Alta Val Brembana | La Torre della Sapienza di Averara, un gioiello pieno di fascino e mistero da riscoprire

Averara, piccolo borgo in Alta Val Brembana, nella Valle del Ferro. Nel Medioevo era l’ultimo paese sul percorso che risaliva la Val Mora e portava in Valsassina e nei Grigioni. Un luogo di frontiera testimoniato dall’antica dogana veneta e dalla Via Porticata affrescata che merita senz’altro una sosta. Ma questa volta vi porto in un altro punto di Averara a scoprire un gioiello di cui si parla poco, che a parer mio è davvero pieno di fascino per la storia che ci racconta. Nel porticato della chiesa parrocchiale dedicata a San Giacomo maggiore apostolo c’è un affresco, un dipinto murale di oltre cinque secoli fa che raffigura la Torre della Sapienza. La Turris Sapientiae (così si chiamava in latino) era un vero e proprio metodo mnemonico arrivato da lontano che serviva a sviluppare la memoria e a tramandare concetti etici e morali altrimenti destinati a perdersi col tempo.

Averara nel periodo di massimo splendore

Le domande che si pone una persona come me, quando ci si trova dinnanzi a questo affresco sono tante, ma le più immediate sono: Perché è così importante? Com’è arrivato fino ad Averara? Chi l’ha realizzato?

Per avere delle risposte dobbiamo fare un salto tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento, quando Averara era un luogo di passaggio di mercanti pieno di vita. Sotto le volte della Strada Porticata, non è difficile immaginare lo scalpitare dei cavalli, le chiacchiere e le grida dei venditori di tessuti e di spezie, che andavano e venivano dalla Val Brembana alla Valtellina valicando il Passo di San Marco per raggiungere il ricco cuore dell’Europa centrale.

Per Averara passavano pellegrini e viandanti. E con i mercanti arrivavano anche monaci e predicatori con il loro bagaglio di sapienza, lampi di quello straordinario pensiero che tra il XIV e il XV secolo, dopo il buio secolo della “Peste nera”, fu il detonatore del Rinascimento dell’Uomo.

E fu proprio grazie a un ecclesiastico, il parroco don Davide Bottagisi, che Averara vide affiorare sul muro della chiesa nel 1446 l’affresco della Torre della Sapienza, documento unico e raro (con pochi eguali in Italia), comprovante il fervore educativo religioso del XV secolo.

Se volete approfondire la conoscenza di Averara, leggete: Alla scoperta dell’Antica Via Porticata di Averara, in Alta Val Brembana. Un tuffo nella storia della valle.

 

La Torre della Sapienza di Averara: un linguaggio pieno di fascino

Turris Sapientiae Averara

Sotto il porticato della chiesa, i fedeli si radunavano in silenzio, lo sguardo fisso su quell’immagine che sembrava uscita da un sogno, un enigma. Davanti a loro, affrescata sulla parete, si stagliava una collezione bizzarra di colonne, capitelli, mattoni e guglie. Ma non era solo un insieme disordinato di forme: tra quelle pietre dipinte c’era un labirinto di parole in latino, una sorta di rebus destinato a far riflettere. E al centro di tutto, come un faro nel caos, la “Turris Sapientiae” – la Torre della Sapienza.

La pittura non era quella di un grande maestro, si vedeva che era artigianale. Eppure, quella Torre aveva qualcosa di speciale. Non era solo un affresco, ma un catechismo nascosto tra i mattoni e le parole. Brevi massime ed esortazioni in latino, scritte a caratteri nitidi, sembravano sussurrare insegnamenti: “onora gli anziani”, “sii sobrio”, “respingi la lussuria”. Le basi della virtù cristiana, incise su pietre dipinte, come a voler trasmettere la forza di valori eterni attraverso il tempo. Ancora oggi, se ti avvicini, puoi distinguere i segni del tempo, ma anche termini potenti come temperantia, iustitia, fortitudo, prudentia sono ancora lì, a testimoniare l’importanza di quei principi.

Ecco il fascino della “Turris Sapientiae”: non è solo un’opera pittorica, è un viaggio nella memoria di un’epoca. Un’epoca in cui l’uomo, consapevole della fugacità del tempo e della mente, cercava ogni modo per trattenere il sapere, per fissare nel cuore e nella mente i pilastri di una vita retta. Un’arte del ricordo e del pensiero che si manifesta ancora oggi, tra i segni sbiaditi dell’affresco, come un sussurro dal passato.

Turris Sapientiae: esercitare l’arte del ricordo e del pensiero

Torre della Sapienza GermaniaLa Turris Sapientiae di Averara è uno degli stratagemmi, degli schemi mnemonici inventati all’epoca per collegare concetti e nozioni a immagini, ben più facili da ricordare anche per menti meno avvezze al ragionamento e meno colte e, soprattutto, per descrivere principi morali, le regole di convivenza civile e religiosa.

Il dipinto murale – nella sostanza – riproduce un schema mnemonico, utilizzato nel XIV e XV secolo per richiamare alla mente nozioni di diverso contenuto. Fu proprio in quei secoli che il famoso Pico della Mirandola divenne noto per la sua prodigiosa memoria e, soprattutto, per il metodo che cercava per ricordare.

Schemi e stratagemmi che affondano le radici forse nel lontano Oriente dove visse a cavallo tra il Duecento e il Trecento come Vescovo di Tiro il domenicano bolognese Francesco Bonaccorso, detto anche Johannes Metensis. 

Lo schema mnemonico usato nella Torre della Sapienza

Quattordici schemi mnemotecnici del Bonaccorsi sono ancora conservati nella Biblioteca Laurenziana a Firenze. E il sistema del Vescovo domenicano ebbe larga diffusione tanto da giungere fino ad Averara, tradotto nella scolorita architettura affrescata sotto il portico della chiesa.

Con la Turris Sapientiae, ma anche con gli Arbor Vitae (es. l’albero della vita in Santa Maria Maggiore a Bergamo), con gli Arbor Virtutum et Vitiorum, i monaci, allora depositari della sapienza, aiutavano e abituavano alla memoria il volgo attraverso semplici artifici come quello di fissare nella mente vizi e virtù collegandoli a immagini che riportano alla mente le pene dell’Inferno e le gioie del Paradiso.

Esempi di Turris Sapientiae nel resto del mondo

Altri esempi di Turris Sapientiae sono presenti soprattutto in Germania e in Austria: sono documenti murali che educatori medievali utilizzarono appunto per istruire il popolo con meccanismi memonici, per parlare loro di dottrine morali e teologia.

Del resto nel Medio Evo, i dotti erano principalmente monaci e clero d’elite, chiamati a spiegare pagine bibliche e testi liturgici. Per facilitare l’apprendimento adottarono schemi inscritti nelle caselle della Torre. Non veri e propri strumenti pedagogici, ma elementi di ausilio nella pratica educativa.

 

Bibliografia
AA.VV.; Pareti dipinte. Alla scoperta di storie dimenticate. Affreschi murali esterni in provincia di Bergamo; Bergamo; Provincia di Bergamo; 2005
Vincenzo Marchetti, Ornella Previtali (a cura di) I segni dell’uomo e del tempo. Affreschi esterni nell’alta Valle Brembana; Bergamo; Provincia di Bergamo; 1990
Eco di Bergamo
Note sulle Immagini: Le foto sono in parte mie e in parte recuperate in Rete. 


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