10 bergamaschi ispiranti del passato

Famolo strano (coi personaggi famosi) | Curiosità: 10 bergamaschi ispiranti del passato che ti insegnano ogni giorno qualcosa

10 bergamaschi ispiranti del passato. Comincio subito con il dire che questo articolo è un divertissement. Non ha nessuna pretesa o ambizione di diventare un articolo che vi farà venire voglia di visitare Bergamo se non l’avete ancora fatto. Ma spero vi faccia venire voglia di saperne di più su questi straordinari personaggi che hanno vissuto a Bergamo (molti ci sono nati e qualcuno ci è arrivato da grande, come me) e che in qualche modo l’hanno resa celebre nel mondo o semplicemente più bella. Perché a modo loro possono insegnarci molte cose.

Seguitemi e scoprirete perché.


Bartolomeo Colleoni, per imparare risolvere i contenziosi col piglio deciso

Per che cos’era famoso Bartolomeo Colleoni? O meglio, che cosa ci ha lasciato per dimostrare la sua forza e la sua potenza? Dai che lo sapete! Uno stemma parlante che avrebbe dovuto incutere timore e rispetto: lo stemma con i tre cogl….i!

Leggete: Al grido di Coglia andiamo a toccare i c…, lo stemma del Colleoni

Nel 1400 essere un capitano di ventura al soldo di principi e regnanti non bastava: bisognava dimostrare di essere i più temuti. Così Bartolomeo Colleoni aveva pensato bene di ricordarlo a tutti con uno stemma che mostrasse a tutti la sua forza.

Oggi questo stemma è certamente diventata un’attrazione curiosa che porta bergamaschi e turisti a fare la classica “toccatina” portafortuna. Chissà se tra una decina d’anni la vieteranno (la toccatina) perché è un gesto che strizza l’occhio alle molestie sessuali. Chissà…

Ma fintanto che qualche revisionista non bollerà questo stemma come machista e la pratica di andarlo a strofinare una molestia sessuale, accontentiamoci di mostrare l’attitude del Colleoni durante le assemblee condominiali, quando qualcuno tenterà di fare il prepotente e di far valere le proprie ragioni senza curarsi delle nostre: tiriamo fuori i tre cogl…i del Colleoni!

Un piccolo aneddoto: quando ero giovane e scrivevo per un noto giornale dell’area salute, mi capitava di pubblicare diversi articoli all’interno di uno stesso numero della rivista. Così mi era stato chiesto di firmare con nomi diversi . Uno di questo era Maria Cristina Colleoni e lo utilizzavo soprattutto quando dovevo scrivere articoli dedicati alle malattie ehm… degli attributi maschili! Si, quegli attributi. 😉 Indovinate perchè. 


Mary Montagou, per convincere i no-vax che i vaccini fanno bene

lady Mary Montagu

Lady Mary Wortley Montagu (1689-1762) è stata una delle figure femminili più rappresentative del Settecento inglese ed europeo. E’ stata una scrittrice, poetessa e aristocratica inglese e visse molti anni a Lovere, sulle sponde del lago d’Iseo.
La voglio ricordare perchè fu lei a introdurre la prima immunizzazione dal vaiolo in occidente.  Lady Mary Wortley Montagu, fu la nobildonna inglese appassionata di scienza e medicina, cui va il merito di aver dimostrato la sicurezza della pratica (testata sui propri figli) per poi promuoverla in Inghilterra e nell’Europa occidentale. Fu grazie a lei che in Inghilterra si diffuse la “variolizzazione”, ovvero una rudimentale ma efficace tecnica di profilassi contro il vaiolo.

Nel 1713 il fratello di lady Mary, William, era morto di vaiolo a soli vent’anni.
Al dolore per la perdita si aggiunse la preoccupazione per la propria salute: nel 1715 anche lady Mary contrasse il morbo, che portava in sé una doppia minaccia: oltre alla morte, il rischio di rimanere cieca o sfigurata. La giovane sopravvive, ma porterà a vita le profonde cicatrici lasciate dalla malattia. La sfiducia e le critiche nei confronti di dottori e studiosi s’inasprirà negli anni successivi, quando lei stessa sfiderà la comunità scientifica importando la pratica della variolizzazione dall’Oriente.

Nella primavera 1721 in Inghilterra scoppiava una violenta epidemia di vaiolo. Lady Mary era tornata in patria ormai da tre anni e decise di esporsi in prima persona per promuovere l’innesto sperimentato in Oriente. L’esperienza fu la prova migliore: la donna scelse di ripetere la variolizzazione sulla figlia minore, nata durante il soggiorno ottomano. Ancora una volta si affidò al dottor Maitland, assistito da altri due medici in qualità di testimoni oculari. Si trattò del primo caso scientificamente documentato: il successo dell’operazione innescò un passaparola inarrestabile, complici la stampa e i salotti dell’epoca.

Nonostante i buoni risultati, i primi decessi – dovuti con ogni probabilità alle modalità operative – divisero l’opinione pubblica. La “pericolosa pratica” fu ritenuta “immorale” da alcuni uomini di chiesa e poco sicura da una parte della comunità scientifica dell’epoca, incerta sul potere immunitario della variolizzazione e timorosa che questa potesse al contrario favorire la diffusione del male.
Vi fa venire in mente qualcosa di attuale?
Con il passare del tempo il dibattito si placò e i pazienti aumentarono: tra il 1721 e il 1728 vennero sottoposte alla variolizzazione 897 persone di cui solo 17 non superano l’innesto, probabilmente a causa dell’operazione in sé. L’efficacia venne comprovata dai numeri: nello stesso periodo, il vaiolo causò circa il 9 per cento delle morti complessive registrate in Inghilterra. La figura di lady Montagu venne riconosciuta anche oltre i confini della sua patria, in particolare dagli illuministi francesi, che – citando Voltaire – videro in lei “una delle donne d’Inghilterra che possiede più spirito e forza d’animo”.
Se non ci fosse stata lei, Edoardo Jenner non ne avrebbe raccolto l’eredità e non avrebbe sviluppato il vaccino moderno. Una donna da cui prendere esempio, non trovate?

Per approfondire, leggete anche: A Lovere scopri la Promenade Lady Mary Wortley Montagu e la storia della scrittrice che portò il vaccino contro il vaiolo in Europa


Giacomo Carrara, per imparare a scegliere i quadri giusti su cui investire

Amate i quadri e pensate che possano essere un investimento interessante? Avete un piccolo gruzzoletto ma non sapete che quadri acquistare per farli diventare un vero investimento? Forse avete bisogno di qualcuno che vi consigli e non sarebbe male potersi far consigliare da uno dei collezionisti italiani più importanti del Nord Italia: il bergamasco Giacomo Carrara (Bergamo, 9 giugno 1714 – 20 aprile 1796). Certo, dovreste fare un salto nel tempo fino alla metà del 1700 per riuscire a garantirvi una consulenza di tutto rispetto, ma studiare la sua attività, forse, può aiutarvi a capire qualcosa di più del collezionismo d’arte.

Il conte Giacomo Carrara nacque a Bergamo nel 1716. Studiò in un collegio della città gestito da religiosi, dove poté cominciare a dedicarsi allo studio dell’arte. Approfondì le proprie conoscenze e, grazie al notevole patrimonio familiare ereditato dal padre, cominciò ad acquistare quadri, sculture ed altri oggetti d’arte, tanto da diventare in poco tempo il più famoso collezionista della bergamasca e un uomo ancora più ricco.

Riuscì ad accumulare un patrimonio artistico talmente ingente che ben presto si trovò nella condizione di non avere più spazio all’interno delle sue case di Bergamo. Fu così che decise di costruire un edificio neoclassico, ai piedi di Città Alta, dove creare una Pinacoteca e una Scuola d’Arte, al fine di poter insegnare l’arte ai giovani talenti della zona.

Alla sua morte, avvenuta il 20 aprile 1796, anche a causa del fatto che non aveva eredi (il suo unico figlio era morto in tenera età), il suo ingente patrimonio artistico ed economico venne affidato per sua volontà ad una fondazione che ne garantisse il futuro. Questa fondazione, che avrebbe dato luogo all’attuale Accademia Carrara e di cui facevano parte, tra gli altri, la vedova di Giacomo, Marianna Passi, e Don Girolamo Adelasio, continuò, con acquisizioni e lasciti, a gestire sia il grande patrimonio artistico che la scuola d’arte, dalla quale uscirono le numerose personalità che diedero lustro sia alla scuola stessa che alla città di Bergamo.

Per approfondire: Viaggi d’Acqua all’Accademia Carrara: tuffarsi nell’arte con la realtà aumentata


Paolina Secco Suardo, per imparare a organizzare feste davvero WOW

Paolina Secco Suardo Grismondi

Paolina Secco Suardo (Bergamo 1746 – m. 1801). Amata e celebrata in vita dai nomi più illustri della cultura del tempo, poi screditata, liquidata come letterata frivola e vanesia, accusata di plagio e praticamente scivolata nell’oblio, probabilmente anche per la difficoltà di reperire materiale sulla sua attività, la contessa bergamasca Paolina Secco Suardo Grismondi, nota anche come Lesbia Cidonia, fu in realtà donna colta, brillante, gentile e di bell’aspetto, dagli ampi orizzonti culturali ed aperta alle istanze illuministiche che, dalla Francia, arrivavano ai salotti letterari dell’epoca, per molti aspetti, espressione e simbolo della vita culturale della sua città.

Figlia di Caterina dei marchesi Terzi, scrittrice di elegante versificazione, Paolina nacque nel 1746 a Bergamo, città verso la quale provò sempre una certa insofferenza, trovandola monotona e ristretta, tanto che in gioventù la definì  mon oisif pays  (il mio monotono paese).

Educata in casa, fu avviata agli studi dal padre Bartolomeo che la incoraggiò anche a comporre versi, imparò il latino, l’inglese e il francese. A 18 anni, con matrimonio combinato, sposò il conte Grismondi dal quale ebbe un figlio, morto di salute cagionevole a soli due anni e mezzo, e si trasferì a Verona, dove strinse amicizia con vari letterati, tra cui il Pindemonte.

Nel 1779 fu iscritta alla famosa accademia romana dell’Arcadia col nome di Lesbia Cidonia, proposto da Ippolito Pindemonte, e fece anche parte dell’Accademia degli Affidati. Le personalità più illustri fecero a gara nel mostrare l’ammirazione e l’apprezzamento che nutrivano nei suoi confronti, così come le altre Accademie rivaleggiarono per vantare la poetessa fra le proprie fila.

Paolina Secco Suardo: i suoi eventi si ricordano ancora oggi

Perché la ricordo in questo articolo per le sue feste? Perché animatrice del bel mondo settecentesco, aperta ai fermenti illuministici e allo spirito scientifico dell’epoca,  Paolina Secco Suardo fece del suo salotto letterario bergamasco un importante centro culturale e mondano e riuscì a conquistare la considerazione e la stima dei personaggi più autorevoli della cultura del tempo.

Sempre attenta e curiosa nei riguardi delle nuove mode, Paolina amava le novità e le grandi feste e si dilettò persino ad organizzare il volo di un innovativo pallone-mongolfiera fra la sua villa e quella in cui risiedeva la madre a Trescore. Tale meraviglioso esperimento-spettacolo venne assai apprezzato e decantato ed è arrivato fino a noi.

La mongolfiera, se ci pensate, era davvero un mezzo di trasporto del cielo incredibile per quel tempo e, a dirla tutta, anche poetico. Per comprendere quanto la contessa fosse all’avanguardia, pensate che il primo volo di “mongolfiera” si era svolto a Parigi solamente un anno prima e se non ci fosse stata lei, probabilmente avremmo dovuto aspettare molti anni prima che qualcuno decidesse di fare questa esperienza a Bergamo!

Se siete curiosi, leggete la mia esperienza sulla mongolfiera ancorata alla Fara a Bergamo: Città Alta: sulla mongolfiera ancorata alla Fara per ammirare la chiesa di Sant’Agostino e la Rocca dall’alto.

Giuseppe Terzi, per scoprire l’importanza dell’arte e della resilienza

Giuseppe Terzi  (1790-1819) era uno dei giovani della famiglia dei Marchesi Terzi di Bergamo Alta. La sua storia è senza dubbio un esempio di resilienza e la dimostrazione che la frase “L’arte ci salverà” non è da sottovalutare.

Tutto cominciò quando Napoleone Bonaparte chiamò i suoi eserciti dalla giovane stirpe d’Italia e Giuseppe Terzi e suo fratello Pietro (1780-1812) furono assegnati alla guardia d’onore del Console. Giuseppe prestò servizio come ufficiale durante la campagna di Russia , dove subì un tragico destino che inaugurò la caduta del conquistatore: 40.000 italiani morirono sui campi di battaglia dell’impero zarista e un numero cospicuo vennero fatti prigionieri.

Terzi, malato ed esausto, viene fatto prigioniero e dapprima trattenuto a Vilnius , agli arresti domiciliari presso la famiglia aristocratica Zenkovič, dove riceve dai monaci le cure mediche necessarie, che gli permettono di riprendere le forze. Se vi chiedete come mai non finì nei campi dei prigionieri con il resto della truppa, la risposta è presto data: alcuni prigionieri valevano certamente di più e dovevano essere restituiti in buona salute per ricevere un lauto riscatto dalle famiglie d’origine.

Trasferito a San Pietroburgo grazie all’intervento dell’architetto Giacomo Quarenghi, non gli fu tuttavia permesso di inviare messaggi ai suoi parenti né di ricevere lettere a casa sua. Durante questa prigionia, per non abbattersi e per far passare il tempo, Terzi riprende la passione per la pittura, praticata in gioventù. Realizzando diversi ritratti, la sua reputazione di artista raggiunge la principessa Elisaveta Mikhaïlovna Galitsina, che gli chiede di dipingere il suo ritratto.

Il dipinto piacque così tanto che il prigioniero di guerra vinse il libero accesso al salone della principessa. Dobbiamo dire che in quel periodo la cultura italiana era particolarmente apprezzata in Russia, nonostante la guerra: Giacomo Quarenghi era un’archistar ante-litteram e garantiva per tutti i suoi connazionali. La sua buona educazione del giovane Terzi, il suo talento e la sua stessa arte lo avvicinarono alla giovane principessa e, in seguito alla pace tra Russia e Francia nel 1814, Giuseppe Terzi riacquistò la libertà e potè chiederla in sposa.

La Russia fu per Terzi una grande prova di vita: perse un fratello, vide la morte in faccia, si affidò all’arte e alla sua buona educazione per sopravvivere e non lasciarsi fiaccare dalla lontananza e dalla guerra e trovò l’amore. Tornato in patria divenne anche primo presidente dell’Ateneo di Arti e Lettere di Bergamo. Nonostante la morte prematura a meno di 30 anni, Giuseppe è un bellissimo esempio di resilienza: dato per spacciato durante la sua prigionia con l’arte si è riscattato e “liberato”.

Se amate i palazzi ecco la dimora storica di Città Alta della Famiglia Terzi che vi consiglio di visitare: Prendere un tè a Palazzo Terzi, splendida dimora storica in stile barocco.


Elisaveta Galitzina Terzi, per dimostrare a tutti l’importanza delle lingue straniere

Eccoci arrivati ad un personaggio bergamasco che bergamasco lo è diventato per amore, sposando uno dei rampolli dei Marchesi Terzi, Giuseppe di cui vi ho parlato sopra: Elisaveta Galitsina Terzi (1790-1861).

Elisaveta Galitsina era la figlia del principe Mikhail Galitzin (fratello del generale Boris Andreevich Golitsyn) e Praskovia Shuvalova  (figlia del conte Andrei Petrovich Shuvalov ). Era anche la sorella dei generali Andrei Mikhailovich Golitsyn  e Mikhail Mikhailovich Golitsyn. La Galitzina era una vera principessa russa che si innamorò di Giuseppe Terzi, prigioniero di guerra durante la Campagna di Russia napoleonica.

Quando si sposò e scelse di vivere con il marito nella città orobica, Elisaveta si presentò a Bergamo con un seguito di 40 bauli tra dote e abiti e con un pope ortodosso per le funzioni (lei era di religione ortodossa e non si convertì mai al cattolicesimo). Palazzo Terzi con il suo arrivo divenne così un punto di riferimento per i Russi che transitavano da Bergamo per motivi diversi (affari o piacere): “un piccolo angolo di Russia”, venne definito il palazzo.

Fu un matrimonio d’amore certamente, ma anche sfortunato perché Giuseppe morì giovane e lasciò moglie e due figli nella dimora bergamasca in Città Alta in compagnia della suocera. Non sappiamo moltissimo della Galiztzina se non che educò i suoi figli insegnando loro le lingue straniere poiché lei stessa ne parlava diverse: russo (la sua lingua madre), francese, italiano, latino e, probabilmente… anche il bergamasco!

Al di là degli scherzi, grazie all’educazione ricevuta e alla conoscenza delle lingue straniere (ed in particolare del russo), una delle sue figlie, Mimì Oldofredi Tadini fu determinante nell’aiutare il conte Cavour a tessere le sue reti diplomatiche con i russi.

Se volete saperne di più, leggete: Mimì Oldofredi Tadini, la nobile bergamasca che fu tra le antesignane delle crocerossine. E non solo.

 

Gaetano Donizetti, per imparare a comporre la colonna sonora della vita

Gaetano Donizetti (Bergamo 1793 – 1848). Quante volte guardando un film vi siete detti che sarebbe magnifico avere una colonna sonora della vita che segna tutti i momenti clou dell’esistenza di ognuno. Una musica per il primo amore, una canzone per il primo figlio, un’operetta intera per il nuovo lavoro. Oppure una musica di quelle da thriller ogni volta che cercate qualcosa che non trovate. O una musichetta horror quando va via la luce e il cellulare è troppo lontano per accendere la torcia. Lo so, lo so: sono arrivata fin qui e non vi ho ancora detto nulla del perché ho coinvolto Gaetano Donizetti in questo articolo della serie “Famolo Strano”, quando ne avevo dedicato già un altro proprio a lui.

(Eccolo: Famolo strano (a tavola con Donizetti) | Torte, pizze, drink, birre, vini e formaggi dedicati al compositore bergamasco).

Donizetti lo conoscono tutti: è il musicista bergamasco più conosciuto al monto, tanto che qualcuno ha proposto di far diventare Bergamo Città della Musica (oltre che Città dei Mille) e avrebbe ragione. Bergamo e Città Alta sono pieni di riferimenti e luoghi legati alla vita di questo straordinario musicista: c’è un Museo, la sua Casa Natale, un teatro a lui dedicato, un conservatorio di musica, una targa che indica dov’è morto, una via con il suo nome. C’è persino una torta che porta il suo nome!

Gaetano Donizetti, la colonna sonora di Bergamo e della vita di tutti noi

Senza dimenticare tutte le opere meravigliose che ci ha lasciato. Alcune andate in scena addirittura a 150 anni di distanza dalla sua morte. C’e persino una delle canzoni napoletane più celebri nel mondo che si intreccia con la sua vita: Te voglio bene assaje: un mistero e il silenzio di Gaetano Donizetti.

Insomma, Gaetano Donizetti è la colonna sonora di Bergamo e certamente sarebbe perfetto per raccontare in musica anche la vita di ognuno di noi, non trovate?


Antonio Locatelli per farsi passare la paura di volare

Antonio Locatelli nasce il 19 aprile 1895 a Bergamo da Samuele e Anna Gelfi in una modesta famiglia. Nel 1913 prende il diploma di “capotecnico” (perito industriale) all’Istituto industriale “P. Paleocapa” di Bergamo e inizia subito a lavorare all’Ansaldo di Cornigliano Ligure, dove in breve tempo diventa “direttore dei controlli e sorvegliante dei reparti di fucinatura”.

Chiamato alle armi nel gennaio 1915 (quattro mesi prima dell’entrata in guerra), viene assegnato al battaglione “Aviatori” nell’arma del genio militare, con sede al campo-scuola della Malpensa, dove ottiene il brevetto di pilota. Durante la guerra viene promosso caporale e poi nel febbraio 1916 sergente, sottotenente del genio dal 2 marzo 1916 e tenente dal 2 dicembre dello stesso anno.

Locatelli diviene in poco tempo un pilota tra i più esperti dellìesercito: compie in tutto 523 voli di guerra tra voli di ricognizione e di bombardamento, incluse le ricognizioni in solitaria sui cantieri Zeppelin di Friedrichshafen e su Zagabria.  Il 9 agosto del 1918 partecipa al volo su Vienna assieme al velivolo di Gabriele D’Annunzio. In quell’occasione scatta le fotografie che ritraggono la città di Vienna dall’alto invasa dai manifestini con i proclami di D’Annunzio ai viennesi.

Al termine della guerra, nel 1919, Locatelli fece parte di una missione aeronautica inviata in Sudamerica per promuovere l’industria aerea italiana. Qui, benché si fosse nel pieno dell’inverno australe, decise di tentare la traversata aerea della Cordigliera delle Ande, impresa mai realizzata. Fu in questo periodo che cominciò la sua carriera di esploratore muovendosi nei cieli del mondo.

Con un aereo monoposto SVA decollò una prima volta il 27 luglio alla volta del Cile, ma nonostante si fosse portato ad oltre 6000 m di quota, le condizioni climatiche lo costrinsero a rientrare a Mendoza. Ritentò l’impresa tre giorni dopo e questa volta, a onta delle avversità atmosferiche, riuscì a superare la barriera montuosa, raggiungendo Valparaíso. Il 5 agosto 1919 fece ritorno, superando ancora una volta le Ande e atterrò all’aeroporto El Palomar di Buenos Aires, dopo sette ore e mezzo di volo. Entrambi i voli furono celebrati dall’opinione pubblica sudamericana e Locatelli  venne nominato “pilota militare” argentino.

Nel 1924, col Tenente Crosio, a bordo di un idrovolante Dornier Wal tentò di aprire la rotta commerciale aerea dell’Atlantico del Nord, ma dopo aver toccato la Scozia e l’Islanda dovette ammarare in pieno oceano al largo di Capo Farewell (Groenlandia) dove venne recuperato quattro giorni dopo dall’ incrociatore americano Richmond.  Fotografo di qualità e abile disegnatore, collabora negli anni seguenti con la “Rivista di Bergamo” (diventandone direttore dal 1929) e con il “Corriere della sera” in veste di redattore, proseguendo contemporaneamente le sue attività di alpinista, quale presidente del CAI di Bergamo, e di pilota civile.

La sua maestria nell’arte del volo (allora i biplani non erano assistiti dall’elettronica), gli fu riconosciuta dai comandi nazionali, alleati e nemici e viene da chiedersi perché non intitolarono a lui l’aeroporto bergamasco di Orio al Serio, triplice medaglia d’oro per meriti di volo. L’aeroporto, tra l’altro sarebbe stato anche il posto più idoneo per esporre il velivolo “A1” da lui donato ai bergamaschi e finito, sebbene provvisoriamente (da diversi anni, ormai), al museo del falegname di Almenno.

Leggete anche: Sorvolare il Lago d’Iseo con un aereo ultraleggero di SportAction

Enrico Rastelli, per imparare a ottenere favolosi contratti

Parlando di Enrico Rastelli avrei potuto dire che questo personaggio bergamasco è ispirante per l’eccellenza nella giocoleria visto che è senz’altro il giocoliere più bravo e famoso di tutti i tempi. Anzi, possiamo certamente dire che la giocoleria moderna l’ha inventata lui. Ma non è per questo che oggi lo voglio ricordare. Lo voglio ricordare perché la sua bravura lo portò a firmare contratti pazzeschi.

L’eccellenza di Rastelli infatti era tale da potergli permettere di inserire nei contratti qualsiasi clausola lui volesse, riuscendo ad ottenere compensi aggiuntivi, la posizione che desiderava in scaletta e, addirittura, il teatro disponibile per le prove a qualsiasi ora lui lo desiderasse. Anche per la stampa, che mai prima di allora si era interessata così tanto ad un giocoliere, era diventato una vera e propria celebrità, tanto che i giornalisti non solo scrivevano numerosi articoli sui suoi spettacoli e sulle sue incredibili abilità, ma addirittura iniziarono a volerlo immortalare in ogni posa immaginabile, arrivando a seguirlo persino nei luoghi dove alloggiava durante le tournée.

Rastelli, per tutta la durata della sua carriera, riuscì anche a guadagnare e mantenere la stima e l’ammirazione da parte di tutti gli altri giocolieri, che oltre a rimanere sbalorditi davanti alle sue capacità, raccontavano anche di come il giocoliere fosse sempre pronto a dispensare consigli ai suoi colleghi, arrivando addirittura a regalare attrezzi di scena che lui non utilizzava più.

La sua incredibile maestria derivava soprattutto dagli estenuanti allenamenti che praticava ogni giorno, anche a discapito delle sue condizioni fisiche, che spesso ne risentivano.  Rastelli giocolava con eleganzavelocità e perfetta simmetria, al contrario della maggior parte dei giocolieri del suo tempo, che nelle loro esibizioni erano invece lenti e macchinosi. Un altro suo punto di forza era l’equilibrio; durante i suoi numeri si esibiva spesso con bastoni e palle, che teneva in equilibrio in qualsiasi maniera possibile, con tecniche inimmaginabili.

Angelo Roncalli, per imparare la pazienza e la gentilezza

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Nato a Sotto il Monte, figlio di Giovanni Battista Roncalli e Mariana Mazzola, cresciuto in una famiglia  di mezzadri e contadini, Angelo Roncalli (futuro papa Giovanni XXIII) cominciò la sua prima formazione scolastica nel prestigioso Collegio Celana di Caprino Bergamasco e riuscì a completare i propri studi vincendo una borsa di studio presso il Seminario dell’Apollinare di Roma.  Venne poi ordinato prete nella chiesa di Santa Maria in Monte Santo, in Piazza del Popolo, nel 1904. In seguito, ricevette vari incarichi in ambito diplomatico proprio grazie alla sua affabilità, eloquenza e apertura al dialogo.

Dopo la morte di papa Pio XII, Roncalli, fu eletto Papa il 28 ottobre 1958. Sono diversi gli episodi che contraddistinsero il suo pontificato e che sono rimasti impressi nella memoria popolare. Famose sono le testimonianze delle visite del pontefice presso i bambini malati dell’ospedale Bambin Gesù di Roma e quelle ai carcerati della prigione romana di Regina Coeli.

A dispetto delle proposte e iniziative dei propri consiglieri, che gli intimavano di pazientare e non esporsi eccessivamente, Papa Giovanni decise di indire un concilio il 25 gennaio 1959. Il Concilio Vaticano II raccolse cardinali, patriarchi e vescovi cattolici provenienti da tutto il mondo; la sua figura viene oggi considerata una delle principali tappe evolutive della chiesa cattolica verso la modernità. Chiamato teneramente da molti il «Papa buono» per merito della sua indole tranquilla, Giovanni XXIII muore il 3 giugno 1963. Viene successivamente dichiarato beato da papa Giovanni Paolo II il 3 settembre dell’anno 2000 e proclamato santo da Papa Francesco il 27 aprile 2014 .

Leggete anche: Il Collegio Celana di Caprino Bergamasco: da scuola di patrioti, futuri papi, spie e calciatori a set di un reality

 

Note: le immagini sono tutte di repertorio e sono state recuperate in rete. 

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