Alla scoperta del Moscato di Scanzo, il passito rosso da meditazione della DOCG più piccola d’Italia

Volete farmi un regalo, un vero regalo? Regalatemi una bottiglia di Moscato di Scanzo: mi farete felice. Non sono una bevitrice accanita e neanche un’esperta di vini, ma questo vino è storia, è leggenda, è arte. Il Moscato di Scanzo è un passito rosso da meditazione come se ne trovano pochi al mondo e va bevuto centellinandolo. E non potrebbe essere altrimenti perché è un vino raro: se ne producono alcune decine di migliaia di bottiglie in provincia di Bergamo e sono tutte di ottima qualità. E’ un vino molto amato non solo nella Bergamasca, ma anche all’estero: è apprezzato in ogni latitudine del globo ed è parte di alcune tra le più famose collezioni di vini al mondo.

Ogni anno a settembre l’Associazione Strada del Moscato di Scanzo e dei sapori Scanzesi organizza una festa per promuovere questo nettare degli dei e i sapori scanzesi. Ogni anno mi reco in pellegrinaggio alla Festa del Moscato di Scanzo ad assaggiare i vari vini e per scoprire cantine e storie che hanno fatto grande questa zona così piccola. Ovviamente ne approfitto anche per visitare le colline di Scanzorosciate che sono una vera meraviglia e che offrono delle chicche e delle storie davvero interessanti.

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Moscato di Scanzo e Sass de Luna: un legame inscindibile

Il Moscato di Scanzo è un vino passito rosso DOCG che viene prodotto solo nella zona collinare del comune di Scanzorosciate  in provincia di Bergamo e solo con uve dell’omonimo vitigno Moscato di Scanzo seguendo un rigido disciplinare. Si produce su terreni collinari che hanno pendenze che vanno dal 50 al 100%, ma la vera grande particolarità è data dal Sass de Luna.

Il terreno su cui si coltiva la vite è molto superficiale e presenta un substrato di marna chiamata “Sass de luna”, tipica di queste zone che ha la particolarità di brillare d’azzurro alla luce della luna e di trattenere il calore. Sulla collina di Scanzo, grazie al Sass de Luna troverete sempre un paio di gradi in più di calore rispetto a tutto il resto della zona, condizione che garantisce una buona maturazione delle uve che così trattengono lo zucchero. E questo è la grande fortuna del Moscato di Scanzo.

Grazie a questo terreno, il vitigno è aromatico e da vita a un vino dai tannini strutturati e dai profumi inebrianti, con un marcato sentore di incensomarmellate rosse, chiodi di garofano, ciliegia, marasca, e con finali balsamici e aromatici davvero interessanti.

In bocca è pieno e corposo, elegante e armonico in tutte le sue espressioni, con un finale lunghissimo e un retrogusto che ci accompagna per interi minuti. E più dura questo retrogusto, più potete stare certi che siete di fronte ad uno dei vini migliori.

Il colore, che abbiamo lasciato questa volta per ultimo, è davvero sorprendente per brillantezza e intensità, in grado di colorare il bicchiere alla rotazione del vino.

Il vino di una della DOCG più piccole d’Italia

All’inizio esisteva l’associazione dei produttori del Moscato di Scanzo, poi, quando fu concesso il riconoscimento DOC nel 1993, nacque il Consorzio. All’epoca però il marchio era ancora legato alla dicitura Valcalepio Doc, di cui il Moscato rappresentava solo una sottozona, cioè una parte minore con particolari caratteristiche all’interno della produzione.

Il Moscato di Scanzo ha ottenuto la  DOCG (la medaglia d’oro dei riconoscimenti) nel 2009 (prima vendemmia DOCG 2007). La Denominazione Moscato di Scanzo era stata istituita, come DOC, nel 2002, grazie anche al forte interesse e impegno di Luigi Veronelli, giornalista e critico enogastronomico mai dimenticato a cui forse verrà dedicata la scuola d’alta cucina che arriverà a Bergamo, che aveva subito compreso e apprezzato le qualità di questo prodotto.

Con poco più di 30 ettari di vigneti è una delle più piccole DOCG d’Italia, anzi, quasi certamente la più piccola. Anche la sua produzione è decisamente ridotta: le circa 20 aziende della denominazione arrivano tutte insieme a produrre tra le 40 e le 60.000 bottiglie in un’annata senza problemi. La vendita all’estero è centellinata, ma qualche produttore è arrivato a proporre con successo il proprio vino a New York, in Giappone e da qualche tempo anche in Cina (Shangai e Hong Kong).

Che differenza c’è tra vino DOC e vino DOCG

ogni volta che leggo sull’etichetta la sigla DOCG mi chiedo sempre che differenza ci sia tra quello e un vino DOC. La risposta è abbastanza semplice e dipende dall’interpretazione dei due acronimi. La differenza tra un vino DOC e un vino DOCG è come quella che c’è tra arrivare primi in un triathlon olimpico e arrivare primi ad un Ironman. Non so se il paragone sia proprio quello corretto, ma per dare l’idea, il primo lo si raggiunge con grande fatica, l’altro con una fatica 10 volte superiore.

La sigla DOC (Denominazione di Origine Controllata), serve per individuare un prodotto di qualità con caratteristiche ben precise, fatto con materie prime di una zona specifica, seguendo un disciplinare di produzione approvato da decreto ministeriale. Si intendono quei vini che vengono prodotti con uve raccolte in una determinata zona.  Prima di ricevere il riconoscimento DOC da apporre sull’etichetta, un vino  viene analizzato per verificare che rispetti i requisiti previsti dal disciplinare. Di solito, un vino DOC ha mantenuto la denominazione IGT (Indicazione Geografica Tipica) per almeno 5 anni.

Quando un vino è stato almeno 10 anni tra i DOC, può passare alla denominazione DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita), che conferisce ancora più prestigio all’etichetta. Non tutti i vini DOC diventano DOCG ma solo quelli che superano le analisi organolettiche e chimico-fisiche che certificano il rispetto dei requisiti previsti dal disciplinare. L’esame non viene effettuato solo sul vino in fase di produzione, ma viene ripetuto anche nella fase dell’imbottigliamento, dove un’apposita commissione procede  all’assaggio, per una valutazione sensoriale. Se il vino non supera questi test, non può fregiarsi della DOCG sull’etichetta.

La storia di un passito rosso, raro e prezioso

La storia del Moscato di Scanzo è lunga e gli intrecci tra storia e leggenda nei secoli che hanno riguardato questo vino così particolare sono davvero molti.

La tradizione vuole che le prime notizie riguardo a questo vino, risalgano addirittura ai tempi delle conquiste romane. Successivamente fu  poi citato in una testimonianza scritta del 1347, in particolare nella cronaca di uno scontro armato tra i Guelfi di Scanzo e i Ghibellini di Rosciate, scontro originatosi non tanto per difendere le ragioni del Papa e dell’Imperatore, quanto per impossessarsi, pensate un po’, di un carico di botticelle di Moscadello.

Con un salto di quasi cinque secoli (arriviamo nel 1780) lo ritroviamo a San Pietroburgo con Giacomo Quarenghi, architetto bergamasco di origine valdimagnina, che viveva alla  corte di Caterina II, dove operava come principale artefice dell’architettura neoclassica in Russia. Pur non essendoci prove certe, si dice che Quarenghi producesse del buon Moscadello nella sua tenuta di Rosciate (la seconda moglie era infatti originaria di quelle zone), e dopo uno dei suoi viaggi in Italia a trovare i parenti e curare i propri affari ne portò alcune bottiglie con sé in Russia e che queste arrivarono addirittura sulla tavola della zarina.

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Nello stesso periodo conquistò velocemente il mercato londinese; furono proprio i londinesi a trasformarlo in delizioso passito, spinti dalla voglia di creare un nuovo sherry di uva. Si dice che già alla fine del Settecento, fosse il vino più caro al mondo. Sembra poi che nel 1850 fosse l’unico vino italiano quotato alla Borsa di Londra. Ma non è l’unica testimonianza dell’amore degli inglesi per questo passito. Nel Circolo ufficiale del Bridge di Londra, è uno dei vini da meditazione ammessi e consigliati in abbinamento al sigaro.

Arrivati ai giorni nostri, con lo sguardo al futuro, va citata la collaborazione in atto da diversi anni con l’Università degli Studi di Milano per l’ottenimento del sequenziamento del Dna del vitigno Moscato di Scanzo. Geneticamente infatti possiamo definirlo frutto di un incrocio spontaneo tra il moscato bianco con un vitigno autoctono ancora misterioso che si sta studiando.

Cosa rende il Moscato di Scanzo così speciale?

Non è la prima volta che parlo del Moscato di Scanzo (a riprova che è davvero uno dei miei vini preferiti). L’anno scorso avevo intervistato un produttore della zona e già a lui avevo chiesto cosa rendesse così speciale il Moscato di Scanzo e come si facesse a riconoscere quello buono. 

Innanzitutto il vitigno, che produce uva dal colore nero-blu e dona al vino una tinta rosso rubino decisamente unica per un moscato. Non sono molti infatti i passiti conosciuti dal colore rosso e il Moscato di Scanzo è uno di questi.

Inoltre, il sapore inconfondibile: dolce e intenso, ottenuto dall’azione del Sass de Luna. Il terreno su cui si coltiva il vitigno del Moscato di Scanzo è di origine morenica e le radici delle vigne traggono i numerosi minerali dalla presenza dei “Sass de Luna”, la particolare roccia che, aggregandosi in grossi noduli calcarei, assorbe il calore del sole durante il giorno e lo rilascia gradualmente durante la notte contribuendo, in tal modo, a mantenere un microclima costante del suolo.

Infine, il processo di lavorazione lungo e laborioso. Dopo la vendemmia, tardiva rispetto alla media tanto che spesso viene fatta quando fa già freddo, le uve vengono lasciate appassire per almeno tre settimane allo scopo di concentrare zuccheri e aromi; successivamente il vino viene messo a riposo per almeno due anni in botti d’acciaio e, in ultimo, imbottigliato.

Come tutte le cose buone e speciali prodotte dalla natura, questo vino non è  mai uguale a se stesso. La sua personalità cambia ad ogni vendemmia, ma è proprio questa imprevedibilità a regalare le sorprese più belle. Perché è la natura che comanda, chi produce il vino può solo lavorare per produrre il risultato migliore, con le proprie forze e con autentica passione. E se un anno la natura è matrigna e non permette di garantire le qualità organolettiche uniche di questo vino, c’è anche chi decide di saltare la produzione, pur di mantenere alti gli standard e di rimanere sulla strada dell’eccellenza.

Dal 2019 il Moscato ha un bicchiere ufficiale

Il 2019 è stato un anno importante perché da quest’anno il Moscato di Scanzo finalmente ha il suo bicchiere ufficiale con il quale degustare il vino. Così come fu fatto per la scelta della bottiglia migliore per imbottigliarlo 23 anni fa, così, dopo diversi anni di ricerca il Consorzio di tutela Moscato di Scanzo ha scelto il bicchiere più adatto per la degustazione di questo vino.

Il bicchiere ufficiale del Consorzio è cristallino, con una forma moderna ed elegante, ideato e studiato nei minimi dettagli per non far salire al naso la parte alcolica del vino, in modo da far emergere i profumi e le note aromatiche.

Note

Le immagini di questo articolo sono foto di repertorio tratte dal sito del Consorzio Moscato di Scanzo o recuperate in rete. 

Questo articolo è stato scritto in collaborazione con il Comune di Scanzorosciate e Terre del Vescovado. Iniziativa realizzata nell’ambito del bando regionale Viaggio #InLombardia.

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10 commenti

  1. Nemmeno noi siamo bevitrici incalliti, ma un bicchiere di vino viene sempre apprezzato, se anche buono ancora meglio. Anche noi spesso regaliamo prodotti gastronomici, sempre meglio fare regali utili.

  2. Non amo molto il sapore del Moscato, non è mai stato uno dei miei vini preferiti. Ma non posso esprimermi su questo di Scanzo. Spero di fare un salto personalmente in cantina!

  3. Bergamo e la bergamasca non finiscono di stupirmi nel tuo splendido blog. Mi ha incuriosito il fatto che ci fosse un passito alle nostre latitudini, che la spiegazione del Sass de Luna mi ha poi chiarito. La storia di questo vino mi ha incantato e sono molto rammaricata di non averlo mai assaggiato. Rimedierò quanto prima, la descrizione dei sapori di marmellate rosse mi ha incantato e poi il colore…. averlo nel bicchiere è già una gioia.

    1. Ti ringrazio del complimento. Mi fa molto piacere sapere che riesco a trasmettere l’amore che ho per questo territorio e per i suoi sapori.

  4. Non sono esperta di vini ma appassionata. Adoro accompagnare un buon pasto ad un calice di ottimo vino. E amo anche regalare il vino. Mi piacerebbe assaggiare questo e, magari se mi piace, portarne una bottiglia a casa. 🙂

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