Alla scoperta della Bergamo romana, con un’App, una mostra e una tappa alla Domus di Lucina

C’è una Bergamo romana tutta da scoprire che merita senz’altro di essere conosciuta e visitata almeno una volta nella vita. In questi giorni se ne parla molto perché è in arrivo la mostra “Bergomum, un colle che divenne città“, dedicata proprio alla Bergamo più antica, quella che sta due metri e mezzo sotto terra, quella che si sta scavando pian piano da alcuni decenni per riportarla alla luce e raccontare quel pezzo di storia che non viene mai raccontata.

Si parla sempre della Bergamo medievale, eppure Bergamo ai tempi dei Romani era già una città vera, inserita in un sistema commerciale collegato ai luoghi più lontani dell’Impero.  In città arrivavano i marmi dall’isola greca di Taso, i balsamari in vetro dall’area siro-palestinese e le ostriche dalla costa pugliese. E qui si trovavano un sistema di acquedotti, fontane e cisterne, i luoghi di culto, le necropoli, le arene per i gladiatori.
E, naturalmente, le domus impreziosite di affreschi, pavimenti a mosaici, arredi preziosi, e i loro abitanti, i Bergomensi uomini e donne, padroni, liberti e schiavi.

Girovagando alla ricerca dei resti romani di Città Alta con l’app Bergomum

In questi anni ho girato parecchio in Città Alta alla ricerca della Bergamo romana e ho ascoltato gli accenni storici delle guide turistiche: sul Cardo e Decumano romano che ancora oggi si riescono a distinguere, sulla toponomastica cittadina, su alcune costruzioni realizzate su preesistenze romane.

Per arrivare preparati alla mostra e non perdere neanche una sfumatura di quello che troverete al Palazzo della Ragione, vi consiglio di fare un bel tour da soli in Città Alta, alla ricerca della Bergamo Romana.

C’è un’App, sia per iOs che Android,  che segna un percorso per trovare i resti romani: si tratta di Bergomum. Non è difficile da seguire e se volete farvi un’idea da soli di cosa si può trovare, scaricatela.  L’app vi guiderà in un percorso archeologico in 10 tappe, partendo dal Museo Archeologico passando dagli scavi di Vicolo Aquila Nera, il Museo della Cattedrale, il Tempietto di Santa Croce, il Foro Romano, la cisterna che si trova all’interno del Parco della Rocca e la strada romana nei pressi di Via del Vagine.

Sono stata nella cantina di un ristorante per ammirare delle colonne di origine romana ritrovate durante i lavori di ristrutturazione del palazzo e in un bar in Piazza Mercato delle Scarpe (oggi chiuso) per ammirare dei resti romani che si trovavano al piano inferiore. Ma non solo. Ho sbirciato attraverso i vetri la Domus Romana dietro la biblioteca Angelo Mai, ma anche l’altra domus, quella inglobata nel Relais San Lorenzo di Piazza Mascheroni, il primo cinque stelle di Bergamo, che contiene al suo interno reperti archeologici davvero notevoli.

Relais SanLorenzo Scavi Romani nel ristorante.jpg

Visitare la Domus di Lucina

Conoscere la stratificazione di Bergamo mi ha sempre attirato. Ma c’è un luogo che di cui si parla poco, che risulta essere fondamentale per iniziare a parlare di Bergamo romana. Non è aperta al pubblico, se non in occasioni speciali come mostre o visite guidate: si tratta  della Domus di Lucina,  sotto Casa Angelini.

La Domus di Licina è stato uno dei ritrovamenti archeologici più importanti dell’Italia settentrionale, rinvenuta grazie ad uno scavo del 1963 realizzato all’interno dello stabile della famiglia Angelini in via Arena. Nella cantina affiorarono i resti di un’abitazione romana, che fu chiamata Domus di Lucina dal nome che si riuscì a distinguere su una terrina d’argilla nera tra i reperti rinvenuti.

Ho avuto la possibilità di visitarla qualche settimana fa, guidata dal proprietario, il professor Angelini, che ricorda benissimo quando fu scoperta da suo padre, l’architetto e artista Sandro Angelini, all’inizio degli anni Sessanta.

Il ritrovamento della Domus di Licina a Bergamo

Era il 1963 e Sandro Angelini aveva appena acquistato l’edificio per trasferircisi con la famiglia. Stava procedendo con i lavori di ristrutturazione della casa, quando si accorse di alcuni problemi di staticità dell’edificio. Fu così che chiamò un amico ingegnere che fece subito il sopralluogo. Si decise di ringorzare le strutture sulle quali si fondava la torre medievale dei Migliavacca con un pilastro, e durante lo scavo per realizzarlo spuntarono due pezzi di intonaco dipinti di giallo e di rosso. Subito pensarono ad un dipinto di qualche decennio prima, al massimo di un secolo. Ma pulendo quei frammenti cominciarono a sospettare a qualcosa di più datato, forse medievale. Si scavò ancora e questa volta spuntò  una tegola romana. Altro che medioevo: erano in presenza di una domus romana! E il pilastro di sostegno venne sostituito da un arco.

Così, subito data la notizia alla Soprintendenza, continuano a scavare e riportano alla luce reperti di ceramica e di decorazioni ad affresco davvero pregevoli. E se la cosa vi sembra incredibile, che tanta bellezza sia rimasta sepolta per secoli sotto un edificio ugualmente importante, sappiate che è abbastanza normale. Dobbiamo sempre ricordare che una volta non c’era il culto dell’antico e della conservazione. Quando un edificio non serviva più o cadeva in rovina, ci si costruiva sopra. E questo è quello che deve essere successo.

La storia della Domus di Lucina e le tante stratificazioni della città

Gli studiosi hanno ipotizzato che la Domus di Lucina venne abitata dal I al III-IV secolo d.C. da una famiglia benestante e abbandonata successivamente quando l’impero romano iniziò a disgregarsi.

Dopo un lungo periodo di abbandono durato per tutto l’alto Medioevo, sui resti della domus romana di via Arena fu costruita la torre dei Migliavacca dei Rivola, nelle cui stanze fu istituito l’hospitium, divenuto nel XV secolo l’Ospedale di Santa Maria Maggiore, le cui finalità caritativo-assistenziali furono raffigurate negli affreschi rinascimentali che avevo visitato la scorsa estate e di cui vi ho già scritto.

Nel vicino Museo Archeologico, in piazza Cittadella a Bergamo, fino a qualche settimana fa si potevano ammirare gli affreschi ricostruiti provenienti dalla domus, oltre che coppe, bacili, tegami pertinenti alla suppellettile da cucina. Nei prossimi giorni sarà possibile rivedere tutto nella mostra che si terrà nel Palazzo della Ragione in Piazza Vecchia

Significativi sono i frammenti di bottiglie e coppe di vetro, di un fregio marmoreo con decorazione a girali vegetali e un peso fittile di circa 10 libbre (3,5 kg). Alcuni gusci di ostriche sono stati interpretati come resti di cibo e  che studi successivi hanno spiegato con i rapporti commerciali con la Puglia.

I ricordi di chi la Domus di Lucina l’ha vissuta nel Ventesimo secolo

Mentre il professor Angelini mi mostrava quello che è rimasto della villa ritrovata nella cantina del palazzo, mi sono immaginata il giorno del ritrovamento e non ho potuto fare a meno di immaginare l’eccitazione che doveva esserci nell’aria in quel periodo in casa. Cosa rappresenta per una famiglia scoprire che sotto casa sua ci sono delle vestigia romane?

Libro vita Angelini durante gli scavHo chiesto se aveva memoria di quei giorni e Piervaleriano Angelini mi ha detto che ricorda i lavori di scavo e il fatto che in quei mesi se ne parlava molto in famiglia e che vi aveva partecipato, sebbene bambino. E nei suoi ricordi quell’esperienza si legava anche ad altre scorribande che faceva con i suoi amici in Città Alta, quando andava alla scoperta dei sotterranei nascosti delle Mura.

Nel libro che mi ha regalato sulla vita di suo padre, ho trovato una foto dove era ritratto insieme a genitori e ai due fratellini mentre erano tutti impegnati negli scavi  per immortalare quel momento.

Mi ha detto una frase che mi ha colpito: “Ci sono cose che uno studioso di storia dell’arte spera sempre di fare nella vita ed è scoprire qualcosa di antico, qualcosa di ancora sconosciuto, qualcosa che cambi il corso della conoscenza e che serva a mettere un tassello nella storia di un luogo. Ecco, io ho avuto la fortuna di vivere questa situazione da piccolo. Credo che questo abbia segnato i miei studi profondamente perché quell’ossessione che anima gli studiosi e i ricercatori dell’antico io l’avevo già soddisfatta anche se non riesco a non essere affascinato da tali ricerche” (oggi è uno storico dell’arte moderna, ndr).

Gli ho chiesto se ha altri ricordi legati alla Domus di Lucina e lui sorridendo mi ha raccontato un aneddoto della sua giovinezza, di quando diciassettenne, su richiesta del padre aveva fatto l’inventario di tutti i vini che si trovavano in cantina (cioè nella Domus di Lucina). E così lui aveva passato un bel week end con il suo migliore amico a catalogare vini, mangiando pane, salame e bevendo qualche bicchiere di vino proprio in quella cantina, illuminata solo da alcune candele. Quello era stato un momento importante, forse il momento di passaggio dall’adolescenza alla giovinezza, al tempo in cui si prendono le prime responsabilità.

Perché vi racconto questo? Perché questo è il significato di contemporaneità dell’arte e della storia. Ci sono oggetti, costruzioni e architetture che sopravvivono a noi nei secoli e che diventano parte della storia e del quotidiano di chi viene dopo, ma in modo diverso. Per questa famiglia la Domus di Lucina ha rappresentato tante cose, non solo un ritrovamento archeologico.

Ovviamente gli scavi furono fatti con tutti i crismi: Sandro Angelini era il Direttore del Museo Archeologico di Bergamo e aveva ben chiaro cosa significasse scoprire e convivere con una domus romana sotto la propria casa. Conosceva il valore di quel ritrovamento per determinare la storia di Bergamo e per questo aveva donato tutto quello che era stato ritrovato al Museo, nonostante la legge gli permettesse di tenerne una parte importante.

Quello che si vede oggi nella Domus di Lucina

Con il materiale ritrovato durante gli scavi a casa Angelini fu possibile  ricostruire parte della decorazione di due sale affrescate, una a fondo nero e una a fondo giallo, e di individuare una finestra. Secondo gli storici, gli affreschi furono una delle più interessanti testimonianze della pittura romana trovate in tutta la Valle Padana.

Se scendete nella cantina di Casa Angelini potete distinguere chiaramente la domus ritrovata negli anni sessanta. E, credetemi, è davvero un’emozione.

Angelini mi ha mostrato i resti di quella domus facendomela immaginare: “Qui  la cucina, qui degli ambienti di servizio. Quello nell’angolo è un ipocausto, il sistema di riscaldamento. Lo vede? E’ stato ricostruito con le colonnine di sospensione e il mattone orizzontale. Sotto ci andava il fuoco che diffondeva il calore in tutta la domus come l’odierno riscaldamento a pavimento”. E appesi alla parete? “Abbiamo appeso i mattoni forati dei canali di riscaldamento e una tegola ricomposta”

E poi mi mostra una chicca: “un frammento di tegola con l’impronta della zampa di un cane che doveva aver camminato sulla tegola di argilla ancora fresca. Magari di notte, prima che fosse portato nella fornace”.

 

Casa Angelini è una dimora piena di storia e di storie. La mia visita non è finita qui.
Ve le racconterò presto.

 

Note
Questo articolo è stato scritto grazie ai racconti di Piervaleriano Angelini e alla lettura dei libri sulla vita di Sandro Angelini. Se trovate delle imprecisioni sono a disposizione per modificare. 

Se siete arrivati fino a qui e avete voglia di seguirmi ancora e di essere aggiornati in anteprima sull’uscita dei nuovi articoli, lasciate il vostro indirizzo email nel box nero che si trova sulla destra dello schermo. Oppure seguitemi sui social.