A Selvino alla scoperta di Sciesopoli: il luogo da cui passarono 800 bambini diretti verso la Terra Promessa

A Selvino, su un altopiano a pochi chilometri da Bergamo, c’è un grande edificio razionalista con una storia unica: Sciesopoli, una colonia montana voluta dal Duce per le vacanze dei suoi Balilla e delle Giovani Italiane. Era un luogo organizzato e all’avanguardia, con tanto di campo sportivo, piscina coperta e tutti i servizi adatti ad ospitare dei giovani e farne dei perfetti militari e militanti fascisti. Fu inaugurata nel 1933 e fino alla fine del 1944 ospitò i ragazzini figli della borghesia del Nord Italia così come voleva la propaganda del regime. Poi però, nel 1945, sono arrivati altri bambini: quelli che avevano vissuto l’orrore della guerra nel modo peggiore. Soli, senza più famiglia, con un numero tatuato sul braccio. Erano i bambini ebrei sopravvissuti alla Shoà. Bambini che qui trovarono un tetto, calore umano, una speranza e il futuro nella Terra Promessa.

Siamo a metà tra la Val Brembana e la Val Seriana. A Selvino si respira l’aria fresca delle prealpi Bergamasche. Eppure davanti a questo edificio mi sono sciolta. Mentre lo fotografavo e ripensavo alla sua storia non ho potuto fare a meno di commuovermi. Quella che sto per raccontarvi è la storia della Sciesopoli Ebraica.

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Ph Stefano Grigis

Avvertenze per la lettura di questo articolo

Prima di cominciare a leggere vi anticipo che quella che sto per raccontarvi è solo una parte della storia di questo edificio: è la storia di Sciesopoli Ebraica e dei Bambini di Selvino sopravvissuti alla Shoà. Una storia che va dal 1945 al 1948. Questo edificio c’era prima e ha continuato ad esistere per alcuni anni dopo il 48, ospitando bambini ma con storie diverse. Come tutti gli edifici le storie sono stratificate e dovrebbero avere tutte uguale importanza, ma la storia di Sciesopoli Ebraica è una storia unica.

Le foto che troverete a corredo dello scritto, ad eccezione di quelle che segnalo, non sono  mie, ma sono un dono che mi è stato fatto e che io faccio a voi. Non vi dirò di chi sono: sono state scattate durante un’esplorazione urbana, una visita di quelle non autorizzate. Ma mi preme di dirvi che qui non ci troviamo di fronte alla scorribanda di un vandalo, queste sono le foto di un poeta che ha voluto raccontare con i suoi scatti un luogo abbandonato che un tempo era certamente pieno di vita. Non fermatevi dunque solo all’immagine di questo luogo abbandonato (tra l’altro  sono iniziati i lavori per la messa in sicurezza), ma andate oltre e immaginatevi 75 anni fa come doveva essere questo luogo: con le voci dei bambini, i canti, la musica, il rumore dei piatti in mensa, o dei palloni tirati nel campetto di calcio…

L’origine del nome Sciesopoli

Il nome è strano: sembra qualcosa a metà tra una chiesa, una setta (io avevo associato questo termine a qualcosa tipo Scientology), un gioco da tavolo o una città inventata. Invece no.

Il nome deriva in parte dal termine “Tendopoli”, con cui gli squadristi fascisti chiamavano i loro campeggi durante l’estate, e in parte da un eroe risorgimentale, Amatore Sciesa. L’idea era venuta a Emilio Tonoli, studente del Politecnico appartenente al Gruppo rionale fascista “Sciesa”, nato nel 1921 nel cuore della Milano più ricca e aristocratica. Morì durante un assalto contro il giornale socialista dell’«Avanti!» il 4 agosto 1922, e a lui fu dedicato questo luogo.

Amatore Sciesa invece era un martire risorgimentale. Fu quello che agli Austriaci che tentavano inutilmente di estorcergli il nome di altri patrioti italiani, quando gli chiesero per l’ultima volta i nomi risposte “Tiremm’innanz” e andò dritto davanti al plotone di esecuzione.

Questo edificio, progettato nel ’28 per sostituire i campeggio dei Balilla e diventare una colonia estiva (la più bella d’Italia), funzionò tutto l’anno come tale  fino al 1945. Dopo la guerra l’edificio cambiò decisamente uso ma continuò ad essere Sciesopoli mantenendo questo legame storico con il Risorgimento perché qui cominciò la rinascita fisica e spirituale di centinaia di adolescenti.

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Un tempo questo luogo era all’avanguardia

Guardandolo così si fa fatica ad immaginarlo, ma questo edificio, oggi abbandonato, fu progettato dallo studio di architettura Vietti Violi, che realizzò un complesso all’avanguardia dotato di infermeria, palestra, piscina coperta, una lavanderia e addirittura un cinema. Per una coincidenza del destino, l’architetto Paolo Vietti Violi (1882-1965), specializzato in particolare in impianti sportivi, tra i quali l’Ippodromo di San Siro (1910-23) e il Palazzetto dello Sport (1922) era ebreo, come i bambini che furono accolti dopo la guerra.

Il complesso di Sciesopoli realizzato molto rapidamente grazie alle donazioni di 5000 lire ciascuna, offerte dai Soci Perpetui fra cui, primo nome dell’elenco, Benito Mussolini. Ancora oggi entrando si può vedere questo elenco. Non fu mai cancellato e forse è per questo che i bambini lo chiamavano il Castello di Mussolini.

23 donazioni dei donatori perpetui

Il maestoso e moderno complesso era formato da un edificio centrale, che svettava per la sua imponenza su tutta la vallata, e da padiglioni autonomi circondati da scalinate e sentieri nel verde parco. A lato dell’ingresso, sopra la lavanderia, c’era l’Infermeria, dove si trovava anche il Padiglione Isolamento, per scongiurare eventuali epidemie. Una possente cancellata a 4 battenti sostenuta da borchie che reggevano i pennoni delle bandiere, chiudeva il parco verde di 17mila metri quadrati e cortili e i giardini intorno.

Al suo interno ampi saloni, tra cui il Salone Verde, per le attività ricreative, un refettorio con tavolate provviste di lunghe panchine in legno, una piscina riscaldata, sala cinema, biblioteca, magazzini, guardaroba, sala medica, sala raggi, un piano adibito ad aule scolastiche, perfino un attico. I dormitori avevano le camerate da 60 letti in ferro dipinti di bianco dalla testiera arrotondata, a cui si aggiungeva un dormitorio più grande fornito addirittura di 90 letti.

L’edificio fu inaugurato l’11 giugno del 1933 come colonia montana per i Balilla, i figli della Lupa e le Piccole Italiane per rafforzare la loro educazione fascista e preparare i soldati del domani. Era “la colonia più bella d’Europa”, così diceva la propaganda fascista. Ma non vi voglio raccontare la storia di questo edificio al tempo del fascismo. Vi voglio raccontare quello che è successo dopo. Si, perchè per un’ironia del destino, il gioiello del regime fascista dal 1945 al 1948 divenne il rifugio delle sue vittime. Tra queste mura cominciò per 800 bambini e adolescenti l’Alià, la Risalita.

L’ingresso del Resto dei Sopravvissuti

Un giorno di settembre, il 22 del 1945, un gruppo composto da una quarantina di bambini e adolescenti varcò i cancelli di questo luogo, con l’aria spaurita e tante domande nella testa. Era sabato (shabbat) e forse questa coincidenza non fu casuale: era un giorno di festa.

Tecnicamente erano indicati con la sigla DP, displaced person, cioè profughi. La Brigata Ebraica li aveva raccolti in giro per l’Europa nei campi di sterminio, nei conventi dov’erano nascosti, o nelle foreste umide dove si erano rifugiati vagando senza meta. Li chiamavano Sherita pletan, il Resto dei Sopravvissuti. Sopravvissuti sì, ma quasi tutti orfani.

Il Comitato di Liberazione Nazionale e la comunità Ebraica avevano deciso che Sciesopoli sarebbe stato il posto adatto per accogliere i bambini ebrei scampati all’Olocausto. Bambini soli, bambini alla ricerca di genitori o fratelli superstiti, bambini in attesa del ricongiungimento con altri familiari: per tutti un affitto simbolico di un dollaro al mese.

Da Polonia, Ungheria e Paesi Baltici arrivarono in Italia 13-14.000 sopravvissuti alla Shoà. Nel 1947 erano già 30.000 distribuiti in vari campi. Bisognava aiutare queste persone non solo a rifarsi una vita, ma ad elaborare anche quanto era accaduto in quei campi di sterminio. E qui a Sciesopoli il compito era particolarmente difficile perché si aveva a che fare con bambini a volte molto piccoli a cui bisognava restituire non solo un’identità religiosa e culturale, ma anche un’identità personale e familiare e… l’infanzia.

A dirigerlo fu chiamato un soldato della Brigata Ebraica che aveva risalito l’Italia fino a Milano liberata: Moshe Zeiri. Il suo compito era all’apparenza impossibile: aiutare questi bambini a ricostruirsi una vita, a sperare nel futuro e a diventare forti abbastanza per poter raggiungere la Terra Promessa.

L’uomo che aiutò i bambini di Sciesopoli a tornare alla vita

Moshe Zeiri, che aveva vissuto in un Kibbutz israeliano, nel suo compito si fece guidare da alcuni semplici principi: il lavoro comune, la responsabilità condivisa. E un’idea base molto forte: qui a Sciesopoli bisognava dimenticare davvero il passato.  Bisognava concretamente a guardare avanti, ad una nuova vita.

Egli era un ex miliare e la disciplina che applicava era quella di un padre giusto, ma fermo: la colonia funzionò come un kibbutz formativo perfettamente organizzato. Obiettivo era  preparare i giovani al ritorno in Palestina, nella terra dei Padri, anche se loro in quella terra non c’erano mai stati.

Un ospite di Sciesopoli ricorda che dopo l’orrore della perdita dei familiari, le marce della morte e i raid sanguinari nei ghetti, qui a Sciesopoli la guarigione cominciava a manifestarsi per i bambini dopo appena due settimane dopo aver varcato la soglia di Sciesopoli:

“Con i primi scherzi, o battaglie a cuscinate proprio qui, nei dormitori. Quelli che avevano smesso di parlare, ricominciavano. Chi non aveva mai riso, si scioglieva in una risata. Chi non aveva mai dormito in un letto, si avvolgeva nelle lenzuola. Chi non aveva mai cantato, lo faceva a squarciagola”.

Nel mondo oscuro degli orrori che avevano vissuto, si faceva strada giorno dopo giorno tra queste mura l’infanzia che sembrava perduta:  nuove relazioni, nuove solidarietà e probabilmente anche qualche amore.  Il flusso quotidiano fatto di studio, di gioco e di scherzi scorreva sotto l’occhio vigile di Moshe. Poi c’erano i momenti di vita comune, in mensa o durante le festività religiose, quando Moshe, che era stato insegnante di musica e canto e aveva studiato drammaturgia dirigeva personalmente il coro.

Com’era organizzata la vita dei Bambini di Selvino

La mattina si apprendeva un mestiere: calzolaio, falegname, sarto. Il pomeriggio c’era spazio per la scuola e per il gioco.  La storia e le storie della casa dei Bambini sono davvero tante. Qui si organizzavano corsi di avviamento professionale, e nella babele di lingue l’idioma dei Padri, quello della Bibbia, divenne la lingua comune, studiata e subito utilizzata. Oltre ad imparare l’ebraico, i ragazzi dovevano essere (ri)educati alla tradizione e alla cultura ebraica, in preparazione per il loro successivo trasferimento in Israele.

Sciesopoli arrivò ad ospitare ben presto 400 ragazzi (alla fine passeranno da qui in totale in 800). Queste erano le sette regole della vita dei bambini ebrei che vivevano nella casa di Selvino, probabilmente il più grande orfanotrofio d’Italia :

  1. Autosufficienza, tutto il lavoro della casa deve essere svolto in collaborazione tra bambini e insegnanti
  2. Responsabilità condivisa
  3. Proprietà comune
  4. Tutti gli adulti devono condividere il lavoro con i bambini
  5. Ebraico come lingua della casa
  6. Nessuna memoria del passato
  7. Importanza degli studi

Per quanto la colonia vivesse un’esistenza autosufficiente, i rapporti con la popolazione locale erano limitati  ma sempre improntati a grande rispetto e cordialità. I bambini non uscivano mai dai cancelli di Sciesopoli se non per andare in ospedale o per andare verso le navi che li avrebbero portati in Israele. Di tanto in tanto si organizzavano delle partite di calcio tra i ragazzi ebrei e quelli italiani, e talora i cancelli si aprivano agli abitanti del villaggio per un invito a pranzo, molto gradito in quegli anni per tutti difficili.

Il racconto di una (ex) ragazzina di Sciesopoli

Ogni giorno arrivavano bambini. La casa da cui si accedeva da un’ampia scalinata curva che conduceva all’ingresso, con la facciata marrone ocra e le persiane verdi appariva i bambini come un castello. Con i lucidi pavimenti di marmi e linoleum, le grandi sale, le scalinate di marmo, i corridoi e il labirinto di stanze in cui ci si poteva anche perdere. La piscina, le mattonelle nei bagni, le enormi pentole in cucina, le ampie finestre, il giardino e i boschi tutt’intorno. Era come una favola. A Selvino, dopo anni di fame, ricominciavamo a crescere: i nostri corpi prendevano forma.”

Feci amicizia con mancale una ragazza della mia età: 13 anni. Eravamo le bellezze della casa di Selvino. E un giorno mentre lavoravamo nella lavanderia ci venne voglia di essere due bambine pulite. Avevamo la scabbia e ci curavamo con una pomata nera a base di ittiolo. Dopo aver finito il bucato riempimmo la vasca con acqua calda e sapone. Ci spogliammo e ci divertimmo un mondo sguazzando nella schiuma. 

Ma sul tetto della lavanderia c’era un grosso tubo che veniva usato per scaricare la biancheria nelle vasche. Uno dei ragazzi più grandi si trovò per caso sul tetto a guardare nel tubo. E vide due ragazze nude sguazzare nell’acqua. E subito un buon numero di compagni gli si accalcò intorno per godersi lo spettacolo. 

Quando Moshe lo seppe ci convocò e ci disse che avevamo fatto qualcosa che assolutamente non dovevamo fare. Che ci eravamo comportate da svergognate e che per questo motivo non potevamo stare a Sciesopoli e dovevamo andare via. Ma non successe e noi rimanemmo lì, con tutti gli altri.

Verso la Terra Promessa

Girando per questi luoghi abbandonati, ci si chiede dove siano finiti gli 800 giovani passati di qui e come sia stata la loro vita dopo Sciesopoli.

Per motivi geografici, l’Italia era il luogo ideale di transito verso la Terra di Israele. Tra il ’45 e il ’48, 65 navi lasciarono più o meno illegalmente il nostro paese con a bordo migliaia di clandestini di religione ebraica. In qualche caso qualcuna di queste navi restava bloccata nei porti per settimane, come accadde a due di loro nel porto di La Spezia.

C’è da dire che molti di loro erano giunti qui illegalmente e dopo essere passati da Sciesopoli, in modo più o meno legale ripartivano. Perché scopo dei ferventi Sionisti della Brigata Ebraica era, una volta restituita loro l’identità religiosa e culturale, di avviarli verso la Terra Promessa. Cioè verso il focolare ebraico costituitosi in Palestina sotto mandato inglese.

Ma un giorno del 1983, 66 persone arrivarono a Selvino e si fermarono davanti ai cancelli di questo edificio per lasciare una targa: erano i bambini di Sciesopoli diventati uomini e donne. Uomini e donne che non avevano dimenticato il luogo che aveva restituito loro la vita e la speranza.

Il tramonto di Sciesopoli e (speriamo) la rinascita

Nel 1948 l’ultimo giovane lasciò Sciesopoli, per la terra tanto agognata ma agitata da venti di guerra. E così qui, la straordinaria epopea di Moshe Zeiri e di chi lo aveva aiutato, cominciò a scolorire poco alla volta. Nel ’48 la colonia fu svuotata, diventò poi una colonia del Comune di Milano per i bambini poveri. La casa fu utilizzata come scuola e poi come sanatorio, finché non cadde in rovina.

Negli anni Novanta Sciesopoli è stata ceduta all’asta a un’immobiliare che voleva farne un albergo, ma il progetto è fallito, e da allora tutto è in abbandono.

Oggi Selvino è gemellato con un Kibbutz israeliano e si è riannodato un filo che lega non soltanto chi vive tra queste meravigliose montagne ma anche tutti noi Italiani.  E chiunque abbia mai sentito parlare della storia della grande casa in fondo al paese, la casa dei bambini della Terra Promessa.

Nel 1918 il Ministero dei Beni culturali ha vincolato questo edificio come luogo di cultura e nessuno potrà abbatterlo. Ora il Comune di Selvino sta tentando di salvarlo e  diventerà un luogo della Memoria  con un museo dedicato alla Sciesopoli Ebraica.

 

Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono il frutto della rielaborazione di materiali trovati in rete. Compreso un documentario trasmesso su Raitre, un programma radiofonico e un reading svoltosi qualche tempo fa e pubblicato su Youtube. Ve lo pubblico sotto: dura un’ora, ma secondo me vale proprio la pena di vederlo tutto.
Cito e ringrazio Aurora Cantini, poetessa e blogger, per il suo lavoro di ricerca sulla storia di Sciesopoli che ho letto e da cui ho tratto alcune informazioni. 

 

 

Non ho scritto molto della Shoà nella bergamasca. L’unico articolo è riferito alle Pietre d’inciampo che si trovano in Valle Seriana. In realtà di spunti ce ne sarebbero diversi, ma mi piaceva partire da questo edificio, simbolo di rinascita. Per non dimenticare.

Ex Colonia Montana “Sciesopoli”,  via Cardo, 26, SELVINO (BG)

17 commenti

  1. Articolo davvero molto informativo. Sarebbe interessante visitare questo luogo. La storia dei bambini ebrei è sconvolgente, questo posto ha regalato loro un pochino di serenità, se così la si può chiamare.

  2. Ti ringrazio Raffaela per questo interessante articolo. Sei stata molto chiara e precisa nel trattare questo tema. Non avevo mai sentito parlare di questo luogo né tantomeno di questa storia, quindi ho letto questo tuo scritto molto volentieri. É sempre bene acculturarsi su queste storie, seppur poco felici, del passato.

  3. Grazie dell’articolo.. Oggi piu’che mai c’è bisogno di notizie che raccontino di momenti di solidarieta’ dopo quelli di buio e paure..

  4. I brividi mi hanno accompagnato per tutta la lettura. Per quello che è stato, per quello che è diventato poi, per quello che magari diventerà un domani. Siamo ancora tutti colpevoli. E lo saremo sempre, perché nonostante le continue campagne di informazione, i giorni dedicati etc, non sembra che le coscienze si smuovano più di tanto. Anzi, stiamo ritornando a quei livelli d’odio verso lo straniero. Spero sia solo una mia impressione e lo spero vivamente, e spero che le nuove generazioni riescano a cambiare qualcosa. Ma le vedo sempre più incattivite…

  5. Cara Raffaella, tu sai sempre toccare il cuore di chi ti legge. Sono stata tante volte a Selvino da piccola e non ho proprio nessuna memoria di quell’edificio che all’epoca era nel suo periodo di peggiore abbandono. La storia è bellissima e straziante allo stesso tempo. Mi ha fatto molta impressione la regola di “dimenticare il passato”. Non è facile dimenticare il passato e allo stesso tempo cercare le proprie radici. E’ stato fatto con pazienza e amore ed è bello che si parli di questo luogo, che si ristrutturi per tenere viva la memoria. Non dobbiamo dimenticare o la storia si ripeterà. Grazie per la tua testimonianza

  6. Il tuo articolo è molto bello, sia per lo stile che per la sensibilità di raccontare la storia del luogo e dei bambini che ne sono stati protagonisti. La parte che mi ha toccato è stata la testimonianza di una delle bambine della vicenda. Le foto traducono in immagini le sensazioni che ho provato durante la lettura. Complimenti!

  7. È un articolo che ho letto con molto piacere! Commovente la storia e il pensiero di quei bimbi che hanno visto troppi orrori. Belle e suggestive anche le foto.

  8. In questo preciso momento ho la pelle d’oca. Ti assicuro che mi capita raramente di provare una sensazione del genere leggendo articoli online. Colpisce molto come l’ironia della sorte abbia fatto si che lo stesso edificio passasse dalle mani dei carnefici a quelle dei perseguitati. Sciesopoli sa di speranza, di rinascita e di guarigione da uno dei periodi più buoi che la storia abbia mai visto. Triste questo passato che è impossibile da dimenticare ma che allo stesso tempo sembra tornare alla ribalta proprio ultimamente. A volte mi chiedo se davvero abbiamo imparato qualcosa dai giorni che non ci sono più, mi chiedo se effettivamente non siamo ancora una volta tutti colpevoli di ciò che ancora adesso nel 2019 accade come se un passato così doloroso non ci fosse mai stato!

  9. Un articolo che mi ha fatto venire un po’ di pelle d’oca, ma comunque un articolo che hai fatto molto bene a scrivere e a pubblicare. Peccato che quella che è stata casa per molti bambini scappati dall’olocausto, ora sia caduta in rovina.
    Spero qualcuno riesca a riprendere in mano questo progetto e a riqualificare l’area.

  10. Anche vicino al mio paese natale c’è qualcosa del genere. Si tratta di una sorta di colonia che ha avuto vari usi, nella sua lunga vita. Ora è abbandonata e ha un aspetto spettrale.

  11. Mi sono commossa, leggendo. Mi chiedo sempre se per i bambini che vivono orrori debba essere più facile o più difficile riprendersi rispetto a noi adulti. Forse la loro capacità solo parziale di dare un senso a certe cose, e la loro abilità di curarsi rapidamente li sanno, relativamente, proteggere un po’… o forse no. Chissà. Brividi con l’immagine di loro che tornano da adulti a mettere la targa.

  12. Ti scrivo con le lacrime agli occhi perché non si può fare diversamente che emozionarsi davanti una storia simile. E chissà quante altre ce ne sono che non sono state ancora raccontate, e mai lo saranno.
    Pensare che questi bambini e ragazzini riuscissero a riappropriarsi della propria giovinezza dopo tutto quello che avevano passato, è qualcosa di incredibile. Si sentivano liberi, finalmente. E leggere di come alcuni di loro fossero tornati per portare una targa dimostra quanto bene ha portato quel luogo che forse, ad oggi, servirebbe ancora una volta allo stesso scopo per etnie diverse.

  13. Incredibile. Da appassionata di storia e del periodo fascista – non fraintendere, per lo più per indagare il germe che può aver condotto l’uomo a macchiarsi di tali torture -, mi piace approfondire e cercare quanto meno di capire, per evitare che nulla più si ripeti. Ti ringrazio per il tuo articolo preciso, puntuale e soprattutto per le foto.

Grazie di aver letto il post. Se desideri lasciare un commento sarò felice di leggerlo

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