Un viaggio nel tempo nel Castello di Pagazzano, l’unico castello bergamasco con il fossato ancora pieno d’acqua

Meta amatissima dai bergamaschi – ma anche di persone provenienti da fuori –, immerso com’è nel verde della pianura che si estende negli immediati dintorni di Bergamo e imponente con la sua struttura perfettamente conservata. Circondato ancora oggi dal fossato d’acqua (unico esempio esistente in tutta la provincia di Bergamo), il Castello di Pagazzano è uno dei castelli assolutamente da visitare in Lombardia, una rocca dalla doppia anima che  nasce come fortezza militare e si evolve fino a diventare una raffinata dimora signorile e poi azienda agricola.

Fortezza, dimora signorile, granaio, casa colonica, monumento. Quanti altri edifici possono vantare di aver attraversato i secoli adattandosi al procedere del tempo? Basta camminare sul suo ponte levatoio abbassato per sentirsi subito proiettati nella “corte di Bernabò”. Basta entrare nel cortile con la splendida scalinata a ventaglio per fare un salto di trecento anni fino alla dimora settecentesca di nobili milanesi. Leggere i graffiti sui muri del mastio centrale per immergersi nella cultura contadina o nel mondo dei bachi da seta. Varcare la soglia di questo castello per  cominciare un viaggio nel tempo fino ai giorni nostri.

Il Castello di Pagazzano: un po’ di storia

Il Castello dalle origini al ‘500

Pare che nel VI secolo, a causa della presenza dei Longobardi,  Pagazzano si sviluppò come centro fortificato. Nel IX secolo i Franchi conquistarono tutto il territorio della Gera d’Adda compreso quello che doveva essere il nucleo originario del castello. In quel periodo Pagazzano passò sotto la giurisdizione del Conte di Bergamo e successivamente dei Vescovi della città. Non ci sono altre notizie più antiche.

Il documento cartaceo più vecchio finora trovato è una pergamena del 1032 in cui un certo Lanfranco del fu Lanfranco da Martinengo elargisce per testamento alla chiesa di Bergamo i suoi beni e le sue terre. Tra questi viene nominato per due volte il nome Pagazanum.

Si sa ancora che con bolla del 1168 papa Adriano IV concesse provvisoriamente alla diocesi di Cremona la pieve di Pagazzano che fino ad allora apparteneva alla diocesi di Pavia. Ma la concessione resterà  sulla carta perché, come sappiamo, apparterrà invece a Pavia fino al 1820.

Dalla nascita del Castello al Trecento

Nella metà del XII secolo arrivarono i milanesi che, traendo vantaggio dalla sconfitta del Barbarossa (pace di Costanza del 1183) inflitta dai comuni lombardi, occuparono alcuni castelli della Ghiera o Gera d’Adda ivi compreso quello di Pagazzano. Ciò è attestato da un diploma nel quale si nomina per la prima volta il nome del luogo. Questo documento è datato 1186.

Quando nel XIII sec. cominciarono ad incrinarsi le istituzioni comunali e sorsero le Signorie, a Milano il potere si consolidò e finì nelle mani di Filippo Della Torre che, nel 1263, divenne Signore della città. I Torriani occuparono nel 1279 anche la Gera d’Adda. Da quel periodo le schermaglie tra i vari Signori portarono Pagazzano ad essere occupato sia dai Torriani che dai Visconti.

Si narra che “Nel 1353 le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini infierirono a danno della patria, e nel mese d’agosto i Guelfi diedero l’assalto al castello di Pagazzano, e dopo avervi uccisi 200 ghibellini, e dato il guasto col fuoco a non poche case di quel villaggio, si portarono a Masano per uccidervi certo Alberto Masano del partito contrario”.

Alla morte di Giovanni Visconti (1354) il suo potere venne diviso tra i suoi tre figli: Matteo, Galeazzo e Bernabò. A quest’ultimo toccò, tra l’altro, il territorio della Gera d’Adda, incluso Pagazzano. La Signoria di Bernabò segnò per il castello l’inizio delle vicende più conosciute. Tra l’altro è di questo periodo la visita e il soggiorno a più riprese di Francesco Petrarca nel maniero di Pagazzano, come vi racconterò più sotto.

Il Castello di Pagazzano nel ‘400

Dopo la morte di Bernabò Visconti, il potere passò nelle mani di Gian Galeazzo che nel 1386 donò i possedimenti di Pagazzano alla moglie Caterina. Il castello andò nelle mani dei Suardi e successivamente di Bertolino Zamboni.

Nel 1428, dopo la sconfitta dei milanesi a Maclodio (1427), la Serenissima definì con precisione i confini meridionali con il Milanese prendendo come riferimento l’antico Fosso Bergamasco scavato nel XIII sec. I paesi a sud di questo confine artificiale sarebbero appartenuti al Ducato di Milano, compresa la Gera d’Adda. Ma la divisione non accontentò nessuno, tanto che questi territori furono contesi lungamente.

Con la suddivisione dei beni, datata 22 giugno 1465, il castello di Pagazzano, indicato come “Castrum de Pagatiano” toccò a Sagramoro II di Brignano.

Il Castello di Pagazzano dal ‘500 a oggi

Dal 1522 gli spagnoli si impadronirono della Gera d’Adda. Da questo momento Pagazzano subì le sorti del Ducato di Milano. Nel 1551 il castello di Pagazzano passò a Galeazzo Visconti, arciprete del paese, il quale attuò una serie di modifiche che lo avvicinarono ad una dimora signorile: nel lato sud vennero distrutte le due torri e tutta la merlatura, mentre il lato nord (quello rivolto verso il confine con la Repubblica di Venezia) venne lasciato integro nelle sue funzioni difensive.

Nel 1657 morì senza eredi diretti, un discendente del ramo brignanese dei Visconti. Dal 1718 al 1760 i territori di Pagazzano vennero misurati, definiti e ridisegnati durante il censimento noto come Catasto Teresiano. Conserviamo ancora una mappa originale del castello datata 1721. Ma la definitiva cessione del castello avvenne il primo settembre del 1747.

Il castello divenne azienda agricola

I Visconti di Brignano si estinsero nel 1764, dopodiché il castello passò alla famiglia milanese dei Bigli. Questi compirono ulteriori opere di rimodernamento, tra cui la costruzione di un loggiato e di una scalinata a ventaglio, nonché numerose decorazioni.

Bigli, che dal 1747 avevano stabilmente preso in mano la gestione del castello e i suoi possedimenti, ebbero tre figli: Vitaliano, Anna e Fulvia (1741-1828). Fu quest’ultima – donna Fulvia, dama della Croce Stellata- a portare in dote al marito, marchese Tiberio Crivelli, il maniero. Dal matrimonio tra Fulvia Biglia e Tiberio Crivelli nacquero: Enea (1765-1821), Anna (1768-1807) Paolo (1770-1837).  Di lui sappiamo che si  fece abate a partire dal 1788 ma, tornato laico, si sposò nel 1814 con Marietta Perego (1778-1844). Nel 1819 ebbero un figlio di nome Luigi, anch’egli patrizio milanese (+1901), che fu un bacologo insigne e sindaco di Inverigo. Nel castello di Pagazzano una targa commemorativa  ricorda che il marchese impiantò un innovativo essiccatoio “sistema Boltri” nel 1888.

Nel 1828 la marchesa Fulvia Bigli lasciò il castello in eredità al marchese Paolo Crivelli, appartenente al casato del marito, la cui famiglia utilizzò la struttura come azienda agricola, mantenendone la proprietà fino al 1968 quando il tutto venne venduto ad una società privata.

Da allora vi subentrarono altri proprietari fino al 1999. Il Comune di Pagazzano lo ha acquistato nel 2000 iniziandovi i lavori di restauro che tutt’ora continuano.

Castello di Pagazzano, l’unico con il fossato ancora adacquato

Il castello presenta una pianta a sezione quadrata circondata da un fossato difensivo ancora oggi adacquato, unico esempio in tutta la bergamasca. La cinta muraria, perfettamente conservata, presenta una cortina esterna in laterizio e due torri (delle quattro originali). Svetta inoltre il mastio a protezione dell’ingresso, a cui si accedeva tramite un ponte levatoio principale e uno pedonale.

Se l’esterno ha conservato la fisionomia di costruzione difensiva, l’interno ha subito numerose modifiche nel corso dei secoli, trasformandosi prima in dimora signorile poi in villa padronale. Al riguardo si possono trovare affreschi cinquecenteschi che affiorano sotto riquadrature settecentesche, nonché le numerose aggiunte, tra cui il loggiato e la scalinata.

Gli esterni del Castello di Pagazzano

Il fossato ricolmo d’acqua che circonda il maniero, e il ponte levatoio, costituiscono la nota caratteristica del castello di Pagazzano, unico della bergamasca a conservare queste parti ancora intatte. La profonda fossa, ricolma d’acqua e larga circa 12 m, circonda il castello sui quattro lati; il livello dell’acqua è regolato da una chiusa posta nell’angolo sud-ovest. Il ponte levatoio, ancora oggi funzionante, è manovrato per mezzo di catene in ferro fissate all’estremità di due massicci bolzoni.

Il lato a nord è caratterizzato dal maestoso torrione posto a guardia del ponte levatoio e dell’ingresso al castello. Osservando questo lato, le mura di cinta alla destra del torrione risultano modificate rispetto alla costruzione originaria. Alla sinistra del torrione, sempre lungo il lato a nord, le modifiche avvenute nelle mura perimetrali durante i secoli passati, sono ancora più evidenti. Il torrione di guardia è appoggiato con una parete, verso la parte interna del castello, ad un altro massiccio e ancora più imponente torrione. A fianco del torrione sorge la parte più alta di tutta la rocca: la torre vedetta.

Verso est le mura di cinta sono caratterizzate dalla prosecuzione del loggiato che continua per alcuni metri. Il lato a sud, completamente privo di merli, si estende uniforme e senza interruzioni, mentre il lato ad ovest corre per alcuni metri un tratto di loggia, poi le mura di cinta proseguono, prive di merlature, fino all’angolo opposto.

Gli interni del Castello di Pagazzano

Il castello di Pagazzano, interamente costruito in cotto, pur senza apparire solenne ed imponente, possiede un’armonia di forme e di proporzioni che lo rendono di aspetto gradevole ed attraente ed è forse l’esempio più tipico nella pianura bergamasca di buona conservazione originaria.

Superato il ponte levatoio e varcato l’arco a tutto sesto con saracinesca, si entra nell’androne del corpo di guardia nel quale si apre, alla sinistra di chi entra, una stretta porticina ad arco, protetta da una robusta inferriata comunicante con il torrione centrale. Superato, infine, un terzo arco ci si trova nel cortile del castello diviso in due parti da un muro interno che si estende da sud a nord.

Internamente, in questo castello, c’è pochissimo che valga la pena di essere visto: non ci sono sale o saloni decorati da preziosi affreschi, non opere d’arte o d’architettura di un certo pregio. C’è invece un museo allestito di cultura contadina molto carino.

I graffiti nel mastio: echi di cultura contadina

Gli ambienti che compongono i due piani del mastio sono visitabili e anche se spogli, mantengono il fascino tipico dei manieri, nonostante queste stanze abbiano avuto una funzione diversa negli ultimi secoli a questa parte, divenendo infatti depositi per le granaglie al tempo della trasformazione in azienda agricola. Fu allora che nel castello sorsero abitazioni per i coloni e le strutture fortificate conobbero una nuova destinazione d’uso.

A questo periodo “contadino” si devono ascrivere i numerosi graffiti lasciati sui muri interni del mastio e dell’antiporta (graffiti sono riscontrabili in molti ambienti di questo castello). I disegni – realizzati a carboncino, a grafite o a penna – comprendono un variegato repertorio tematico, quanto mai interessante, spaziando da segni di conteggio (tacche) ad elementi zoomorfi (come un bellissimo cavallo sulla cappa del camino al I piano), da personaggi caricaturali a sigle indecifrate e operazioni aritmetiche fino a simboli devozionali o sacri come interessanti croci, che raccontano il forte legame esistente tra la civiltà contadina e la fede religiosa.

Rivolgersi al divino, infatti, era l’unico modo per scongiurare tempeste (assai temute specie nel mese di maggio, quando le spighe del grano sono ancora giovani e la grandine potrebbe rovinarle completamente, mettendo a repentaglio il raccolto e- quindi- il sostentamento) o propiziare messi copiose, nonchè proteggere il raccolto una volta immagazzinato (erano guai se si fosse guastato).

Esistono in effetti molte tradizioni popolari connesse con la vita agreste e con le operazioni di mietitura che rimandano ad arcaici culti e che i contadini hanno portato avanti più o meno inconsapevolmente.

Passaggi segreti: verità o leggenda?

A proposito di passaggi segreti, una tradizione (rimasta per ora leggendaria) racconta di un lungo tunnel che collegava il castello di Pagazzano con quello di Brignano, che sarebbe stato tanto ampio da permettere il passaggio di carrozze da una scuderia all’altra.

La tipologia geologica del terreno, però, con acque di falda superficiali, renderebbe impossibile l’esistenza di questo passaggio sotterraneo, il quale avrebbe dovuto essere scavato sotto il fossato, per poi proseguire fino a Brignano (nel qual maniero dovrebbe trovarsi eguale ingresso ad un ipotetico tunnel).

Non esistono prove archeologiche o documentali ma diverse “voci di popolo”: alcuni pagazzanesi – negli anni ’50 del XX secolo- spinti dalla curiosità e dallo spirito di avventura, hanno affermato di aver trovato degli ingressi che conducevano a passaggi segreti ma di non aver potuto proseguire nell’indagine per lo spegnimento precoce delle torce. Altri avrebbero notato degli avvallamenti nei prati, ipoteticamente causati dal crollo delle volte o delle pareti delle gallerie ipogee.

Cosa c’è di vero in tutto questo? Forse niente ma durante una visita guidata ci è personalmente capitato di ascoltare un pagazzanese che ricordava bene la localizzazione di una botola dalla quale, molti anni prima (cioè al tempo della sua infanzia/adolescenza), si era calato (come altri) all’interno e poteva testimoniare che effettivamente iniziava un percorso, rimasto comunque inesplorato. In ogni caso, la presenza di passaggi segreti intesi come vie di fuga è documentata in molti castelli.

Ospiti illustri del Castello di Pagazzano: da Petrarca all’Innominato


Il castello fu spesso scelto come luogo di soggiorno dai proprietari, che vi ospitarono personaggi illustri tra i quali Francesco Petrarca. Il primo soggiorno del poeta risale all’autunno del 1357, un anno dopo il secondo, del settembre del 1358. Una terza visita al castello visconteo avvenne nell’ottobre del 1359. Il quarto soggiorno dovrebbe essere avvenuto nell’ottobre del 1367.

Egli soggiornava a Pagazzano prima di recarsi dal suo fraterno amico Enrico Capra a Bergamo. Le “soste” del poeta nel maniero determinarono addirittura l’abolizione di un’ordinanza di Bernabò Visconti (molto amico del letterato) con la quale intimava al castellano Maffeo Maggi l’abbattimento dell’edificio. Bernabò decise infatti di revocarne la distruzione perché era “ormai destinato all’accoglienza del Petrarca” (che evidentemente aveva mostrato di gradire il soggiorno pagazzanese).

E,  sempre tra le queste mura, è cresciuto pure un giovanissimo Francesco Bernardino Visconti noto a tutti come “l’Innominato“, affidato allo zio arciprete Galeazzo Visconti nel 1595. Di Bernardino Visconti era il Castello di Brignano Gera d’Adda di cui potete leggere qui.

 

Come arrivare al Castello di Pagazzano e dove parcheggiare

Il Castello di Pagazzano si trova in piazza Castello,1 nel comune di Pagazzano, in provincia di Bergamo. E’ davvero facile trovarlo grazie anche alla segnaletica stradale. All’esterno del castello si trovano parcheggi gratuiti.

 

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