Un portone aperto sul mistero che avvolse per trent’anni Gaetano Donizetti da morto

Mi capita a volte di percorrere una via di Bergamo Alta senza una vera meta, solo per il piacere di camminare e godere di quel luogo. Poi, a volte, capita che il portone aperto di un palazzo storico catturi la mia attenzione e la passeggiata acquista tutto un sapore diverso. E’ quello che è successo domenica mattina, mentre percorrevo via Donizetti in Città Alta.

La via dedicata al compositore bergamasco è una via che percorro raramente. Di solito la prendo per andare da Piazza delle Scarpe al Museo Donizetti: passo davanti alla Zecca dove Bergamo batteva conio nel 1200 e mi fermo davanti alle vetrine della gipsoteca di un artista che oggi è diventato il Museo Cividini. Ogni volta non riesco a fare a meno di fotografare i gessi che si vedono in vetrina: sono alla ricerca di una testina di bambina classica, ma finora non ne ho ancora trovata una che mi piaccia veramente. Poi vado alla Scuola di Musica di Donizetti, dove oggi c’è il museo e dove si può sempre sentire qualche studente che fa le prove e si esercita col proprio strumento. Il tutto, nella mai dichiarata speranza che succeda qualcosa di imprevisto, come domenica. Un portone si apre per far uscire un’auto e io vengo  attratta da quello che di solito non si vede: un androne, un cancello, un portico, l’affaccio su un giardino…

Mentre l’auto faceva manovra, ne ho approfittato per fotografare il portone aperto. L’autista mi ha guardato per qualche secondo. Per fortuna non ero l’unica. Dietro di me un gruppo di turiste inglesi ha fatto lo stesso. Finito di scattare, ho continuato per la mia strada soddisfatta. Ma, guardando il palazzo, mi sono accorta di una targa sulla parete esterna dell’edificio.

Quello era l’edificio in cui nel 1848 era spirato Gaetano Donizetti, ospite della famiglia Scotti. E mi è subito tornato in mente un quadro struggente, la tela di Ponziano Loverini, che si trova all’Accademia Carrara, nel quale sono rappresentate le ultime ore di vita del Donizetti.

Ponziano Loverini - Ultime ore di Donizetti

Palazzo Scotti

Il palazzo dove morì Donizetti si trova a due passi dal Museo Donizettiano. Apparteneva alla famiglia Scotti, amici del compositore.
Non si conosce l’epoca di costruzione, ha una parte interrata che da via Donizetti, raggiunge via San Giacomo, a testimonianza che il palazzo è una sovrapposizione di fabbricati che dal medioevo al XX secolo si sono susseguiti. Le solide fondamenta presentano sotterranei formati da alti locali con volte a vela, che si sovrappongono, e stanno ad indicare che in epoche precedenti erano abitazioni civili che guardavano verso la parte bassa della città di Bergamo prima della costruzione della cinta muraria che ne ha chiuso la parte inferiore, questa particolarità non è unica di palazzo Scotti, ma di molti palazzi della parte alta della città.


I quattro piani della facciata in via Donizetti, sono suddivisi in tre paraste in pietra arenaria, con la presenza di capitelli al primo piano e due balconcini alle finestre con le ringhiere in ferro battuto. Le finestre quadre sono collegate da cornici in pietra di Sarnico, con riquadro intermedio. Mentre il sottotetto ha sette finestre ciascuna con un balconcino in ferro battuto che riprendono i balconcini al piano nobile. La struttura è realizzata in muratura di mattoni e pietre intonacati, con copertura del tetto a padiglione. Dei due ingressi, quello minore (quello che ho fotografato io), porta all’androne dal quale si accede al terrazzo che va verso il giardino.

I locali posti al primo piano (l’ho trovato su un testo)  “presentano affreschi dei pittori Eugenio e Muzio Camuzio e Vincenzo Bonomini in stile neoclassico come era moda nei palazzi nobili della Bergamo del XVIII secolo. Le pitture (riportano sono poste nella parte curvilinea delle pareti che le collega alle parti centrali dei soffitti decorati a stucco con motivi a forma di conchiglie e figure simmetriche che reggono vasi decorativi, e uccelli agli angoli delle pareti”. Queste furono le stanze che ospitarono il Donizetti per sei mesi, accompagnandolo alla morte.

La morte di Gaetano Donizetti

Gaetano Donizetti si era ammalato di sifilide e aggravandosi era sopraggiunta la malattia mentale. Era stato rinchiuso per qualche mese nel manicomio d’Ivry-sur-Seine, da cui uscì solo qualche mese prima della morte. Venne riportato a Bergamo, nel palazzo Basoni Scotti, visse gli ultimi giorni tra le cure amorevoli dei suoi più cari amici.

Il racconto dei suoi ultimi giorni sono davvero struggenti: incapace di muoversi, con la testa abbandonata contro un cuscino, gli occhi assenti, la febbre, i dolori. Gli amici d’infanzia da Bergamo e i colleghi musicisti  da tutta la Lombardia venivano in pellegrinaggio per salutarlo e cercare di alleviare le sue sofferenze. Ma invano.

Fu, come tutte le morti per quella terribile malattia,  straziante. Il compositore bergamasco se ne andò senza pace e senza pace rimasero anche le sue spoglie a causa di un mistero che le avvolse per trent’anni: la sparizione della calotta superiore del cranio.

Un mistero durato trent’anni

Il compositore morì l’8 aprile 1848. Quando fu effettuata l’autopsia l’11 aprile questa appurò come causa della morte la sifilide meningovascolare, le cui lesioni cerebrali erano sicuramente il motivo delle forti emicranie.  In quella circostanza la calotta cranica fu segata sia per conoscere le radici del male che aveva tormentato per anni il musicista bergamasco, ma anche per esaminarne il peso e misurare il volume del cervello.

Tra i medici presenti all’esame autoptico durato circa tre ore, anche un medico «originale ed eccentrico», il dottor Gerolamo Carchen in servizio al manicomio di Astino, che fra l’altro non firmò il verbale della necroscopia. Pare che  questo bizzaro personaggio in un momento di distrazione dei suoi colleghi – sette – riuscì a sottrarre la calotta del musicista e portarsela a casa senza che nessuno sospettasse di nulla.

Donizetti fu così sepolto privo di un pezzo di cranio nel cimitero di Valtesse a Bergamo bassa, tumulato nella cripta della nobile famiglia Pezzoli. Ma, nel 1875 quando la salma fu esumata per essere collocata assieme a quella del suo maestro Simone Mayr nella Basilica di Santa Maria Maggiore in Città Alta, durante la ricomposizione delle ossa si fece la sconvolgente scoperta: la scatola cranica del musicista era misteriosamente scomparsa.

Subito si cominciò a indagare e gli ispettori partirono come prima cosa dagli otto medici che avevano effettuato il primo esame. Dopo alcuni mesi di empasse, le indagini portarono al fortunoso ritrovamento della calotta cranica a Nembro presso un nipote erede del dottor Gerolamo Carchen, colui che aveva presumibilmente sottratto il cranio del musicista.

«Un bottegaio – scrisse Sereno Locatelli Milesi – che se ne serviva come ciotola per i soldoni». Quel nipote si chiamava Giulio Bolognini e gestiva un negozio di generi alimentari. Nella  sua bottega la calotta veniva usata come vaso per contenere le monete di rame. Si seppe poi che il nipote aveva ereditato le cose dello zio medico, fra cui anche una libreria e dentro una scansia aveva ritrovato la calotta e aveva pensato bene di usarla per le monete. «E così per anni la cavità anatomica che aveva raccolto le sublimi creazioni del genio donizettiano, rintronò del roco rimestare dei palanconi».

Il 4 aprile 1875 due amici di Donizetti, Alborghetti e Galli, si presentarono quindi nel negozio del Bolognini reclamando e ottenendo la calotta. Confrontata con la base cranica si constatò l’autenticità dell’oggetto trafugato nel 1848.

Il reperto venne collocato prima nella Biblioteca Angelo Mai e successivamente nel Museo donizettiano. Nel 1875 i resti del compositore furono traslati in Santa Maria Maggiore e deposti nel Monumento funebre a Gaetano Donizetti, cenotafio scolpito da Vincenzo Vela nel 1855 accanto a quello del compositore tedesco e maestro del Donizetti Simone Mayr. Solo il 26 luglio 1951 la calotta cranica venne posta nella tomba così da ricomporre l’intera salma del musicista.

Una curiosità: un cervello fuori dal comune quello di Donizetti.

Per gli studiosi dell’epoca, tanto la capacità del cranio, quanto il peso del cervello di Donizetti vantavano numeri superiori alla media dei crani o cervelli europei che per gli uomini è di cc. 1644 per la prima e gr. 1544 per il secondo. Da qui l’altissimo ingegno del maestro. Dall’esame del cervello i medici rilevarono «sviluppatissime circonvoluzioni in corrispondenza degli organi della musica della idealità della meravigliosità».

Nota
Alcune foto sono mie, ma non tutte. Nel caso in cui qualcuno riconoscesse la propria foto coperta da diritti, me lo segnali. Sarà mia cura eliminarla immediatamente. 

Questo articolo è stato realizzato su mia libera iniziativa e non è stato commissionato nè pagato da alcuno. Le informazioni che ho riportato nell’articolo sono un’elaborazione di quanto trovato in rete.

Se siete arrivati fino a qui, e il post vi è piaciuto, sarei felice se lasciaste un messaggio. Davvero. Molto felice. 🙂

33 Comments

  1. Bell’articolo, interessante e ben scritto. Solo per puntigliosità segnalo che il palazzo in gran parte appartiene ancora alla famiglia Scotti.

  2. Ho cantato con il coro recentemente il suo bellissimo Requiem. Non avrei mai immaginato una fine cosi drammatica. Dovrebbero farne un film della sua vita.

  3. Interessante questa storia, non sapevo come fosse morto e dei suoi ultimi struggenti giorni. Forte anche la storia dell’autopsia, non ne avevo idea!

    1. Sono contenta che ti sia piaciuto. Quando ho scoperto questo aneddoto non ho resistito e ho voluto raccontarlo, anche se poteva sembrare un po’ macabro. Commenti come il tuo mi confortano. 🙂

  4. I misteri mi hanno sempre affascinata, sono in genere molto curiosa. E a Bergamo non ci sono mai andata, continuerò a leggere il tuo blog per conoscere questa città misteriosa.

  5. Che storia interessante! Anche se un po’ macabra.. Quante cose che sto scoprendo su Bergamo grazie a te! 🙂

  6. Mi piace molto come scrivi e la storia macabra di Donizzetti e della sua morte non la conoscevo! Davvero sto scoprendo anche io un sacco di cose su Bergamo! Grazie!!

  7. Una storia davvero incredibile e molto ben raccontata. Mi piace l’idea di scoprire storie insolite passeggiando per le vie di una città, sbirciando in un portone, seguendo la propria curiosità!

  8. Molto interessante… Certo che usare una calotta cranica come raccogli monete anche no!!!😅😅😅

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