Lo sapevate già? Anche la Gioconda fu  dipinta sull’Adda. Lo direbbero studi geomorfologici e il confronto con l’altra Gioconda.

Svelato Mistero Gioconda? Difficile dire quanti misteri siano stati svelati e smentiti e ri(s)velati in questi anni. Forse quello che sto per raccontare non sconvolgerà più nessuno (e infatti è stato già pubblicato dai giornali addirittura nel 2018), ma io me l’ero perso e oggi mi sembra ancora interessante. Gli studiosi hanno infatti accertato nel 2018 che lo sfondo della Monnalisa di Leonardo, così come la Vergine delle Rocce, ritrae la Lombardia e più precisamente la valle dell’Adda, all’imbocco del Lago di Lecco.  E visto che parliamo del Fiume Adda che bagna anche la bergamasca, possiamo dire che è una di quelle cose (quasi) di Bergamo che vale la pena di ricordare sorridendo.

E siccome questa notizia quando è stata pubblicata me l’ero persa, dopo aver raccontato del Traghetto di Leonardo e delle opere idrauliche di cui ancora non si sa quanto siano opera del genio  vinciano e quanto invece siano opere d’ingegno dei nostri ingegneri, eccomi qui ad approfondire.  E come spesso accade, le curiosità finiscono per rincorrersi e per aprire nuovi scenari e nuove storie da raccontare. Ho scoperto, infatti, solo pochi giorni fa (colpa mia che mi ero persa pure questa notizia) che esiste un’altra Gioconda, gemella dell’originale quasi del tutto identica a quella dipinta da Leonardo da Vinci, realizzata probabilmente in contemporanea all’originale. Secondo alcuni potrebbe essere un’opera di Francesco Melzi, amico di Leonardo e originario di Vaprio d’Adda. Entrambi gli sfondi – gemelli ma non identici – sono quasi sovrapponibili.

Troppo diversa per essere una semplice copia, ma troppo simile nello schema pittorico e nel paesaggio per essere esente da parentele, la “Gioconda” del Prado è un bocconcino succulento per chi si ciba di curiosità come me.

Sullo sfondo della Gioconda, l’Adda e il Lago di Lecco.

Valle dell'Adda dipinta da LeonardoIl titolone di giornale “Svelato mistero Gioconda” è stato in realtà già scritto diverse volte. L’ultima due anni fa, nel 2018, quando uno storico dell’arte Luca Tomio ha rivelato in un convegno che grazie all’analisi geomorfologica applicata al paesaggio della Monna Lisa, con il metodo del professor Carmelo Petronio (geologo della Sapienza di Roma), si evidenziava in modo incontrovertibile che si tratta del “paesaggio tipico montagnoso, fluviale e lacustre delle Prealpi lombarde e precisamente una ripresa della valle dell’Adda“.

Grazie a riscontri topografici e geografici, si individua a destra nel celebre quadro la Valle dell’Adda ripresa a volo d’uccello dalla Forra di Paderno fino alla confluenza nel Lago di Lecco, e a sinistra, le formazioni calcaree tipiche dei monti lecchesi.

Prima di lui il lecchese  Riccardo Magnani, profondo conoscitore di Leonardo e delle zone in questione era addirittura riuscito ad individuare l’esatta angolazione della Valle dell’Adda e del Lago di Lecco così com’era stata dipinta, svelando che il monte a destra era il San Martino e non il Resegone come potrebbe sembrare.  

Paesaggio Leonardesco come apparirebbe ora

E pensare che per molto tempo molti avevano ritenuto che fossero i paesaggi toscani tanto cari a Leonardo, se non addirittura un paesaggio di fantasia. E invece no! Ma quindi? A chi credere?

Lo stesso sfondo nell’altra Gioconda

A confermare che lo sfondo è quello della Valle dell’Adda anche il quadro gemello della Gioconda, restaurato e reso più nitido e quindi più leggibile qualche anno fa dopo il restauro del 2011-12. Non tutti sanno, anzi sono in pochi a saperlo, che la “Gioconda” di Leonardo Da Vinci  non è l’unico ritratto di colei che oggi chiamiamo “familiarmente” Monna Lisa (o Monnalisa). Le copie e i duplicati sono milioni, lo sappiamo, ma c’è una gemella non identica,  simile non solo nella posa ma anche in tutto il resto molto interessante. Quest’altro dipinto fu eseguito molto probabilmente proprio nello stesso periodo, forse proprio nello stesso studio, forse proprio a pochi centimetri di distanza da Leonardo, mentre lui dipingeva la sua versione, quella che è divenuta celebre in tutto il mondo.

Gioconda e copia messe a confronto con la cartina del lago di Lecco

Lo sfondo del dipinto restaurato è molto più nitido e permette di riconoscere meglio i luoghi lombardi. Quali sono?

Ecco i luoghi che si riconoscerebbero in entrambi i dipinti.

Ovviamente se interpellate gli studiosi che negli anni hanno attribuito alla Toscana o alle Marche o al Lago d’Iseo il paesaggio di sfondo, vi mostreranno luoghi e particolari per suffragare le varie ipotesi. Ma in questo caso, ecco quelli che fanno riferimento all’ipotesi che quella dipinta sia effettivamente la valle dell’Adda e il Lago di Lecco.

La storia dell’altra Gioconda: il Ritratto di Dama

L’altra Gioconda, chiamata “Ritratto Di Dama”, compare in Spagna nel 1666, e dal 1819 lo troviamo esposto al Museo del Prado dove ancora risiede. Sembra che sia arrivata lì dopo la vendita che lo scultore Pompeo Leoni fece del lascito di carteggi e opere leonardesche avute dal figlio primogenito del Melzi. Orazio Melzi in cambio di incarichi di prestigio, cedette tutto all’allora scultore del re Leoni. Si pensa quindi con ragionevole fondatezza che l’opera poco dopo entrò a far parte della collezione del re come “quadro della Bottega di Leonardo realizzato da uno dei suoi allievi”.

Purtroppo un paio di secoli fa, qualcuno decise che questo quadro stava meglio con lo sfondo scuro e coprì lo sfondo lombardo della Gioconda “gemella”. Sfondo che tornò alla luce solo nel 2012 e che aprì nuovi scenari di conoscenza. Nelle foto sotto potete vedere l’opera prima e dopo il restauro, quando si ripristinò lo sfondo originale togliendo la pittura nera che era stata spennellata. Se vi chiedete il motivo di tanta scelleratezza, la risposta è molto semplice: nessuno al tempo pensava che fosse un’opera così importante e che avrebbe aiutato a svelare molti dei misteri del famoso quadro leonardesco.

l'Altra Gioconda prima e dopo il restauro

Chi era Francesco Melzi

L’autore dell’altra “Gioconda” è dunque con ogni probabilità l’allievo di Leonardo, Francesco Melzi, pittore con una buona mano. Non è una sorpresa vedere il nome di Melzi accostato a quello di Leonardo. Francesco Melzi era l’allievo e amico prediletto di Leonardo da Vinci.

Quando il genio vinciano fu mandato dal Signore di Milano a censire e studiare il corso dei fiumi lombardi per trovare il modo di portare acqua a Milano, egli andò a vivere a Palazzo Melzi (sotto, trovate le foto di Vaprio d’Adda e la targa posta sull’edificio per ricordare il passaggio di Leonardo). Qui, tra un’esplorazione e l’altra del territorio, divenne il precettore del giovane Francesco. Il legame tra i due divenne tanto forte che il giovane seguì Leonardo quando questo si trasferì in Francia.  Si dice che, negli ultimi anni di vita, fosse proprio lui a ritoccare le opere del maestro. Gli rimase accanto fino alla morte e ne divenne l’erede testamentario di tutti gli scritti.

Gioconda e Ritratto di Dama a confronto

Il Melzi non era nuovo a mostrare opere di spirito prettamente leonardesco, non solo nello stile, ma anche nelle pose dei soggetti. Tra i suoi quadri simili a quelli di Leonardo, troviamo la sua versione di “Sant’Anna e la Vergine con il Bambino che stringe un Agnello” del 1520 e il famosissimo “Leda e il Cigno” del 1507 presente agli Uffizi, leggendaria copia dell’opera omonima di Leonardo andata perduta di cui restano molte altre versioni di allievi. Quella del Melzi è senz’altro la più conosciuta.

Mettendo a confronto i due dipinti, possiamo dire che si tratta di un bell’aiuto per chi studia Leonardo e desidera avere un’altra visione nello stesso momento storico in cui fu dipinta. Gli studiosi si sono concentrati quindi per elaborare nuove teorie, sulle differenze e sulle similitudini.

Così simili, così diverse

Particolare attenzione è stata riservata al fatto che le due versioni si discostano, anche se di poco, nell’angolatura della visione, non tanto del soggetto che sembra coincidere nel disegno, quanto del paesaggio che essendo più lontano, viene amplificato nella diversità della parte visibile.

Nella versione di colui che si pensa fosse il Melzi, l’orizzonte appare più alto, più decentrato e rivelatore di particolari dei monti nascosti nell’altra. Per questo si pensa che le tele da dipingere fossero stare disposte l’una accanto all’altra, nella stessa stanza davanti allo stesso soggetto, addirittura dipinte contemporaneamente. La versione di Leonardo fu però da lui rimaneggiata per anni, mentre quella presunta del Melzi, sembra sia stata iniziata contemporaneamente all’altra, ma finita di lì a poco.

La Monna Lisa e l’altra Gioconda dipinte contemporaneamente?

Dall’analisi della copia del dipinto conservata al Prado, gemella ma non identica e perfettamente ripulita, sono emersi due fatti che avrebbero permesso a Tomio di datare e collocare l’esecuzione della Monna Lisa a Vaprio d’Adda tra la fine del 1511 e i primi mesi del 1512.

Il primo dato è che lo stile con cui è dipinto il monte sulla destra è compatibile con lo stile dei disegni di Leonardo delle Grigne realizzati nell’estate del 1511, a scopo militare.

Il secondo è che l’allievo copista ha seguito passo passo quanto faceva il maestro, e visto che lo stile riconduce a quello di Francesco Melzi, questi elementi fanno convergere l’esecuzione delle due Monna Lisa, quella del Louvre e la copia del Prado, al soggiorno di Leonardo e del suo allievo nella Villa Melzi di Vaprio d’Adda, a partire dal dicembre 1511.

Un’altra teoria: furono dipinte in momenti diversi

L’altra teoria  si basa sul fatto che “nei due quadri il disegno è troppo simile per poter essere fatto da due pittori in posizioni diverse anche se molto vicini“. L’attribuzione sembra meno probabile ma in questo caso si è ipotizzato che la dama da ritratta non fosse la stessa e certo non nello stesso momento in cui la dipingeva Leonardo (1503-05) e che i soggetti fossero due donne diverse prese una a modello dell’altra, nello stesso luogo e nella stessa posa.

Se tutto questo fosse vero, le prime conclusioni, grazie allo studio dell’altro ritrovato ritratto, sono che il paesaggio alle spalle della “Gioconda” era reale, non di fantasia.

 

Una gita all’Ecomuseo di Leonardo

Insomma, alla fine i misteri si svelano e i misteri rimangono. Non c’è niente da fare. Ed è proprio questo il bello di Leonardo. Ed è bello perchè l’interesse rimane sempre vivo, anche se le celebrazioni per il cinquecentenario della sua morte sono finite.

Se volete fare un salto indietro nel tempo, attraversando i secoli che ci separano dall’epoca di Leonardo Da Vinci e riscoprendo i luoghi che egli stesso ha vissuto e scoperto vi consiglio il percorso dell’Ecomuseo dell’Adda di Leonardo. Permette di scoprire un territorio poco conosciuto a chi non vi abita, attraversando le province di Milano, Monza e Brianza fino a Lecco, lungo il corso del fiume. L’area dell’Ecomuseo coinvolge il Parco Adda Nord e il territorio che si estende nelle province di Lecco, Milano e Bergamo.

Questo Ecomuseo, cioè un museo che si sviluppa all’aperto sul territorio riconoscendo il valore dei suoi beni, onora il grande Leonardo Da Vinci nei luoghi in cui approfondì i suoi studi, sviluppò invenzioni e fece le sue osservazioni sulla natura. Leonardo giunse a Milano nel 1482 proponendosi a Ludovico il Moro come ingegnere militare e restò al suo servizio per quasi un ventennio, durante il quale si dedicò allo studio dei corsi d’acqua.

Il percorso dell’Ecomuseo dell’Adda di Leonardo inizia al traghetto leonardesco che collega Imbersago e Villa d’Adda (sotto il Ponte di San Michele) e termina al Radun di Groppello, alla porta sud.

Passeggiando per l’Ecomuseo Adda si incontrano pregevoli testimonianze storiche: vestigia celtiche, longobarde e romane, opere idrauliche della bonifica benedettina alto medioevale, castelli medioevali e rinascimentali, chiese, santuari, centrali idroelettriche, filatoi e opifici cotonieri e il sito patrimonio dell’Unesco Villaggio operaio di Crespi.

Lungo il percorso si incontra la sede dell’Ecomuseo, lo Stallazzo situato a Paderno d’Adda, un luogo che un tempo serviva da ricovero e sito di cambio dei cavalli che rimorchiavano i barconi controcorrente.

Più avanti si trova anche la seconda sede ecomuseale del Santuario della Rocchetta, una piccola chiesa a picco sull’Adda del XIV secolo. Si trova proprio vicino a questa chiesa il paesaggio a cui Leonardo si ispirò per lo sfondo della Vergine delle Rocce.

 

Note
Questo post non ha nessuna pretesa di essere un articolo scientifico e raccoglie quanto si trovava già in rete sui siti di informazione e sulle testate d’arte pubblicato negli anni passati. 

 

 

 

 

17 commenti

  1. Una bella analisi, ma si sa, ciascuno vorrebbe le opere del Genio a casa propria. La realtà purtroppo non è ancora scientificamente dimostrabile,
    quello che è certo è che il traghetto di Imbersago era preesistente all’arrivo di Leonardo e che sì, una volta visitato, vi apportò alcune modifiche, quali i due pistoni.

  2. A me e’ sempre piaciuta questa teoria che lo sfondo della Gioconda fosse lombardo! Il tuo articolo e ‘ bellissimo e molto esaustivo, non sapevo che esisteva una seconda versione… i misteri di Leonardo sono davvero tanti!

  3. Io non lo sapevo ma da ignorante di arte facendo mente locale a quanto Leonardo ha vissuto la zona e i nostri navigli oltre all’Adda ci sta proprio che sia stata dipinta qua!

  4. La prego di lasciare fuori il nostro antenato Francesco Melzi dalle sue ipotesi. Era mecenate, amico e amministratore di Leonardo, come da vari documenti anche del nostro archivio. Non altro. Leonardo si rivolgeva a lui chiamandolo “Messer”, gli dava del lei. Trova tutto alla Biblioteca Ambrosiana. Sarei grata se volesse eliminare allusioni errate che si trovano purtroppo sul web. Grazie

    1. Mi spiace averla offesa. Tutto l’articolo riporta informazioni trovate sul web e ne faccio menzione nelle note. Comunque ho eliminato la parte in cui riporto “l’allusione”. Spero non me ne vorrà.

  5. Le faccio i miei complimenti per l’articolo,mi chiedo se lei abbia anche incontrato il Dr.Magnani,io ho avuto il piacere di incontrarlo,ha pubblicato dei libri e molti video.Facile il contatto se lo cerca sui social.Se lei ama Leonardo,deve incontrare il Dr.Magnani! LE AUGURO UNA VISITA A LECCO!!

  6. Non sapevo che esistesse una “gemella” della Gioconda e nemmeno che lo sfondo fosse quello della Valle dell’Adda. In effetti i due dipinti sono davvero molto simili (almeno all’occhio di una profana come me).
    È davvero affascinante il fatto che a distanza di tanto tempo la Gioconda continui ad essere circondata da tutti questi misteri.

    1. Sono d’accordo. Gli studiosi di Leonardo non devono essere solo dei conoscitori di arte e storia, ma devono essere dei veri detective.

  7. La Gioconda rimane e rimarrà sempre un mistero ma forse la sua bellezza deriva proprio da questo! Durante un corso all’università dove si confrontava il Rinascimento italiano con gli artisti fiamminghi dell’epoca, mi ricordo che in una lezione abbiamo analizzato il paesaggio alle spalle di Monna Lisa … un argomento tutt’ora senza risposte certe. Molte notizie spesso sono da prendere con le pinze, poo chissà se si troverà mai una risposta.

  8. Questo quadro continuerà per secoli ad affascinare l’umanità. Sembra assurdo, ma io continuo invece a non trovarci tutta questa particolarità e bellezza. Leggere il tuo articolo mi è però servito a conoscere la storia del secondo quadro, che davvero non conoscevo.

  9. Ma dai, non avevo idea che ci fosse una “gemella” della Gioconda di Leonardo Da Vinci e non mi ero mai neanche soffermata sul paesaggio dietro il famoso ritratto. Una lettura molto interessante!

  10. Pur essendo da sempre una grandissima fan di Leonardo, anch’io mi ero persa la notizia della gemella della Gioconda (e a dire il vero mi pare migliore dell’originale). Interessante articolo, ricco di curiosità e dettagli.

  11. Certo che il fascino e il mistero giocondesco non conosce tempo né confini. Del quadro gemello sapevo ma non altrettanto di questa supposizione geografica. Tra l’altro sull’attribuzione ci sono fonti che anziché il Melzi da te citato dicano, o abbiano scritto, che la copia in realtà sarebbe dell’altro allievo, Salai. E i misteri continuano…

    1. Hai ragione, si parlava anche di Salai. Ma pare che siano.arrivati a Melzi per alcuni particolari.

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