Ammirare gli affreschi bramanteschi (?) di Casa Angelini raccontati da Piervaleriano Angelini

L'androne di Casa Angelini Gli affreschi di Casa Angelini raccontati dal padrone di casa

Non c’è niente di meglio che ascoltare la storia di un palazzo storico di Città Alta, a Bergamo, e dei suoi tesori raccontata dalla viva voce del suo proprietario, se il proprietario è uno storico dell’arte conoscitore dei luoghi e della storia bergamasca. E quando questa cosa avviene è davvero un dono speciale.

E’ quello che è successo ieri sera, in occasione della visita a Casa Angelini. Avevo letto sull’Eco di Bergamo che ci sarebbe stata la possibilità di ammirare dal vivo gli affreschi bramanteschi (o presunti) conservati all’interno di questo palazzo privato e non volevo perdermelo.  Si tratta di uno di quei palazzi solitamente con il portone chiuso. Un palazzo di cui si conosce la storia e si immagina la bellezza, ma che raramente è aperto al pubblico e quando questo avviene è meglio approfittare per “fare il pieno di meraviglia”. Ma non sapevo però che a farci da cicerone ci sarebbe stato addirittura Piervaleriano Angelini, padrone di casa e storico dell’arte.

Non è bello presentare qualcuno dicendo “è figlio di” o “nipote di”. Ma nel suo caso, uomo di grande cultura e conoscitore dell’arte, credo che questa cosa non sia un problema. Semplicemente è un modo per raccontare un pezzo del suo DNA che spiega l’amore per l’arte, l’architettura e per la storia bergamasca. Suo nonno infatti era l’ingegner Luigi Angelini,  a cui si deve ancora oggi l’attuale sistemazione di Bergamo, e suo padre Sandro Angelini, architetto e artista poliedrico. Da una stirpe così non poteva che nascere qualcuno con l’amore per l’arte nei cromosomi. O così mi sono immaginata.

Visitare Casa Angelini è un evento straordinario e raro che si verifica solo in particolari occasioni, come ad esempio nel palinsesto delle iniziative culturali organizzate in occasione di Bergamo Facciate Dipinte (di cui ho già parlato).

via arenaCasa Angelini si trova nello storico passaggio di Città Alta che unisce il transetto meridionale di Santa Maria Maggiore con il Viale delle Mura. Silenziosa, affascinante e ricca di storia, questa via va dal Seminario Vescovile alla chiesa e convento delle suore di clausura, fino al Museo Donizettiano. Oltre a Casa Angelini questa via conduce al palazzo del Forno, alla cappella vescovile di Santa Croce, a Santa Maria Maggiore, al Campanone, all’Ateneo di Arti e Lettere e alla cisterna sottostante.

Casa Angelini è abbastanza particolare perchè unisce due corpi di fabbrica distinti di età tardo medievale: una torre difensiva (una delle 40 presenti a Bergamo, anche se piace continuare a dire che fossero 100) e una casa-torre coeva. La prima era stata costruita proprio con scopo difensivo (era alta e spartana), mentre la seconda aveva caratteristiche abitative più confortevoli e poteva essere usata sia come abitazione che come luogo di difesa.

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Ma la particolarità di Casa Angelini non finisce qui. Questo palazzo si posiziona sopra una preesistenza romana, la Domus Lucina,  uno dei ritrovamenti archeologici più importanti dell’Italia settentrionale, rinvenuta grazie ad uno scavo del 1963 realizzato all’interno dello stabile della Famiglia Angelini.
Durante dei lavori in cantina,  affiorarono i resti di un’abitazione romana che fu chiamata Domus di Lucina dal nome trovato su un manufatto d’argilla nera. Tra i materiali recuperati nel corso dello scavo furono rinvenuti anche coppe, tegami e terrine, insieme a numerosi frammenti di affresco e di fregio marmoreo, conservati oggi presso il Civico Museo Archeologico di Bergamo.

Si ipotizza che la Domus Licina fu abitata dal I al III-IV secolo d. C. da una famiglia benestante e abbandonata successivamente quando l’impero romano cominciò a decadere. Dopo un lungo periodo di abbandono durato per tutto l’alto Medioevo, sui resti della domus romana di via Arena fu costruita la torre dei Migliavacca dei Rivola, nelle cui case fu istituito l’hospitium, divenuto nel XV secolo l’Ospedale di Santa Maria Maggiore, le cui finalità caritativo-assistenziali furono raffigurate negli affreschi rinascimentali.

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Nel XIV secolo era stata abitazione dei Priacini originari di Gromo in Val Seriana, e Antoniolo de Priacini nel 1399 cedette le rendite dei suoi beni e il palazzo alla fabbrica della basilica di Santa Maria Maggiore disponendone la destinazione ad ospedale per gli esposti, gli orfani e i bisognosi. La struttura si trasformò per accogliere i bisognosi e venne affrescata diventando ospedale dal 1410, e dal 1449 gestita dalla Misericordia Maggiore (MIA). Col passare dei secoli la MIA trasferì  questo ospedale (e gli altri disseminati in città in strutture piccole) in quello di San Marco in Città Bassa, destinando i locali di questo palazzo a cancelleria e aule per i Consigli, mentre una parte venne affittata ai predicatori quaresimali e, infine, alla famiglia Bonicelli.

scuola-musica-caritatevole-donizettiUn giorno, Simone Mayr, grande musicista e compositore, Maestro di Cappella della Basilica di Santa Maria Maggiore, chiese alla Misericordia Maggiore proprietaria dell’immobile un paio di stanze da adibire a scuola di musica. Nacque quindi il primo liceo musicale della Lombardia, dove Mayr diede le prime lezioni caritatevoli di musica per quei giovani musicisti talentuosi senza possibilità economiche, tra cui, dal 1806 al 1815, Gaetano Donizetti.

Nel 1876 l’edificio ritornò ad essere abitazione privata, passando dalla famiglia Bonicelli agli Angelini nel 1960. Questi ultimi si occuparono dei lavori di restauro e consolidamento del palazzo, nonchè della conservazione degli strappi  degli affreschi bramanteschi. Il fabbricato dal 4 giugno del 1988 è soggetto a vincolo da parte della Soprintendenza ai Beni Architettonici.

La visita è durata in tutto un’ora e un quarto. Siamo partiti da fuori, davanti all’ingresso, di fronte alla facciata, quella che nel 1500 era una facciata parlante. Una “biblia pauperum, Bibbia per i poveri” così l’ha descritta Piervaleriano Angelini.

Il palazzo, ora abitazione civile, è su pianta rettangolarea corpo doppio, dovuto al raggruppamento della torre con la casa, è disposto su quattro piani, il tetto, solo in parte a terrazza e loggia è a due falde. La facciata su via Arena presenta una struttura muraria medioevale, da casa torrita, con una bifora al 1º piano trasformata nei restauri con finestre settecentesche. Ma il palazzo doveva presentarsi in modo differente durante dal XV al XVIII secolo, il secondo piano presentava una decorazione in finto marmo che divideva le finestre medioevali ad arco profilato, e al primo da tre grandi lesene e da capitelli ionici decorate con scene di pubblica carità. Troviamo tutto in questi pannelli realizzati dallo studio Angelini, appesi alle pareti.

Puando abbiamo oltrepassato l’ingresso, io sono letteralmente rimasta rapita da quello che ho visto. Non era un interno sfarzoso. Anzi. Era quello che mi immagino sempre sia un interno medievale, senza fronzoli. Ma quello che ho visto sulle pareti mi ha lasciato senza fiato.

Siamo partiti dalla scalinata che porta ai piani superiori dove si trova lo studio di architettura Angelini. In realtà si tratta di un cavedio coperto con una scala che porta all’ultimo piano. Ma lungo le pareti si trovano gli strappi di bellissimi e preziosissimi affreschi bramanteschi. In realtà, nonostante quello che si disse al rinvenimento di questi affreschi, non dovrebbero essere del Bramante (anche se in quel periodo era a Bergamo e stava dipingendo il Palazzo del Potestà), ma di uno o più artisti coevi. Del Bramante manca infatti la monumentalità che ritroviamo invece negli strappi del Palazzo del Potestà, oggi conservati nel Museo degli Affreschi nel Palazzo della Ragione.

Dopo un l’interessante racconto sugli studi per la possibile attribuzione di questi affreschi, e un altrettanto interessante racconto di un importante restauratore di Bergamo che ci ha spiegato quale sia la tecnica per strappare gli affreschi dalle facciate degli edifici storici, siamo scesi dalla scala e ci siamo diretti verso l’uscita.

img_0390Lo sapevate che strappare un affresco da una parete è una operazione molto semplice? Che basta un lenzuolo di lino e della colla animale? Pare infatti che proprio per questa semplicità di “strappo” in passato ci fu un mercato florido di affreschi “strappati” illecitamente e venduti al miglior offerente. Capitava che una mattina il proprietario di un palazzo con la facciata affrescata si svegliasse e uscendo di casa si ritrovasse tutta la facciata bianca. E’ così che è andato perduto buona parte del nostro patrimonio artistico murario. Un vero disastro!

Oggi purtroppo è molto difficile trovare degli affreschi in buone condizioni, a causa delle piogge acide che consumano e distruggono queste opere per loro natura esposte alle intemperie. Molti sono stati “strappati” per permetterne la conservazione, ma c’è un dibattito acceso tra gli esperti del settore e i critici sul fatto che si debba strappare un affresco o meno da una facciata. Inoltre i Beni Culturali non danno facilmente l’autorizzazione allo “stappo” di opere su muro con più di 50 anni.

A quel punto non abbiamo potuto non fermarci ad ammirare le splendide opere di Sandro Angelini, padre di Piervaleriano, scultore, incisore e artista.

Alle pareti erano presenti delle porte realizzate in bronzo, scolpite e finemente cesellate. E se fino a pochi minuti prima stavamo contemplando frammenti di affresco di una facciata parlante cinquecentesca, eccoci ora ad ammirare le porte parlanti di Angelini. Non so niente di quelle porte: non so cosa fossero, perché e per cosa le avesse realizzate. So solo che ogni pezzo di quelle porte raccontavano una storia fatta di uomini, di lavoro, di arti e mestieri. E mi sono piaciute moltissimo.

Per non parlare della rappresentazione in bronzo dell’Arcimboldo. Piervaleriano Angelini ci ha raccontato di quando il padre lo stava realizzando: “andava a cercare di persona tutti i frutti e le verdure che vedete nella scultura. Ricordo come era felice quando trovava la forma giusta, quella perfetta per la composizione. La metteva al suo posto. La guardava per bene. Poi ne faceva il calco, per poi mandarlo in fusione.”
Ecco io ora ero lì e sentendo questo racconto mi immaginavo la scena.

La visita è finita in un attimo. Avrei voluto chiedere un milione di cose. Ma c’era troppa gente e mi davano tutti l’impressione di essere oltre che degli appassionati anche degli esperti di arte e di conservazione. Ho avuto questa impressione perchè quando eravamo davanti al portone, molti si sono fermati per chiedere e commentare “di questo e di quello” col professore… Ecco, io no. Io questa volta ho fatto diligentemente quello che faccio quando solo certa di aver vissuto un’esperienza bella e unica. Ho preso appunti per scrivere.

Note
Molte delle foto che vedete sono mie, ad eccezione di quelle della Domus Licina (non era prevista dalla visita), quelle degli esterni (era sera e non sono riuscita a farle come si deve) e le tre riferite agli strappi pubblicate a mosaico che sono di Santino Bianchi che me le ha gentilmente concesse in uso e che ringrazio.  Nel frattempo se qualcuno le dovesse riconoscere me lo segnali che citerò il credito o le eliminerò se non è gradito l’uso.
Le informazioni contenute in questo testo sono in parte delle elaborazioni di quanto trovato in Rete, negli archivi dei Beni Culturali e sentito raccontare dalla viva voce di Piervaleriano Angelini.