Bartolomeo Colleoni

Bartolomeo Colleoni: la vita del condottiero bergamasco in 10 punti e 10 curiosità tutte da scoprire

Bartolomeo Colleoni, condottiero bergamasco. Castelli, palazzi, chiese e mausolei: se girate per Bergamo e nella Bassa troverete spesso traccia del suo passaggio. Fu un figlio d’arte (anche suo padre era un capitano di ventura) ma rimase orfano che era ancora un bambino e possiamo dire che tutta la sua carriera militare fu il risultato di intelligenza, scelte oculate e tanta caparbietà. Amava le donne ed ebbe addirittura 8 figlie. Sul campo di battaglia non si risparmiò mai, fedele al suo esercito e al suo onore. La sua fu una vita relativamente lunga e piena di avventure che è difficile raccontarla tutta velocemente. Per questo ho deciso di riassumerla in 10 punti con alcune cose curiose che forte non tutti sanno.

Bartolomeo Colleoni, figlio d’arte… anzi, d’arme!

Castello di Solza (Bb) dove nacque Bartolomeo Colleoni
Castello di Solza (Bb) dove nacque Bartolomeo Colleoni

Nato intorno al 1400 nel Castello di Solza da una famiglia della piccola nobiltà locale, Bartolomeo rimase presto orfano di padre, deceduto intanto che difendeva da un assalto nemico il Castello di Trezzo d’Adda. Il padre di Bartolomeo, Paolo Colleoni, si era impossessato del castello, e venne assassinato dai cugini, probabilmente per ordine di Filippo Maria Visconti, duca di Milano.

Cresciuto tra mille difficoltà, a 15 anni entra a far parte di un esercito di mercenari alle dirette dipendenze del capitano con la precisa intenzione di imparare tutto quello che poteva e migliorare  così la propria posizione. Di carattere fiero e autoritario – come dimostra anche la bellissima statua che Venezia fece scolpire per lui da Andrea Verrocchio, e che ancor oggi si può ammirare nella città lagunare – fu addestrato sin da giovane a combattere senza mostrare paura, mettendo in campo acume e ingegno.

Figlio d’arte e animato da una grandissima ambizione, divenne il più noto fra i tanti capitani di ventura del XV secolo, uomini come Muzio Attendolo Sforza, il Conte di Carmagnola, l’inglese Giovanni Acuto. Ebbe come maestro il celebre capitano Braccio da Montone e seguì il Gattamelata nelle sue campagne belliche nel centro-sud della penisola, distinguendosi per le sue eccezionali capacità strategiche, la sua forza e la sua inflessibile volontà

Fu (forse) l’amante di una regina

Stemma dei Colleoni al Castello di Malpaga (BG)

Braccio di Montone fu il suo primo vero maestro, al seguito del quale il Colleoni si avventurò fino a Napoli per mettersi al servizio della regina Giovanna II d’Angiò della quale il giovanotto pare sia diventato l’amante a dispetto della differenza d’età che li divideva.

Jacopo Caldora portò Bartolomeo alla corte partenopea dove avvenne l’incontro con la Regina la quale, si dice, rimase folgorata dalla bellezza e dalle avventure che il giovane raccontò di aver vissuto. La prestanza fisica di Bartolomeo e il suo rapporto “speciale” con Giovanna d’Angiò, suscitò da subito parecchi pettegolezzi alla corte, ma furono messi a tacere perché nel frattempo il Colleoni  si era guadagnato il favore di colleghi e soldati per le sue doti in battaglia.

La leggenda narra che la relazione tra i due fu alquanto focosa tanto da rappresentare i due amanti come due leoni, appunto, dall’aspetto non del tutto docile. Quando Bartolomeo si congedò, per andare a combattere altrove (fu, poi,  al servizio della Serenissima, dei Visconti di Milano, poi di nuovo a quello di Venezia, che gli conferì il comando della fanteria e il governatorato di Verona), la regina gli concesse l’onore di fregiarsi delle sue insegne, i gigli d’oro di Andegavia (Angiò) che il Colleoni aggiunse al suo stemma personale. La regina Giovanna sapeva essere riconoscente con chi la aiutava nelle emergenze.  Sullo stesso stemma troviamo anche i leoni: due teste di leone con le fauci spalancate e unite da una barra diagonale.

 

La proverbiale testardaggine di Colleoni nel motto: “Bisogna!”

La proverbiale testardaggine del Colleoni, che lo caratterizzò per tutta la sua lunga vita, si può riassumere nel motto che ripeteva continuamente: “Bisogna!”

La testardaggine faceva il pari col suo eccezionale fiuto per i buoni affari, che lo indusse ad offrire i propri servigi non solo al miglior offerente, ma anche al partito dato per vincente, perché Bartolomeo aveva già da giovinetto imparato che nella vita è sempre consigliabile schierarsi dalla parte “giusta”.

Come dargli torto!

Colleoni voltagabbana? Fedeltà all’esercito e onore in battaglia

Castello di Malpaga ultima residenza di Bartolomeo Colleoni
Castello di Malpaga ultima residenza di Bartolomeo Colleoni

Così i suoi accordi e le promesse di collaborazione furono tanto numerose, quanto gli improvvisi voltafaccia e tradimenti, in una sorta di gioco a rimpiattino senza fine che lo indusse a più riprese a schierarsi ora con l’una, ora con l’altra delle due “super-potenze” italiane dell’epoca: Venezia e Milano.

Infatti, sebbene all’epoca fosse al soldo di Venezia, nel 1431 non esitò a passare dalla parte del milanese Filippo Maria Visconti, assumendo poi nel 1447, alla morte di quest’ultimo, la carica di Capo dell’esercito della Repubblica Ambrosiana, solo però per cedere nuovamente già l’anno successivo alle allettanti offerte economiche giuntegli dalla Serenissima.

Sconfitto nella battaglia di Caravaggio da Francesco Sforza, nuovo “uomo-forte” del momento, non si fece scrupolo di mettersi al suo servizio, accompagnandolo nel suo trionfale ingresso in quella Milano che, stufa dei disordini causati dall’effimera stagione repubblicana, gli offrì il trono ducale, spalancandogli le porte cittadine.

L’ultima giravolta però la compì nel 1454, quando accettò l’offerta di diventare comandante supremo dell’esercito di Venezia, che lo ricompensò con una serie di feudi nella Bergamasca (Solza, Urgnano e Romano) che lo avrebbero reso Signore di un mini-Stato personale, la “capitale” del quale sarebbe diventata il Castello della Malpaga, da lui acquistato nel 1456 quando era ridotto più o meno ad un cumulo di rovine e subito trasformato in una residenza principesca.

Un voltagabbana? No. Fedeltà e onore erano due valori che lo muovevano, ma il suo mestiere era fare il capitano di Ventura e l’unica fedeltà era quella verso il suo esercito e l’onore era quello che si guadagnava ogni giorno in battaglia.

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Il primo a usare le armi da fuoco e compiere un’impresa leggendaria con la Flotta del Garda

Possono le barche navigare sulla terra? Galeas per montes conducendo.

La sua ultima battaglia fu quella della Molinella, del luglio del 1467, combattuta contro Federico da Montefeltro, alleato dei Medici. Proprio in quell’occasione il Colleoni, per la prima volta, impiegò le armi da fuoco come artiglierie mobili, montando su carri colubrine e spingarde che fecero strage degli avversari.

Ma non solo. Colleoni compì un impresa leggendaria, facendo arrivare la flotta veneziana sul Lago di Garda di cui ancora oggi si parla: Galeas per montes. E’ Nicolò Sorbolo, nativo di Creta a suggerirgli un’idea che sembro allora perfino inconcepibile. Una trentina di navi da guerra, tra cui due galeoni e sei galere, navigarono da Venezia risalendo dalla foce tutto l’Adige fino nei pressi di Mori (vicino a Rovereto). Poi con carrucole e funi e impiegando 2000 buoi, le trascinarono per via terra fra i monti lungo la valle del Cameras fino al Passo San Giovanni, poi le calarono fra mille difficoltà fino a Torbole, sul lago, dove venne di nuovo approntata la flotta per fronteggiare quella ducale. Rimesse in acqua le navi, Colleoni le arma, e alcune con grosse travi le lega insieme e vi rizza un castelletto a difesa dell’intera flotta; salpa e inizia a costeggiare il lago.

Nonostante la prima battaglia andata persa, Serenissimi e il Colleoni non si perdettero d’animo, durante l’inverno facendo arrivare da Venezia, carpentieri, parti staccate, e materiali vari sempre per la stessa singolare via, costruirono sul posto a Torbole (diventato un cantiere della Serenissima) altre navi, poi fra il 10 e il 14 aprile del 1440 con quella che poi diventò la flotta della “Serenissima del Garda”, attaccarono e riuscirono a prendersi davanti a Riva una solenne rivincita contro la flotta viscontea; misero piede sulla costa e conquistarono i castelli di Garda e Riva.

 

Il poliorchidismo: una vanto dimostrazione di potenza

uogo-pio-colleoni_decorazioni_stemma-colleoni

l termine “cojoni” nel Quattrocento certo non doveva avere la stessa valenza volgare di oggi, se a quei tempi il bergamasco Bartolomeo Colleoni, facendosi vanto del poliorchidismo che gliene aveva regalati tre, non esitò a rimpiazzare sul suo stemma nobiliare le iniziali teste leonine (“Co-leonis”) che vi figuravano, col disegno stilizzato, per l’appunto, di tre testicoli.

Che tale particolarissimo dono di madre natura gli stesse particolarmente a cuore è testimoniato anche dal grido di battaglia (“Cojo, cojo!”) urlando il quale, in circa 50 anni di onorata carriera militare, Bartolomeo riportò una serie di innumerevoli vittorie.

Bartolomeo Colleoni era molto orgoglioso del suo stemma tanto da riempirne le sue dimore, ma successivamente l’arma fu modificata da alcuni rami della famiglia, con i cuori capovolti.

Padre di otto femmine, una sola seppellita accanto a lui

L’amore per le donne sarebbe stata una costante per Bartolomeo che pur sposando una nobildonna del tempo, ebbe diverse figlie illegittime da “amiche” che gravitavano intorno alla corte. Diventato ricchissimo, con l’avanzare dell’età diradò gli impegni pubblici per consacrare il suo tempo alle otto figlie femmine, ai nipoti ed alla moglie Ursina, non senza dimenticare le opere caritatevoli. Pochi anni prima di morire Colleoni subì un duro colpo per la perdita di Medea, figlia prediletta e amatissima, stroncata da una polmonite.

Per lei fece realizzare un monumento funebre che non vide mai completato: morì prima che questo fosse posizionato in una cappella nel Santuario della Basella ad Urgnano. Medea fu riunita al padre solo nel 1847 su volere della MIA che aveva deciso di salvare il monumento dall’incuria in cui versava l’antica chiesa della Basella. Questa traslazione alcuni secoli dopo la morte della giovane contribuì ad alimentare il mito di Medea e della tenerezza paterna di Bartolomeo Colleoni.

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L’eredità: dalle opere caritatevoli al finanziamento della guerra contro i Turchi

Luogo Pio Colleoni sala uno
Luogo Pio Colleoni, via Colleoni, Bergamo Alta

Bartolomeo Colleoni mise in campo un notevole impegno civile, speso in favore dei ceti meno abbienti. Tra le opere di carità volute dal condottiero fa spicco il Luogo Pio della Pietà , inizialmente, pensato  per fornire doti alle fanciulle povere e in età da marito, di potersi maritare. L’ente benefico fu fondato nel 1466 con la celebre Donatio inter vivos fatta a favore del Comune di Bergamo e ancora oggi opera a favore delle donne e dei bisognosi.

Sentendosi vicino alla morte, che lo colse il 3 novembre del 1475, per un ultimo scrupolo di coscienza donò ai Veneziani, dai quali in vita si era fatto strapagare, circa 100.000 zecchini d’oro da impiegarsi nella guerra contro i Turchi (rapportati  al conio attuale, stiamo parlando di circa 20 milioni di euro).

Di certo però gliene rimasero ancora tanti, se con essi poté pagarsi la splendida Cappella omonima che, addossata alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo Alta, ne custodisce ancora i resti mortali, in una tomba sormontata dal famoso stemma.

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Il mausoleo di un guerriero si contende lo spazio con la Basilica

Bergamo Cappella di Bartolomeo Colleoni
Cappella Colleoni in Città Alta, Piazza Duomo Bergamo

La Cappella che Colleoni volle per ospitare le sue spoglie mortali, è uno strano mausoleo mezzo cristiano e mezzo pagano, visto che, ai fianchi del rosone centrali, sbucano i busti di Cesare e Traiano che proprio cristiani non furono. Bartolomeo aveva la professione di militare nel sangue, e così le colonne delle finestre hanno la vaga forma di fusti di cannone, mentre sopra il rosone è stato messo a  guardia non un santo ma un soldato.

Sul sepolcro ovviamente prevalgono i bassorilievi con storie sacre, relative alla passione di Gesù. Anche se al centro domina lo stemma del capitano: i tre testicoli, che ancora oggi ritroviamo ovunque, perché tutti sapessero con chi avevano a che fare.

L’unico non intimidito da tanto spirito guerresco  fu San Carlo Borromeo, quando venne in visita pastorale nel 1575, ordinò di togliere i cimeli militari che erano appesi un po’ ovunque, dando alla Cappella Colleoni una solennità più intima.

Il mistero della salma di Bartolomeo Colleoni

Cappella Colleoni, Piazza Duomo - Bergamo (BG) – Architetture – Lombardia Beni Culturali

Dentro ovviamente c’è la sua tomba, che non è da meno per megalomania: infatti è costituita da due sepolcri, uno in alto che sostiene la sua statua equestre in legno dorato e uno più in basso che contiene i suoi resti. Per secoli non si seppe se davvero le sue spoglie fossero lì dentro, perché le ricerche non avevano dato mai esito. Le cronache ricordano l’imbarazzo di fronte alla visita di Vittorio Emanuele III che nel 1922 venne in visita e nessuno gli seppe dire dove fosse effettivamente il corpo del Colleoni.

Sino a che nel 1968 si procedette a un’analisi seria e nel vano appena sotto il sepolcro, in un sorta di doppio fondo, furono effettivamente trovati i resti, con il condottiero vestito esattamente come avevano descritto i documenti. Mancava solo la spada. Ma a un controllo più preciso spuntò fuori anche quella. Era finita sotto il corpo, quasi che Bartolomeo temesse di farsela portar via.

Se volete saperne di più, leggete: La curiosa beffa della tomba di Bartolomeo Colleoni

 

Note: le foto sono in parte mie e in parte recuperate in Rete. 

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