10 cose da sapere sul Festival Donizetti Opera che ho scoperto assistendo alle prove aperte al Teatro Sociale

Ci avevo provato la scorsa estate, un mercoledì pomeriggio, in occasione dell’apertura speciale del Teatro Sociale per le prove di un balletto, ma ero arrivata tardi e avevano già chiuso le porte. Ci ho riprovato lo scorso sabato grazie all’iniziativa per il lancio delle attività del Festival Donizetti Opera dedicato al grande compositore Gaetano Donizetti e mi è andata bene.

Assistere alle prove di Enrico di Borgogna e del Castello di Kenilworth, due opere di Donizetti che segnano l’esordio (1818) e la maturità artistica del genio bergamasco (1829) mi ha permesso di scoprire 10 chicche sull’opera e su Donizetti che chi ne sa poco ed è curioso come me, troverà davvero succulente.

 Assistere alle prove del Festival Donizetti Opera 2018

img_8359Qualche anno fa avevo avuto la possibilità di assistere alla prova generale di una prima della Scala di Milano, fatta il giorno prima di Sant’Ambrogio per i familiari dei dipendenti del teatro milanese. Era stato molto bello, ma certamente era come assistere ad un’opera fatta e finita, senza interruzioni ed errori. Questa volta invece è stata una cosa molto diversa e, se lo  posso dire (e posso farlo visto che questo è il mio blog), l’ho preferita.

Assistere alle prove delle opere del Festival DO è stata un’esperienza davvero pazzesca per una marea di motivi. Primo fra tutti la conferenza che si è svolta tra una sessione di prove e l’altra, durante la quale hanno raccontato un sacco di cose interessanti che mi sono addirittura scritta per non dimenticare.

Il Festival DO celebra il genio di Gaetano Donizetti con il numero 200

Difficile dire se è nato prima l’uovo o la gallina. Tanto quanto è difficile dire se è nata prima l’idea del Festival Donizetti Opera o l’idea di un percorso nella sua vita e nelle sue opere 200 anni dopo.

Il Festival DO (Festival Donizetti Opera) dedicato a Gaetano Donizetti,  celebra il lato umano e artistico del compositore bergamasco e lo fa rivivere attraverso una formula particolarmente apprezzata dal pubblico sia cittadino che internazionale.

200 è infatti  il numero che caratterizza un progetto pluriennale e che muove il percorso e le scelte operistiche del festival DO negli anni e che accompagneranno gli appassionati di tutto il mondo in un viaggio nella vita e nelle opere di Donizetti.

L’approccio moderno del Festival

C’è qualcosa di speciale che rende moderno l’approccio di questo Festival. Non saprei dire quale sia in modo razionale. Sarà il numero 200 che crea un fil rouge con Donizetti e le sue opere e noi. Un numero che troviamo anche in nell’hashtagh #donizetti200

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L’approccio antico

Per sentire l’opera di Donizetti come fu suonata 200 anni fa bisogna venire a Bergamo. Infatti l’orchestra utilizza strumenti realizzati e accordati come 200 anni fa e ciò garantisce una resa sonora molto simile a quella che sentirono i coevi di Donizetti durante le prime rappresentazioni.

L’approccio scientifico

Donizzetti scriveva molto velocemente e tanto nella prima stesura e poi andava a tagliare e sottrarre le parti in eccesso le ridondanze. Questo significa comprendere le sue correzioni e le note e comprendere anche il suo livello di drammatizzazione delle opere. Tutto questo non lo vediamo, ma sappiamo che è stato fatto nel processo filologico musicale in ciascuna delle opere presentate al Festival DO.

Quello che ho scoperto sul Festival DO 2018 e sulle opere in cartellone


1. L’edizione del Festival DO 2018:  200 +200

Due titoli operistici si intrecciano fra loro nei due fine settimana intorno al Dies Natalis – giorno della nascita –  (29 novembre) di quest’anno: Enrico di Borgogna e Il Castello di Kenilworth, entrambi costellati da una serie di appuntamenti quotidiani, che vanno dalle prove aperte (alle quali ho assistito e di cui vi sto raccontando), allo spettacolo per i bambini, ai concerti di musica da camera, a quelli dedicati al repertorio sacro, ai recital vocali che compongono il ricco programma musicale festivaliero.

200 anni fa, infatti, seguendo le orme di Arlecchino, Donizetti giungeva a Venezia per poter dare prova del suo talento nell’opera: Enrico di Borgogna. Quest’opera è importante non solo perché è il debutto del giovane talento, ma perché segna anche la nascita del Teatro Goldoni che lo ospitò. Un evento da ricordare.

Donizetti fa debuttare 200 anni dopo una incredibile primadonna che segnò il corso della storia inglese: con il Castello di Kenilworth il compositore dedica per la prima volta un’opera al grandioso personaggio di Elisabetta I di Inghilterra; e questa è anche la prima opera in cui due primedonne si fronteggiano in una rivalità inedita… .

2. Enrico di Borgogna: l’ingresso in società di Gaetano Donizetti

Il primo titolo operistico legato al progetto #donizetti200 è Enrico di Borgogna*, in scena per la prima volta a Venezia proprio 200 anni fa nel 1818 per l’apertura di quello che è oggi il Teatro Goldoni.

Il 14 novembre 1818 il giornale Il Nuovo Osservatore Veneziano annunciava la riapertura del teatro di San Luca (oggi Goldoni), coincidente col debutto ‘in società’ del giovane Donizetti. “Nel nobile teatro Vendramin a San Luca, nuovamente abbellito e dipinto, avrà luogo questa sera la prima rappresentazione dell’opera Enrico di Borgogna; poesia del signor Bartolommeo Merelli, e primo lavoro musicale del signor Donizetti, allievo del liceo di Bologna“.

Donizetti aveva solo 21 anni. Formatosi prima a Bergamo con il maestro Mayr, poi a Bologna con padre Mattei, Donizetti aveva fino ad allora scritto musica per salotti e accademie o per la chiesa, e solo saltuariamente qualche ‘numero’ teatrale. Per la prima volta si presentava con un’opera tutta sua: un titolo semiserio su versi del bergamasco Merelli, lui pure allievo di Mayr.

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3. Una curiosità sul debutto dell’Enrico di Borgogna del 1818

La sera del 14 novembre 1818 furono applaudite la sinfonia e alcuni ‘numeri’ dell’opera. Al termine, «il pubblico al discendere del sipario volle fra gli applausi salutare il signor Donizetti sul palco scenico» («Il Nuovo Osservatore Veneziano»). Era un credito di fiducia, perché di quell’opera ne avevano sentito forse meno di due terzi.

Infatti la prima donna, esordiente come Donizetti e Merelli, per l’emozione di trovarsi davanti al pubblico era svenuta alla fine del primo atto, ed era stata sostituita al volo da una comprimaria.  Ma nel secondo atto, visto che la sostituta non era abbastanza brava, si era deciso di eliminare i suoi ‘numeri’: ben 3, forse 4. A causa del malore della primadonna, l’opera tornò in scena solo un mese dopo, il 15 dicembre con il resto delle repliche.

E fu dunque solo il 15 dicembre il giorno in cui si poté finalmente ascoltare tutta la musica dell’Enrico di Borgogna, di nuovo applaudita e trovata “regolare, ragionata, e opportunamente vivace e briosa” nonché poco propensa agli strepiti dell’orchestra moderna: un pregio, per il recensore del Nuovo Osservatore Veneziano.

4. Un’altra curiosità: l’Enrico di Borgogna non è un manifesto LGTB

Se assisterete all’opera Enrico di Borgogna, noterete che il giovane Enrico viene interpretato da una donna. Questo non significa che siamo di fronte ad un manifesto LGBT, quanto invece che era una cosa abbastanza comune in passato far interpretare i ruoli di uomini molto giovani (Enrico nella rappresentazione era un adolescente) a delle donne. Era tanto comune che spesso in cartellone non si faceva menzione del fatto che a cantare in un ruolo maschile fosse una cantante donna contralto o soprano.

5. Il Castello di Kenilworth: la prima volta di Donizetti con soggetto inglese

Il castello di Kenilworthandò in scena al San Carlo di Napoli il 6 luglio 1829. Come ho già detto questo titolo nel cartellone del Festival 2018 è stato scelto perché con quest’opera è Donizetti a raccontare qualcosa successa 200 anni prima: la storia di Elisabetta I

Il castello di Kenilworth, prima delle tre opere che Donizetti dedica ad Elisabetta I d’Inghilterra (anche per questo spesso identificata come “Elisabetta al castello di Kenilworth”), costituisce l’avvio delle opere di soggetto inglese degli anni Trenta, e soprattutto, dopo Anna Bolena, delle ‘elisabettiane’: Maria Stuarda e Roberto Devereux.

Fu scritta da Donizetti su un libretto di Andrea Leone Tottola, che rideclinava in termini operistici un romanzo di Walter Scott, Kenilworth (1821), attraverso varie mediazioni, però, che in una certa misura allontanavano quel libretto dalla fonte letteraria inglese. Il libretto di Tottola prevedeva infatti il finale lieto, con il perdono accordato dalla regina Elisabetta all’amato Leicester che aveva sposato in segreto la giovane Amy Robsart (mentre, nel romanzo di Scott, Amy muore per mano del crudele Varney).

6. Una curiosità sui personaggi del Castello di Kenilworth

Il castello di Kenilworth è la prima opera che contrappone due ruoli femminili, altra costante nelle opere inglesi donizettiane. Questi tratti anticipatori evidenziano il ruolo che Il Castello di Kenilworth ebbe nel traghettare il teatro donizettiano dal dramma di impronta classicista al dramma romantico, e il definitivo abbandono del modello rossiniano, che ancora qui mantiene comunque una sua impronta.

 

Quello che ho scoperto sulle prove

Le prove aperte del Festival DO alla quali ho assistito al Teatro Sociale erano delle vere prove: le prime senza costume, e le seconde con i soli protagonisti in costume. Grazie a questo mi è stato possibile capire un po’ di più la complessità della preparazione della macchina teatrale operistica.

7. Cosa avviene durante le prove in abiti civili

Nella prima sessione i cantanti erano in scena in abiti civili, molti in jeans e maglione, con la sciarpa al collo, il giaccone sulle spalle. Si muovevano dalla platea al palco salendo su una scala in legno quando era il loro turno. Alcuni cantavano con le mani in tasca, altri con le braccia conserte, altri ancora tenevano il tempo con la gamba come si fa con la musica pop. E ho notato quanto la tecnologia sia importante e sia pervasiva anche nel bel canto. Infatti uno dei protagonisti, registrava con l’iphone  la propria performance  per ristudiarsela probabilmente a casa, analizzando e correggendo le sfumature della voce o l’intenzione. La cosa che mi ha sorpreso di più era il numero di giovani presenti su quel palco (quasi tutti) e il numero di giovani in platea ad ascoltarli, segno che la musica lirica non è poi così una cosa per vecchi. Anzi.

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8. Cosa avviene durante le prove in costume

Nella seconda sessione di prove, i cantanti protagonisti erano in costume di scena, mentre i cantanti del coro erano in abiti civili. Questa cosa era pazzesca perché la scenografia minimal avrebbe potuto benissimo essere coerente con questa doppia anima: romantica e concettuale.

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9. Tutti quelli che sono in scena si muovono come una vera macchina da guerra

Ho visto il direttore del Coro muoversi tra i cantanti per dire loro qualcosa, per farli alzare, dirigerli da lontano. Ho visto i cantanti del coro, quando non era impegnati, non uscire di scena, ma sedersi sul gradino presente sul palco. E quello che all’apparenza sembrava la semplice lettura di un cantato in realtà erano prove molto tecniche, dove la tecnologia era presente non solo in regia.

E i figuranti che non cantano ma partecipano all’allestimento e disallestimento in scena durante l’opera lavorano sulla postura, sui tempi di spostamento, come una vera macchina da guerra. Se la musica si ferma, tutti rimangono fermi dove sono, senza muoversi, pronti a riprendere o a tornare indietro come in un rewind senza perdere la concentrazione.

10. Se durante le prove qualcuno cade…

Lo sapete che uno degli esercizi più usati quando si seguono dei workshop di musica è quella di lanciare una nota a caso e aspettare che tutti  cantanti presenti la trovino al volo? E più bravi sono quelli che partecipano al workshop e più velocemente trovano la nota e si sincronizzano con tutti gli altri? Be’ se durante le prove di un’opera qualcuno cade per errore (il direttore d’orchestra ad esempio) non aspettatevi degli urli di sorpresa, ma un Oh in chiave di sol, che in meno di un secondo accomunerà tutti, cantanti e coro presenti sul palco.

Non so se l’ho spiegato bene, ma è quello che è successo durante le prove. Il direttore è scivolato dalla pedana, tutti se ne sono accorti, hanno emesso un oh, che è diventato subito una nota musicale… E io ho sorriso.

 

Note
Le foto le ho scattate io durante le prove aperte al Teatro Sociale che si sono tenute sabato 17 novembre. Sono 

 

Credits delle opere in scena durante il Festival DO 2018

* Per il nuovo allestimento dell’Enrico di Borgogna – co-prodotto con il Teatro La Fenice di Venezia – la regia è di Silvia Paoli mentre Alessandro De Marchi e la sua Academia Montis Regalis saranno responsabili della lettura musicale secondo la revisione critica di Anders Wiklund. Per questa rarità il festival può vantare interpreti vocali di assoluto livello come Anna Bonitatibus, Sonia Ganassi, Levy Sekgapane e Luca Tittoto. Coro Donizetti Opera diretto da Fabio Tartari; scene di Andrea Belli, costumi di Valeria Bettella, luci di Fiammetta Baldisseri.

**Per il Castello di Kenilworth, un’opera considerata “mitica” dagli appassionati – nella nuova revisione sull’autografo a cura di Giovanni Schiavotti – salirà sul podio il direttore musicale Riccardo Frizza; la regia è invece affidata a Maria Pilar Pérez Aspa. Interpreti vocali, due dive del belcanto come Jessica Pratt (nel ruolo di Elisabetta) e Carmela Remigio (in quello di Amelia) già protagoniste nelle precedenti edizioni del festival di spettacoli di grande successo; quindi nei ruoli tenorili Xabier Anduaga (in alternanza con Francisco Brito) e Stefan Pop. Le scene sono di Angelo Sala, i costumi di Ursula Patzak, le luci di Fiammetta Baldisseri. L’Orchestra è la Donizetti Opera e il Coro Donizetti è sempre guidato da Fabio Tartari.