Un viaggio nel passato al Villaggio Operaio di Crespi d’Adda, Patrimonio dell’UNESCO.

Metti una domenica mattina di sole, a metà settembre, di voler fare un tuffo nel passato e passeggiare in un antico villaggio operaio bergamasco dell’Ottocento, lungo il fiume Adda, nell’Isola Bergamasca. Ecco, basta andare a Crespi d’Adda, patrimonio mondiale dell’UNESCO e il gioco è fatto: grazie alle visite guidate organizzate ogni prima e terza domenica del mese si può vivere un vero e proprio viaggio nel tempo e riportare le lancette dell’orologio al 1890 nel pieno della rivoluzione industriale.


Crespi d’Adda è un gioiello di archeologia industriale, a pochi passi da Milano e Bergamo, voluto da un imprenditore tessile illuminato di Busto Arsizio, Cristoforo Crespi, che in pieno fermento industriale aveva deciso di costruire la propria impresa e la propria città ideale sfruttando le caratteristiche di un luogo pieno di energia e la proverbiale operosità dei bergamaschi.


Nel 1876 Crespi decise infatti di acquistare un lotto di terreno e di impiantare la propria impresa tessile lungo le sponde dell’Adda. Chiamò i migliori architetti dell’epoca da Milano e Bergamo, commissionò loro il progetto, e in poco meno di un paio d’anni i lavori per la costruzione di quello che sarebbe stato il primo nucleo del villaggio cominciarono. Nel giro di cinquant’anni quel lotto di 80 ettari, in un lembo di terra compresa tra l’Adda e il Brembo che oggi chiamiamo Isola Bergamasca, divenne un paese operaio con tanto di case, fabbrica e servizi sul modello di quelli inglesi. Un unico cosmo sociale e imprenditoriale, che deve la sua fortuna anche alla particolare struttura del paesaggio, isolato dal resto del mondo; la stessa struttura che è rimasta così fino ad oggi.


I lavori cominciarono nel 1878 e la costruzione del paese fu cronologica. I primi edifici edificati furono la fabbrica (reparto di filatura, poi di tessitura e in ultimo di tintoria) e la centrale a turbina per alimentarla, la chiesa e i tre Palazzotti più grandi dove vissero i primi operai arrivati da Busto Arsizio portati da Crespi per iniziare l’attività. Poi fu la volta delle case del Medico e del Curato in posizione più elevata, per prendersi cura dei corpi e delle anime degli abitanti dell’antico nucleo. Della Chiesa del Nome di Maria, di ispirazione neorinascimentale, esatta riproduzione del santuario di Busto Arsizio (città natale del fondatore) e di fronte la villa padronale, costruita in stile neomedievale.  Poi arrivarono villette per gli operai (piccole unità bi o tri-familiari con giardino e orto che gli abitanti avevano l’obbligo di curare se volevano avere la casa), quelle dei capireparto e quelle più sontuose per i dirigenti. In mezzo i servizi: la mensa, la scuola, il negozio degli alimentari, i bagni pubblici, il dopolavoro con il gioco delle bocce, il lavatoio con l’acqua calda.

 


Tutto era ordinato (a ovest la fabbrica, a est le abitazioni e al centro i servizi) e tutto doveva servire per rendere accogliente e autosufficiente il paese e i suoi abitanti, dal giorno in cui mettevano piede a Crespi al giorno in cui se ne andavano. E proprio per la dipartita fu realizzato in fondo al paese, verso il bosco, il cimitero visitabile ancora oggi, che ricalca la suddivisione sociale di tutto il paese, con le lapidi più spoglie degli operai, quelle più decorate degli impiegati e via via a crescere, fino al mausoleo ancora oggi della famiglia Crespi caratterizzato da due braccia che accolgono simbolicamente il luogo e tutto il paese. Cimitero fu costruito e progettato da Gaetano Moretti architetto del tempo che aveva partecipato alla realizzazione del villaggio.

Le fortune di questo luogo dipesero in tutto e per tutto da quelle del complesso industriale. La vita degli operai è legata a doppio filo con quella dell’imprenditore. Tutto quello che si vede fu costruito nell’arco di 50 anni dai fondatori (che però dovettero venderlo nel 1929 a causa della crisi che li mandò al collasso).

Passeggiando tra le villette operaie a pavillon si possono ancora comprendere i criteri che guidarono la progettazione del villaggio: pulizia, ordine e gusto estetico. Accanto alle abitazioni sono presenti i servizi per gli abitanti, mentre la fabbrica, con la sua notevole estensione e le sue alte ciminiere, rappresenta ancora oggi il fulcro di tutto il villaggio e stabilisce il primato del lavoro operaio su ogni cosa.

Quando divenne Patrimonio Mondiale dell’Umanità, nel 1995 la fabbrica era addirittura ancora attiva e nulla di rilevante fu aggiunto o eliminato da allora, tanto da essere il villaggio operaio meglio conservato in Italia. Secondo i principi dell’UNESCO, Crespi d’Adda rappresenta un esempio di rilevante Villaggio Operaio tipico della fine del 1800 e inizi del 1900, luoghi sorti nelle vicinanze delle fabbriche, testimoni della rivoluzione industriale e di un nuovo concetto di vivere e di lavorare.

La fabbrica chiuse definitivamente nel 2003, in seguito a una profondissima crisi: il 20 dicembre alle 16.52, orario ancora visibile sull’orologio all’ingresso principale della fabbrica: le campane del paese suonarono a lutto e tutti uscirono per l’ultima volta dai magazzini del cotonificio. Dieci anni dopo fu acquistato da Percassi, imprenditore bergamasco che ha deciso di trasformare i vecchi edifici nel proprio quartier generale.


Il villaggio Crespi sarà ricordato sempre per il villaggio dei record.

Docce calde per tutti, nei bagni pubblici, dove gli abitanti del paese potevano recarsi a turni per lavarsi: il giovedì era dedicato ai bambini che quella mattina non andavano a scuola, ricevevano un gettone e il giorno dopo la maestra controllava se si erano lavati o meno.

 

I lavatoi erano un altro dei servizi unici in paese: l’acqua calda a disposizione delle donne, sia in estate che in inverno, che si ritrovavano in questo luogo coperte da una tettoia senza dover andare a fare il bucato al fiume.

Un altro record fu la linea telefonica che collegava la fabbrica con Milano, città dove risiedeva la famiglia Crespi nei mesi invernali.

Ma non solo: anche l’energia elettrica che alimentava tutto il paese e lo illuminava fu un record unico per quel tempo. Grazie alla centrale idroelettrica costruita dall’altra parte del fiume, tutta la fabbrica e i servizi del paese ne usufruirono.


Aggirarsi per le vie di questo villaggio è un’esperienza straordinaria. Le case un tempo dei dipendenti della fabbrica, dalla più squadrata degli operai, a quelle straordinariamente decorate dei dirigenti, oggi sono tutte considerate ville di pregio storico e vengono tenute in gran cura.

Gli edifici erano caratterizzati da decorazioni in cotto lombardo. Sul muro esterno della fabbrica era ripetuto il simbolo della città ideale di Milano (Sforzinda), la nota stella a otto punte. La stessa decorazione si trova sulla cancellata dell’ingresso d’onore della fabbrica, realizzata dall’artista Mazzuccotelli, lo stesso che aveva realizzato i lampadari e le decorazioni in ferro battuto del Casinò di San Pellegrino.

Per maggiori informazioni sulle visite guidate o sui Crespi Days (a settembre, con tre giornate di eventi e apertura straordinaria di fabbrica e centrale idroelettrica) contattare contattare il sito ufficiale del Villaggio Crespi.

 

4 Comments

  1. Tu non lo sai, ma qualche giorno fa ho proprio cercato informazioni su questo paese perché mi attira tantissimo. Spero presto di poterlo visitare😍😍😍

    1. Alessandra, quando pensavi di andare? Potrebbe esserci un evento per instagrammers e blogger che consentirebbe di fare la visita guidata e entrare in posti altrimenti inaccessibili al pubblico. Se vuoi ti avviso…

Rispondi