Bergamo 10 donne straordinarie che hanno lasciato il segno

Bergamo | 10 donne straordinarie del passato che hanno lasciato il segno nella storia di Bergamo e anche oltre

Bergamo: 10 donne straordinarie del passato che hanno lasciato il segno. La storia di Bergamo è costellata di personalità femminili straordinarie. Donne che è bello ricordare per quello che hanno lasciato nella storia e nella cultura. Donne di cui purtroppo si parla sempre troppo poco.  Ecco perché, in occasione dell’8 marzo, la Giornata internazionale dei diritti delle donne, è giusto ricordarle.

Attraverso le loro vite e le loro imprese, queste figure hanno contribuito a plasmare il tessuto sociale e culturale del territorio bergamasco e non solo. Queste donne con coraggio, dedizione e talento hanno influenzato la comunità bergamasca e il mondo della cultura, rendendo il nostro patrimonio ancora più ricco e diversificato. Scopriamo insieme le loro storie affascinanti e il legame con il territorio bergamasco.

Medea Colleoni, figlia di Bartolomeo Colleoni

G.A. Amadeo Monumento a Medea Colleoni

Medea, figlia illegittima del celebre condottiero Bartolomeo Colleoni, morì all’età di quattordici anni il 6 marzo 1470 nel castello di Malpaga. Venne inizialmente sepolta nel santuario Madonna della Basella a Basella in un sarcofago di marmo, opera di Giovanni Antonio Amadeo.

La salma della figlia prediletta e il monumento furono acquistati dal Luogo Pio Colleoni per essere trasferiti nella cappella nel 1842 nella Cappella Colleoni a Bergamo, dove era sepolto il condottiero e dove troviamo ancora oggi entrambi. Nel sarcofago venne anche trovato l’uccellino di Medea, suo compagno di giochi, morto nello stesso giorno ed imbalsamato per ordine del padre, che è conservato sotto una campana di vetro nella cappella.

Medea, e l’amore sconfinato che il padre nutriva per lei, sono stati d’ispirazione per artisti e letterati, che hanno voluto ricordarne la morte prematura e la disperazione del padre. Colpisce ancora oggi entrare nel Mausoleo del condottiero e scoprire il monumento funebre della giovinetta accanto a quello del padre.

Per saperne di più: Medea, figlia di Bartolomeo Colleoni:  la leggenda che ha ispirato artisti e poeti.

 

Isotta Brembati, poetessa

NY presenta a Moroni, antecedente de Rembrandt - Grupo Milenio

Isotta Brembati (poetessa bergamasca, 1534 circa-1586) apparteneva a una nobile famiglia bergamasca, figlia di Gerolamo Brembati e della nobile bresciana Daria Rovati. Rimasta vedova dopo il primo matrimonio con Lelio Secco d’Aragona di Calcio, si risposa nel 1561 con il cognato Gian Gerolamo Grumelli.

La Brembati fu l’unica donna inserita da Donato Calvi nella sua Scena letteraria degli Scrittori Bergamaschi: componeva in 4 lingue (latino, italiano, francese e spagnolo) ed era l’animatrice di un circolo letterario dedicato al Giardino delle Esperidi. Stretti furono i suoi legami con la città di Milano, dove impressionò il Senato con le sue orazioni in latino e partecipò a vari circoli letterari.

A Bergamo la ritroviamo nel dipinto di Giovanni Battista Moroni dove è rappresentata a figura intera seduta in un interno decorato da semicolonne in marmo. Pur trattandosi di un’opera ufficiale, probabilmente realizzata in occasione del primo matrimonio, non mancano elementi di forte realismo, tra gioielli, oggetti e soprattutto per via della speciale resa del volto della donna: incarnato acceso, naso pronunciato, labbra prominenti e mento segnato fanno pensare a un “ritratto al naturale”. Domina la scena il sontuoso abito in broccato verde e oro con decorazioni a motivi vegetali.

Leggete anche: A Palazzo Moroni in compagnia del Cavaliere in Rosa e di sua moglie Isotta Brembati

 

Lady Mary Montagu, viaggiatrice e scrittrice illuminista

Lady Mary Wortley Montagu (1689-1762) è stata una delle figure femminili più rappresentative del Settecento inglese ed europeo. Nata in una famiglia della grande aristocrazia britannica, sin da giovanissima aveva unito a un’intelligenza vivace, e la passione per lo studio e per le scoperte intellettuali a un carattere libero e poco convenzionale. Queste doti, unite alla bellezza, fecero di lei una delle protagoniste più fascinose, e senz’altro una pioniera, della cultura illuminista.

La crisi del suo matrimonio con  Edward Wortley Montagu, che aveva seguito in giro per il mondo, la disillusione per il mondo londinese in cui era stata a lungo immersa, assieme all’inevitabile declino della sua leadership mondana, spinsero  Lady Mary a lasciare l’Inghilterra. Un lungo autoesilio (1739-1761) che la portò a risiedere in Francia e soprattutto nel nord dell’Italia, per una decina d’anni a Brescia e nei dintorni (1746-1756) e poi a Lovere, dove rimase incantata dalla bellezza del lago, tanto da farle decidere di rimanerci per diversi anni.

Lovere Lady Montagu giunse per la prima volta nel luglio 1749, prendendo alloggio in una grande casa in contrada Ratto, di proprietà della nobile famiglia Bosio. La sua presenza deve aver contribuito non poco al lancio di un “turismo” elegante del Sebino. La ricordiamo oggi per i suoi scritti e per essere colei che portò il vaccino del Vaiolo in Europa.

Per approfondire, leggete: A Lovere scopri la Promenade Lady Mary Wortley Montagu e la storia della scrittrice che portò il vaccino contro il vaiolo in Europa

Paolina Secco Suardo Grismondi, poetessa Lesbia Cidonia

Paolina Secco Suardo, la poetessa bergamasca che amava i salotti culturali parigini

La contessa bergamasca Paolina Secco Suardo Grismondi (Bergamo 1746 – 1801), nota anche come Lesbia Cidonia, fu  donna colta, brillante, gentile e di bell’aspetto, dagli ampi orizzonti culturali ed aperta alle istanze illuministiche che, dalla Francia, arrivavano ai salotti letterari dell’epoca, per molti aspetti, espressione e simbolo della vita culturale della sua città.

Figlia di Caterina dei marchesi Terzi, scrittrice di elegante versificazione, Paolina nacque nel 1746 a Bergamo, città verso la quale provò sempre una certa insofferenza, trovandola monotona e ristretta, tanto che in gioventù la definì  mon oisif pays  (“il mio monotono paese”). Educata in casa, fu avviata agli studi dal padre Bartolomeo che la incoraggiò anche a comporre versi, imparò il latino, l’inglese e il francese. A 18 anni, con matrimonio combinato, sposò il conte Grismondi dal quale ebbe un figlio, morto di salute cagionevole a soli due anni e mezzo, e si trasferì a Verona, dove strinse amicizia con vari letterati, tra cui il Pindemonte.

Nel 1779 fu iscritta alla famosa accademia romana dell’Arcadia col nome di Lesbia Cidonia, proposto da Ippolito Pindemonte, e fece anche parte dell’Accademia degli Affidati. Animatrice del bel mondo settecentesco, aperta ai fermenti illuministici e allo spirito scientifico dell’epoca, compositrice di versi garbati ed eleganti squisitamente femminili, fece del suo salotto letterario bergamasco un importante centro culturale e mondano e riuscì a conquistare la considerazione e la stima dei personaggi più autorevoli della cultura del tempo.

Di salute malferma, negli ultimi anni della sua vita le sue condizioni peggiorarono; abbandonata l’attività letteraria, visse in solitudine, traendo conforto dalla religione e dalle lettere degli amici. Morì a Bergamo nella notte fra il 26 e il 27 marzo 1801.

 

Clara Maffei, salonnière risorgimentale

La contessa Clara Maffei (Bergamo, 13 marzo 1814 – Milano, 13 luglio 1886) è senza dubbio una tra le più note salonnière dell’Ottocento. Il suo salotto milanese era luogo abituale d’incontro di poeti, musicisti, pittori e politici italiani. Per intellettuali e artisti di altri Paesi europei era una meta quasi obbligata durante i viaggi.

Clara nacque – figlia unica – da genitori appartenenti a due famiglie aristocratiche in un palazzo di via Arena, a Bergamo. Il padre, Giovanni Battista Carrara-Spinelli, discendeva dai Carrara di Bergamo, e più nello specifico dai Carrara-Spinelli di Clusone, cui spettò a partire dal 1721 il titolo di conte. Visse con la zia dai 9 anni fino a che non si trasferì a Milano per completare gli studi.  All’età di 18 anni sposò, il 10 marzo 1832, Andrea Maffei, avvenente poeta trentino molto noto in città e in particolare negli ambienti mondani, di sedici anni più vecchio.

Nel 1834 Clara Maffei inaugurò uno dei salotti più prestigiosi di Milano, palcoscenico per le esibizioni private di musicisti del calibro di Liszt e Thalberg. Verdi frequentò il salotto di Clara Maffei tra il 1842 e il 1847. Per citarne altri: il conte Opprandino Arrivabene, Carlo Cattaneo, Massimo d’Azeglio, Gaetano Donizetti, Felice Romani, Temistocle Solera e il giornalista Carlo Tenca, che influenzò molto il salotto e al quale la nobildonna si legò sentimentalmente dopo la separazione dal marito.

La Maffei, quando ormai era una delle donne più influenti nel risorgimento lombardo, trascorreva le sue vacanze estive a Clusone e, presso la sua dimora di famiglia, ospitò alcuni dei personaggi più illustri dell’Ottocento. Il Palazzo Carrara – Spinelli è un imponente edificio seicentesco sede della nobile famiglia clusonese; sorge di fronte al Palazzo Marinoni Barca, nell’odierna via Clara Maffeis, dedicata appunto alla contessa che nel palazzo teneva il suo salotto quando si allontanava da Milano.

Leggete: Giuseppe Verdi e i suoi rapporti con Bergamo e i bergamaschi del salotto di Clara Maffei

Teresa Mallegori, pittrice e patriota

Grande esponente del Risorgimento italiano, simpatizzante dell’Unità d’Italia e donna di profonda cultura, Teresa Mallegori (Bergamo 1806 – 1862) è un esempio di come, nonostante la vita delle donne fosse destinata alla famiglia e alla crescita dei figli, non abbandonò mai la sua passione per la pittura, anche quando non venne accettata dall’Accademia Carrara di Bergamo nell’esporre le sue vedute di paesaggio.

Volle sin da subito imparare a dipingere e si formò grazie a dei pittori bergamaschi che le insegnarono come utilizzare i colori e impugnare il pennello. Nonostante i gravi lutti, l’esilio forzato per i suoi ideali, i frequenti no delle Accademie, la Mallegori non si arrese mai e fece di tutto perché anche i suoi figli, come lei, venissero indirizzati alle arti che, come credeva fortemente, avevano il potere di cambiare il mondo e nel suo caso un paese intero come l’Italia.

Pittrice da cavalletto e allieva di Pietro Ronzoni, a soli 28 anni espose alcuni dipinti alla mostra annuale dell’Accademia Carrara, ma il suo destino l’avrebbe portata a ruoli da protagonista in campo politico e negli eventi storici che avrebbero poi condotto all’Unità d’Italia.

Sposò in seconde nozze Pietro Sozzi, benestante caprinese, e si trasferì in Val San Martino, ma la dimora in cui risiedeva venne perquisita dai militari austriaci, per le sue simpatie patriottiche: aderì infatti alla Giovine Italia di Mazzini, nel 1848 partecipò ai moti rivoluzionari e per questo dovette fuggire a Lugano con il fratello Pietro. Ma Garibaldi la volle nuovamente a Bergamo e in Caprino, per recare qualche aiuto ai patrioti di Palazzago, facendola rientrare clandestinamente.

In casa sua accolse come istitutore dei figli l’iseano Gabriele Rosa, reduce dalla prigione dello Spielberg e privato della cattedra pubblica dal governo austriaco a causa delle sue idee repubblicane, e nel 1859 addirittura il generale Garibaldi, che marciava coi suoi volontari verso Bergamo. Fu quella l’occasione del famoso “dono del cavallo bianco”, che l’eroe dei due mondi cavalcò durante la sua spedizione.

Mimì Oldofredi Tadini, patriota

Mimì Oldofredi Tadini (questo il suo nome da sposata) e il marito, il conte Ercole Oldofredi Tadini, furono in prima linea durante le Cinque Giornate di Milano del 1848. Maria Terzi (questo era il suo nome da nubile) era figlia del marchese bergamasco Luigi Terzi e della principessa russa Elisaveta Galitzin. Fu lei a cucire il Tricolore che  sventolò sul campanile di San Babila. E fu lei ad aiutare Cavour a tessere relazioni  diplomatiche con gli ambasciatori russi durante il Congresso di Parigi. E fu sempre lei ad accudire insieme ad altre decine di donne i feriti nella sanguinosa battaglia di Solferino ispirando l’ideatore della Croce Rossa e diventando di fatto una delle antesignane delle crocerossine italiane.

Ercole Oldofredi Tadini e la moglie Mimì (Maria Terzi), erano una coppia di nobili (lui bresciano e lei bergamasca) che conducevano una vita brillante presso la Corte asburgica di Milano. Si erano sposati nel 1839 e avevano 4 figli. Ad un certo punto subentrò in loro una maturazione che li portò a schierarsi apertamente contro l’Austria e a collaborare attivamente per l’Unità d’Italia. Questo significò assumersi anche tutti i rischi di un attivismo fortemente contrastato, che divenne addirittura la confisca dei beni sul territorio del Lombardo Veneto e  l’esilio.

Mimì Oldofredi Tadini partecipò in modo informale con Cavour al Congresso di Parigi nel 1856 dove collaborò a tessere relazioni con l’ambasciatore russo e quello austriaco. Lei infatti era figlia di una principessa russa Elisaveta Galycina giunta in Italia nel 1812 da San Pietroburgo per seguire il marito, il marchese Giuseppe Terzi. La marchesa Terzi, rimasta a Bergamo anche dopo la morte del marito, aveva trasformato il palazzo di famiglia in un avamposto russo, dove si incontravano notabili e ambasciatori provenienti da San Pietroburgo. La bellezza di Mimì inoltre ben figurò alla corte imperiale di Napoleone III, notoriamente sensibile al fascino delle donne.

E fu su richiesta di Cavour, che non aveva persona più fidata, portò a Milano, nascosto tra le stecche del suo busto, il discorso della corona con cui si diede inizio alla seconda guerra di indipendenza.

Per approfondire, leggete: Mimì Oldofredi Tadini, la nobile bergamasca che fu tra le antesignane delle crocerossine. E non solo.

Tullia Franzi, poetessa e patriota

Tullia Franzi, l'insegnante di Alzano che seguì D'Annunzio a Fiume - Eppen Extra Altro

Tullia Franzi  nasce ad Alzano Lombardo nel 1886 (muore nel 1957). Compie i suoi studi fra Treviglio, Firenze e Milano, dove frequentò una scuola di recitazione e, successivamente, si diplomò a pieni voti in pianoforte, contrappunto e composizione.

Con Antonio Locatelli, aviatore e podestà bergamasco, seguì Gabriele D’Annunzio nell’impresa di Fiume e vi fondò una scuola, venendo decorata con la “stella d’oro” di Fiume e con la medaglia d’oro di Ronchi, oltre a divenire capitano del Battaglione Regina.

Per conto della Società Nazionale Dante Alighieri tenne numerose conferenze all’estero animata da un accorato spirito patriottico. Rientrata a Milano insegnò latino e greco nei licei statali milanesi e storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, mentre a tempo perso scriveva saggi storici e memorie di costume, occupandosi anche di cultura locale, e compose liriche e pubblicò due raccolte di versi, intitolate Ragnatele e Ritorni. Socia ad honorem dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, dal 1952 fu aggregata all’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo.

 

Elisabetta (Betty) Ambiveri, imprenditrice e filantropa

Betty Ambiveri, una donna lieta e operosa - La Nuova Europa

Elisabetta Ambiveri (soprannominata Betty) nacque a Bergamo nel 1888  da Giovanni Ambiveri e Chiara Radici. Il padre era imprenditore nel campo della produzione del seme per l’allevamento dei bachi da seta. Elisabetta, primogenita di sette figli, frequentò il Collegio delle Marcelline di via Quadronno, a Milano fino all’età di 18 anni.

Terminati gli studi, seguita dal padre, si dedicò all’attività bacologica e alle varie coltivazioni agricole realizzate sui terreni di proprietà. Fu in questo periodo che Betty maturò un particolare interesse nei confronti di coloro che vivevano in condizioni di povertà e miseria ai quali offrì il proprio aiuto economico e morale, non solo nei riguardi della comunità locale, ma anche verso le popolazioni lontane. Nel 1920 fondò il Laboratorio Missionario e più tardi diventò presidente dell’Opera Apostolica, motore propulsore dell’attività missionaria nella diocesi di Bergamo.

Durante il periodo del grande conflitto Elisabetta prestò servizio come volontaria della Croce Rossa presso l’Ospedale Territoriale n.1 e in seguito presso l’Ospedale della Clementina a Bergamo, fino alla fine della guerra, prestazione per la quale le venne conferita una medaglia d’argento al merito. La sua iscrizione alla C.R.I. fu l’inizio di un servizio volontario che durò fino al 1957 e che la vide partecipe di tutte le iniziative umanitarie intraprese dall’associazione.

Muore a Seriate nel 1962.

Lydia Gelmi Cattaneo, Giusta fra le Nazioni

Lydia tra le nazioni” Lo spettacolo ricorda la bergamasca “giusta”

Nata a Presezzo nel 1902 in una famiglia il cui padre è ufficiale medico, Lydia Gelmi diventa anche Cattaneo sposando il veterinario Camillo Cattaneo, da cui avrà quattro figli nella casa di Ponte San Pietro. Per i tempi, è una donna parecchio atipica: nel 1932 già guida l’automobile, è miniaturista e amica d’infanzia di Papa Roncalli (cui dedicherà una splendida miniatura), parla due lingue (il tedesco e l’inglese), ama vestirsi d’azzurro, adora gli animali (i figli raccontano di un pavone nel giardino di casa Gelmi-Cattaneo) e si diverte ad andare in giro con i pattini a rotelle.

Legge già a quel tempo Confucio e Buddha. Ma soprattutto vive tutto il fermento culturale della sua casa, un “porto di mare”, come la definisce il documentario, dove passano bisognosi e tanti intellettuali e protagonisti dell’epoca: scrittori come Curzio Malaparte, pittori, politici come Galeazzo Ciano e intellettuali che arricchiscono la sua visione del mondo, senza distinzioni politiche e ideologiche.

Lydia però sa da che parte stare, e dopo il 1938 – anno in cui il regime impone le leggi razziali – e l’acuirsi delle violenze contro gli ebrei sceglie di dare una mano a chi tenta di fuggire dalle persecuzioni del Nazismo e del Fascismo. Salverà così decine di persone che grazie ai documenti falsi che riesce a procurarsi con il suo lavoro in Comune, riescono a mettersi in salvo.

Dopo la morte del marito nel 1956, Lydia Gelmi Cattaneo si trasferisce a vivere nel Castello di Valverde, dove risiederà fino alla morte nel 1994 e da cui partirà per diversi viaggi all’estero, prima di tutto in Israele. Oggi il suo nome si trova nel giardino dei Giusti di Gerusalemme.

Leggete anche: Visita al Castello di Valverde, antica dimora storica bergamasca, immersa nel verde di fronte alle Mura di Bergamo.

 

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Ciao, io sono Raffaella Garofalo e sono l’autrice di cosedibergamo.com, blog indipendente attivo dal 2017 che vi suggerisce cose da fare a Bergamo e in provincia almeno una volta nella vita. 

Appassionata da sempre di scrittura e comunicazione ho deciso di aprire Cose di Bergamo per condividere le mie esperienze, la mia conoscenza del territorio e tutto quello che scopro sui libri o in rete, nell’ottica di ispirare e aiutare voi, che mi leggete, a viaggiare e scoprire Bergamo e la sua provincia con occhi nuovi.

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