Arlecchino che indica Oneta lungo la via Mercatorum

Da Cornello dei Tasso a Oneta, lungo la Via Mercatorum, per scoprire la Casa di Arlecchino

Se volete regalarvi una giornata immersi nella natura e nella storia della Val Brembana, ma soprattutto volete tornare un po’ bambini e scoprire la storia di una delle maschere di Carnevale più amate di ogni tempo, quella che sto per proporvi è assolutamente perfetta. Una bella camminata da Cornello dei Tasso a Oneta, lungo la via Mercatorum, in provincia di Bergamo, per andare a scoprire l’antica Casa di Arlecchino. Seguitemi…

Io che cammino verso Oneta sulla Via Mercatorum


Da Cornello verso Oneta, sulla via Mercatorum

Cornello dei Tasso e Oneta si trovano a pochi minuti di macchina da San Pellegrino ed entrambi si trovano a una ventina di minuti di distanza a piedi l’uno dall’altro.

Cornello dei Tasso è un borgo medioevale, arroccato su una roccia, a cui si può accedere solo a piedi. Cornello fu, durante il medioevo, un importante centro di scambi commerciali e di passaggio di persone e merci grazie alla presenza della Via Mercatorum.

Leggi anche: Cornello dei Tasso, uno dei borghi più belli della bergamasca

Da Cornello si prende un sentiero che conduce al vicino paese di Oneta seguendo quella che una volta fu la Via Mercatorum. Si tratta di una passeggiata tranquilla senza grossi dislivelli, tra boschi, ruscelli e cappelle. Una camminata adatta a tutti, anche a chi non è abituato a camminare.

La Via Mercatorum e tutti i borghi che si trovavano lungo la via ricoprirono un’enorme importanza in passato (almeno fino al 1600 quando venne costruita la via Priula, a fondo valle).  Qui facevano tappa i mercanti che da Bergamo risalivano la valle diretti verso i Grigioni e anche oltre, verso il Nord Europa. Oggi interi tratti di quest’antica via mercantile sono stati recuperati e sono perfetti per godersi delle belle camminate immersi nella natura. 

Arrivare a Oneta come gli antichi mercanti

Arrivando a Oneta, noterete subito l’architettura di questa frazione: edifici in solida pietra a vista, addolcita da portici, balconate e finestre archiacute. Ma non solo. Noterete anche i resti di un affresco di grandi dimensioni: raffigurava San Cristoforo, il santo che nell’iconografia religiosa trasportava Gesù Bambino sulle spalle.  Egli era il protettore dei viandanti e dei commercianti (coloro che trasportavano cose e merci) e in quanto tale lo troverete raffigurato in tutti i centri abitati che si trovavano lungo la via Mercatorum.

Immaginatevi i mercanti arrivare a piedi nei vari borghi che incontravano sulla via, fermarsi davanti all’effigie di San Cristoforo,  recitare una preghiera davanti al santo per ricevere protezione durante il viaggio, fino al paese successivo. E così di San Cristofono in San Cristoforo.  Ecco perché se ne trovate uno di grosse dimensioni dipinto sulla facciata di una casa, all’ingresso di un paese, potete stare certi di essere in presenza di un’antica via percorsa dai mercanti.

L'affresco raffigurante San Cristoforo a Oneta


Il borgo di Oneta e la Casa di Arlecchino

Il borgo di Oneta è formato da un gruppetto di belle case antiche, molte delle quali, ben restaurate, presentano ancora la secolare struttura ad archi. Accolgono il visitatore in un’atmosfera d’altri tempi, tra strette vie, selciati pietrosi, oscuri porticati, ballatoi in legno a intagli rustici. Guardandovi intorno vi sembrerà di essere finiti davvero in  un altro tempo.

Notevole dal punto di vista architettonico è la cosiddetta Casa di Arlecchino  di San Giovanni Bianco (su google  molti la cercano proprio così) oggi trasformata in museo. La struttura si affaccia sulla piazzetta centrale a cui si accede mediante una bella scaletta in pietra.

Prima di entrare a visitare la Casa Museo di Arlecchino, fate un giro per questo piccolissimo borgo. Anche la chiesa infatti merita di essere ammirata: si tratta di un esempio di edificio quattrocentesco che malgrado successive trasformazioni ha mantenuto buona parte delle strutture originarie, quali la torre campanaria ed alcuni affreschi di pregevole fattura.

Oneta dalla strada


La Casa Museo di Arlecchino

La Casa Museo di Arlecchino ha fuori ha la tipica forma a torre medievale a controllo della via dei mercanti. La struttura delle pareti esterne e la pianta dell’edificio del museo di Arlecchino, lasciano intendere che originariamente fosse infatti una casa fortificata, trasformata in un secondo tempo in abitazione signorile, come dimostrano tra l’altro i bei portali a tutto sesto e le finestre archiacute in pietra lavorata che si aprono sulla facciata principale.

La Casa di Arlecchino è di proprietà del Comune di San Giovanni Bianco (Bg) ed è un museo a tutti gli effetti. All’interno del Museo di Arlecchino, rimangono tracce di affreschi e decorazioni che ingentilivano pareti e soffitti lignei. Risalgono al 1400 circa. Probabilmente furono fatti realizzati dai proprietari a dimostrazione del loro potere e delle fortune accumulate.

Entrando nell’aula picta (sala dipinta) vi troverete di fronte a degli affreschi che negli anni ’40 erano stati strappati e portati nella casa del parroco. Sono stati restaurati e sono rimasti nella casa del curato fino a poco tempo fa. Al di là dei contenuti artistici, questi affreschi, del Museo di Arlecchino, sono importanti anche per il preciso riferimento ai proprietari dell’edificio: la presenza della grattugia “grataröla” nello stemma del cavaliere vincitore e di uno dei due armigieri rimanda ai Grataroli.

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Palazzo Grataroli, Camera Picta – Ph. Tarcisio Bottani per Polo Culturale Mercatorum e Priula

La vera storia della casa di Arlecchino

museo-arlecchino-01La casa è attribuita ad Arlecchino da una tradizione secolare anche se, in realtà, sappiamo che era la casa di una delle famiglie più potenti della Val Brembana: la famiglia Grataroli che, come provato da diversi documenti, era originaria proprio di Oneta.

Il nome “Casa di Arlecchino”, con cui è comunemente conosciuto il palazzo signorile del borgo, è legato all’attore rinascimentale Alberto Naselli, che rappresentò lo Zanni e Arlecchino nelle principali corti europee e che, secondo la tradizione, soggiornò nel palazzo di Oneta, ma non ci sono fonti documentarie in grado di provarlo.

Questa famiglia lascerà la Valle Brembana per raggiungere Venezia, dove avrà grandissimo successo economico e sociale. Il legame dei Grataroli con la Valle rimarrà grazie a questo Borgo e a questa casa, che negli anni faranno abbellire con alcune ristrutturazioni che la renderanno un esempio di architettura montano con citazioni veneziane. Infatti sarà l’unica ad avere queste finestre a sesto acuto, tipiche delle case veneziane.

Ma se la casa era dei Grataroli, cosa c’entra Arlecchino?


L’origine della storia di Arlecchino

Quando i Grataroli lasciarono definitivamente Oneta e si trasferirono a Venezia per curare i propri interessi, si portarono dietro numerosi servitori brembani ai quali affidavano anche la cura dei loro beni a Oneta. Ed è per questo che qualcuno ha ipotizzato che uno di questi servi fosse colui che ispirò il personaggio di Arlecchino. 

Homo selvaticus e Arlecchino

Sopra la scala d’ingresso di quella che oggi è la Cassa Museo di Arlecchino noterete un affresco: raffigura un uomo molto peloso e vestito di pelli, che brandisce un bastone. Si tratta dell’homo selvaticus. Sopra, si legge un cartiglio: “Chi non e’ de chortesia, non intragi in chasa mia, se ge venes un poltron, ce daro’ col mio baston” (chi non è gradito, non entri in casa mia, se viene uno sfaccendato, lo picchierò col mio bastone). Se ci pensate è un po’ come il moderno Attenti al cane, che mette in guardia i visitatori che hanno cattive intenzioni.

La presenza dell’uomo selvatico sui muri del palazzo di Oneta è stata presa per l’originale matrice della maschera di Arlecchino: nell’immaginario popolare l’uomo selvatico è infatti brutale, ma insuperabile espressione di vitalità, indice estremo di quanto può sopportare ed escogitare contro i rigori della fame, del freddo e della miseria. La primitiva gestualità di Arlecchino fu  quindi assimilata alla goffa e istintiva animalità ben rappresentata dall’homo selvaticus che nelle rappresentazioni assumeva il ruolo dello Zanni, un servitore generalmente sciocco, ingenuo e dispettoso. Ecco quindi che quel bastone col tempo diventerà l’inseparabile batacchio.


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rlecchino: da servitore a maschera della commedia dell’arte

Se ci chiediamo poi come sia possibile che dall’immagine dell’Homo selvaticus si sia arrivati dalla maschera burlona e multicolore che allietava le folle nelle rappresentazioni teatrali, possiamo solo supporre che uno dei servi dei Grataroli, uno Zanni per intenderci, dotato di particolare “vis comica” possa essersi trovato sulla scena a rappresentare, solo in modo più accentuatamente comico, il ruolo da lui stesso ricoperto nella realtà quotidiana.

La trasformazione da Zanni ad Arlecchino avvenne col tempo.  Arlecchino, colorito e pungente, ebbe fortuna  in quanto non oltraggiava l’orgoglio veneziano, ma prendeva di mira il tipo di servitore bergamasco costretto ad aguzzare l’ingegno per questioni di sopravvivenza. La “commedia dell’arte”, in voga alla fine del Cinquecento, ha fatto il resto e ha trasformato questo personaggio in una maschera continuamente arricchita di forme e contenuti.

La trasformazione di Arlecchino nel tempo

ArlecchinoOriginariamente gli abiti di Arlecchino non erano a losanghe multicolore come quelli di epoche più recenti, ma erano bianchi, punteggiati di toppe di forme e colori diversi a simulare i rammendi di fortuna dei vestiti di un servo che utilizzava gli scampoli di stoffa che riusciva a procurarsi. Col tempo le toppe divennero sempre più numerose e di forma regolare sino diventare una fantasia a rombi o losanghe che trasformò l’abito povero delle origini in un costume ben più ricco ed elaborato. Anche la foggia del costume cambiò con il mutamento del personaggio. I vestiti ampi lasciarono spazio alla tipica casacca e al pantalone aderente simile ad una calzamaglia che generò la frequente associazione del personaggio con la figura del giullare. Il volto è ancora oggi celato da una maschera nera ed il capo coperto da un cappello. La maschera è stata, infine, completata con un bastone di legno generalmente utilizzato dal personaggio nelle risse che caratterizzavano le scene finali delle rappresentazioni. Perennemente affamato ed in cerca di guai, Arlecchino si esprime con un linguaggio irresistibilmente scurrile e con un’inflessione cantilenosa e una cadenza dialettale tradizionalmente bergamasca ma spesso modificata ed adattata in base a quella del pubblico. Si muove con agilità distendendosi, piegandosi e compiendo balzi (talvolta persino acrobatici) con estrema facilità.

 

Arlecchino nella Bergamasca

Benvenuti in Val BrembanaEcco quindi spiegato il motivo per cui nella Bergamasca ritroviamo spesso la maschera di Arlecchino: una scultura vi accoglie dietro la stazione dei pullman di Bergamo, o dà il nome a diversi ristoranti della provincia. E soprattutto perché ne troverete una in formato gigante al centro di una enorme rotatoria poco prima di entrare in Val Brembana.

Se non vi ricordate la storia di questo Arlecchino da record, leggete l’articolo che ho scritto qualche tempo fa:
Fare un girotondo intorno all’Arlecchino più grande del mondo. 

 

Indicazioni utili

Per andare da Cornello dei Tasso a Oneta a piedi, raggiungete Cornello dei Tasso (Bg) e parcheggiate. Dopo aver lasciato l’auto dirigetevi verso l’ingresso del piccolo borgo. Entrate e visitatelo (è un consiglio perché è davvero incantevole)  e poi seguite le indicazioni per la Via Mercatorum direzione Oneta.

Per raggiungere Oneta ci metterete tra i 20 e i 30 minuti (dipende dal vostro passo e dal vostro grado di allenamento). La strada è quasi del tutto pianeggiante e può essere adatta anche a famiglie con bambini che camminano.

Per visitare la Casa Museo di Arlecchino ecco le indicazioni e i numeri di telefono. Visto il momento, vi consiglio di chiamare per sapere se sono aperti e quali sono i giorni.

 

 

 

 

 

Note: le foto sono in parte mie e in parte recuperate in Rete. 

 

11 commenti

  1. Ma che storia! Ho sempre pensato che il servo di due padroni fosse di origine veneziana e mai avrei pensato che ci fosse la sua casa a San Giovanni Bianco. Ho imparato un sacco di cose anche sull’origine del costume. Bellissima proposta per una passeggiata domenicale e una buona occasione per tornare a San Pellegrino

  2. Mi piace moltissimo l’idea di arrivare secondo la via dei mercanti soprattutto perché è una passeggiata adatta a tutti. E poi trovo sempre coinvolgente seguire una traccia storica durante le visite e i percorsi, permette di vivere meglio la visita. Trattandosi di Arlecchino poi ancora meglio, un personaggio che resta fisso nell’immaginario sia di grandi che bambini! 🙂

  3. Mi fecero studiare la storia di arlecchino alle elementari, durante un percorso volto alla conoscenza delle maschere carnescialesche. L’ho sempre trovata una delle maschere più originali. Ora vederne il luogo d’origine e sentire decantare le gesta e la storia della sua famiglia,ha riportato tutti i mie ricordi a galla.

  4. Che bello l’itinerario che suggerisci nel tuo articolo. Una passeggiata nella natura che deve essere estremamente rilassante; e poi mi incuriosisce molto tutto quello che riguarda Arlecchino!

  5. Che luogo interessante. E visto che si può abbinare ad una breve camminata, un luogo perfetto per le famiglie

    1. si, davvero. E sia Cornello che Oneta organizzano dei laboratori molto interessanti per i bambini. Una gita perfetta.

Grazie di aver letto il post. Se desideri lasciare un commento sarò felice di leggerlo

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